Spiritualità

Il beneficio del dubbio

 

“Non credete a una sola cosa per sentito dire.

Non credete per fede nelle tradizioni soltanto perché sono state onorate da innumerevoli generazioni.

Non credete a una cosa perché l’opinione generale la crede vera o perché se ne parla molto.

Non credete a una cosa solo sulla testimonianza di uno dei sapienti dell’antichità.

Non credete a una cosa perché le probabilità sono in suo favore o perché l’abitudine vi spinge a crederla vera.

Non credete a quello che proviene dalla vostra immaginazione pensando si tratti della rivelazione di una coscienza superiore.

Non credete a nulla fondandovi sulla sola autorità dei vostri maestri o dei sacerdoti.

Quello che voi stessi avete provato, quello di cui avrete fatto esperienza e che avrete riconosciuto per vero, quello che sarà benefico per voi come per gli altri: in questo credete e su questo modellate la vostra condotta.”

Buddha Shakyamuni

Queste parole lapidarie emergono come un’eterna regola da tenere sempre viva dentro di sé, e ci appaiono come la miglior citazione per poter introdurre l’argomento del dubbio e, per suo opposto, quello della fede.

Si dovrebbe forse ridimensionare il valore che la fede ha sempre avuto nelle tradizioni? Ovviamente, non crediamo che con questo monito il Buddha abbia voluto veicolare un messaggio del genere. Tuttavia, è pur vero che riflettendoci sopra nascondo alcune interessantissime osservazioni.

Molte religioni attuali considerano la fede come un caposaldo indiscutibile, una condizione interiore da cui partire. E il problema nasce proprio qui. Anteporre un sentimento come la fede a condizione vincolante per un’adesione religiosa, pone la maggior parte delle persone in una situazione di inadeguatezza e senso di inferiorità.

Non si può avere fede in ciò che si crede, ma solo in ciò che si sente. Le trasmissioni orali che cercano di mantenere vivo l’animo delle tradizioni, sembrano infatti non avere false illusioni sulla natura umana, e cioè sul fatto che la fede è una meta piuttosto che un punto di inizio.

L’alchimista Renè Schwaller de Lubicz, colui che ha cercato di riportare in vita l’antica tradizione egizia, disse che non bisogna mai credere, bisogna rifiutare tutte le fedi cieche, bisogna vivere ed essere certi. Bisogna cercare la certezza della necessità, della legge ineluttabile, la certezza del nostro cuore, senza ragionamenti, senza partito preso, quella certezza che non può essere infranta da nulla, neanche dalla morte. Questa è una gioia che nessun’altra eguaglia. E questa gioia, bisogna volerla; deve essere l’unico scopo. Essa soltanto dà quella calma che fa sorridere dell’insulto; essa soltanto dà quella forza che sa vincere ogni attacco con il sorriso.

Più o meno a tutti noi sarà capitato di dare per assodata una certa fede in qualcosa, e poi di vederla vacillare di fronte a circostanze che la mettevano a dura prova toccando le nostre paure ed insicurezze. Ma la fede dovrebbe essere proprio ciò che permette di superare le difficoltà o le apparenti incomprensioni della vita.

Il grande Seneca soleva dire: ricordare è custodire ciò che è stato affidato alla memoria, mentre sapere significa far proprie le nozioni apprese e non star sempre attaccato al modello, con lo sguardo sempre rivolto al maestro. Chi accetta passivamente il pensiero di un altro non trova, anzi non cerca neppure qualcosa di nuovo.

Non si è mai visto, né mai sentito un profeta porre come fondamento della propria dottrina quello di idolatrare la propria figura e il proprio nome, ma piuttosto di tener sempre viva l’attenzione verso gli insegnamenti, spronando gli individui a sperimentarli di persona, a viverli nella propria vita. Solo allora, ad ogni passo compiuto in tale direzione, i risultati diverranno scalini concreti verso la vetta della fede.

Il beneficio del dubbio non è quindi né simulazione di fede, né tantomeno ottusità incredula; lo si potrebbe altresì definire come un sincero spirito di ricerca, una sorta di volontà di sperimentazione di sé, una fiducia di base supervisionata da una valutazione cosciente.

In un intervista al filosofo Norberto Bobbio, egli espresse con tali parole un concetto analogo: Sia il fanatico che lo scettico sono vittime del miraggio della verità assoluta, il primo convinto di esserne in possesso e il secondo che tale possesso sia un’illusione… tra la verità assoluta e la non verità c’è posto per la verità da sottoporsi a continua revisione.

Lo stesso metodo scientifico è animato da questo sistema di ricerca. Un input iniziale, sia che si tratti di un’ipotesi da verificare che di un insegnamento tradizionale, sono ovviamente necessari per delineare una linea guida di sperimentazione. È dunque sottointesa una curiosità, una buona predisposizione e – forse – anche un pizzico di aspettativa che la vita possa rispondere positivamente.

Sarebbe probabilmente inutile (per non dire sciocco) provare a mettere in pratica dei consigli tradizionali con la mente colma di pregiudizi e con l’aspettativa di disconfermarne la validità. Così come sarebbe inutile soffermarsi troppo tempo a disquisire teoricamente e razionalmente sulla loro validità o meno senza compiere un passo concreto. Prima fare e poi capire.

Una storia ebraica chassidica narra di un giorno in cui Rabbi Yitzchaz di Berdicev stava tornando a casa da una visita compiuta al suo Rebbe in una città lontana. Quando lo vide tornare, suo suocero, gli chiese: “Cosa mai avrai imparato che non avresti potuto apprendere qui?”. Ed Yitzchaz rispose: “Ho imparato che c’è il Creatore dell’universo”. “E per apprendere questo sei dovuto andare così lontano da qua?”. Detto ciò, chiamò la sua cameriera e le chiese: “Cosa ne dici? Esiste un Creatore dell’universo?”. “Ma naturalmente!” rispose lei. E Rabbi Yitzchaz disse: “Lei lo dice, io lo so”.

Seguendo proprio la corrente ebraica, la Kabbalah può dirci molte cose sulla vita e sulla natura dell’essere umano: come e quando ha avuto origine il mondo, come risvegliare il nostro centro spirituale, cosa si intende realmente con bene e male, quali sono e come funzionano le leggi che governano l’universo, ecc.

“Sono affermazioni solenni… ma non credeteci. Non credete a una sola parola. Neppure per un secondo. La sola idea di credere implica un residuo di dubbio, mentre il conoscere non lascia traccia di scetticismo. Significa certezza. Convinzione assoluta. Nelle viscere. Nel cuore. Nell’anima. Dunque, per favore, mettete alla prova ogni lezione. Applicate questi principi alla vostra esistenza. Vivete queste lezioni e osservate se la vostra vita migliora. Respiratele e poi guardate se “l’aria” si fa più pulita.”

Yehuda Berg

Vigiliamo dunque costantemente su noi stessi, cerchiamo di lottare contro l’umana spinta a fossilizzare dei concetti in dogmi, e a costruire intorno ad essi delle istituzioni nelle quali ci riteniamo unici detentori della verità. Possiamo lottare con tutte le nostre forze per migliorare noi stessi ed aiutare in questo i nostri simili, ma cerchiamo di non perdere mai di vista l’immensità e l’imprevedibilità della vita. Quando la nostra umiltà verso il mistero dell’esistenza viene meno, alziamo gli occhi al cielo in una notte stellata, ed assaporiamo in silenzio l’infinito che ci circonda.

Sono stati necessari molti sacrifici e molta sofferenza perché la voce delle tradizioni potesse giungere fino a noi e al resto dell’umanità. Non permettiamo dunque alle nostre insicurezze e ai nostri bisogni di certezze di racchiudere l’oceano in un bicchiere; la Via è una corrente sempre viva ed imprevedibile, e noi siamo chiamati a farci trasportare.

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Renè Schwaller de Lubicz, Adamo l’uomo rosso, Mediterranee, Roma, 2006.

Seneca, Lettere a Lucilio, BUR, Milano, 2002.

Rami Shapiro (a cura di), Un silenzio straordinario. Racconti chassidici, Giuntina, Firenze, 2005.

Yehuda Berg, Il potere della kabbalah. Una tecnologia per l’anima, TEA, Milano, 2005

 

Fonte: associazioneperankh

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