Spiritualità

Questione di cuore

 

Tutto è solo una strada tra tantissime possibili. Devi sempre tenere a mente che una strada è solo una strada; se senti che non dovresti seguirla, non devi restare con essa a nessuna condizione. Per raggiungere una chiarezza del genere devi condurre una vita disciplinata. Solo allora saprai che qualsiasi strada è solo una strada e che non c’è nessun affronto, a se stessi o agli altri, nel lasciarla andare se questo è ciò che il tuo cuore ti dice di fare. Ma il tuo desiderio di insistere sulla strada o di abbandonarla deve essere libero dalla paura o dall’ambizione. […]

Ti avverto. Guarda ogni strada attentamente e deliberatamente. Mettila alla prova tutte le volte che lo ritieni necessario. Quindi poni a te stesso, e a te stesso soltanto, una domanda. Il mio benefattore me l’ha detta una volta quando ero giovane, e il mio sangue era troppo vigoroso perché la comprendessi. Ora la comprendo. Ti dirò che cosa è: Questa strada ha un cuore? Tutte le strade sono uguali; non portano da alcuna parte. Sono strade che passano attraverso la boscaglia o che vanno nella boscaglia. Nella mia vita posso dire di aver percorso strade lunghe, molto lunghe, ma io non sono da nessuna parte. La domanda del mio benefattore ha adesso un significato. […]

Questa strada ha un cuore? Se lo ha la strada è buona. Se non lo ha non serve a niente. Entrambe le strade non portano da alcuna parte, ma una ha un cuore e l’altra no. Una porta un viaggio lieto; finché la segui sei una sola cosa con essa. L’altra ti farà maledire la tua vita. Una ti rende forte; l’altra ti indebolisce.”

Don Juan

Esiste una leggenda in India che parla dell’ultimo giorno della Creazione, quando gli dei si riunirono per decidere di comune accordo dove nascondere il segreto dell’universo. Il primo si fece avanti consigliando la cima più alta dell’Himalaya, dove gli uomini non possono vivere, le nevi sono eterne e non esiste nessun sentiero di accesso. “No”, risposero gli altri dei in coro, “abbiamo creato l’uomo forte ed ingegnoso, prima o poi troverà il modo per raggiungere le vette più alte del mondo”. Poco dopo, ad un altro dio venne l’idea di nascondere il segreto della vita nell’abisso più profondo dell’oceano. “No, no”, ribadiscono gli altri dei, “abbiamo creato l’uomo coraggioso e temerario. Verrà un giorno in cui egli escogiterà il modo per sondare gli abissi di tutti i mari”. Dopo un lungo silenzio, un altro dio che rimase in silenzio e pensieroso fino a quel momento, esclamò: “Io lo so, dov’è il nascondiglio più sicuro. Nascondiamo il segreto dell’universo in fondo al cuore di ogni essere umano. Là, potremo starne certi, non guarderanno mai”. Fu così che tutti gli dei furono concordi.

Questa semplice storia porta in serbo una verità autentica: il cuore come centro di tutti i percorsi. Ogni tradizione riconosce ad esso un ruolo fondamentale, senza il quale ogni studio rimane sterile ed ogni pratica diviene pericolosa. Ma la stessa leggenda è anche portatrice di un’altra amara verità: la nostra naturale tendenza a ricercare risposte altrove.

Toccare questo argomento è assai delicato, importante quanto pericoloso allo stesso tempo. Sotto la parola “cuore” ci si nasconde infatti troppo facilmente. Ogni nostro pensiero, parola, azione, ogni nostra convinzione ed ogni nostro fanatismo, per quanto deleteri si rivelino per noi e per le persone che ci circondano, possono essere giustificati a noi stessi con splendide motivazioni.

Osservando con onestà le ciclicità degli avvenimenti storici del genere umano, non è difficile individuare questo aspetto (basta pensare alle famose guerre sante). Un grande uomo della nostra epoca era solito ripeterci con fredda ironia che la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni.

Ricercare il cuore nella propria vita non significa sforzarsi di mettere in scena atteggiamenti di buonismo, accondiscendenza, pietismo o – peggio ancora – ostentare in ogni dove ottimismi forzati adottando un linguaggio mistico ed astratto. Ecco perché tale ricerca implica come condizione basilare quella di liberarsi prima di tutto da concetti moralistici che ci accompagnano più o meno consapevolmente come zavorre fin dai primi anni della nostra vita. Ecco perché Don Juan parla della necessità di essere disciplinati.

La nostra mentalità tende ad oscillare istintivamente da profondi sensi di colpa a piene auto-giustificazioni e compiacimenti per il proprio stile di condotta, ma tra un polo e l’altro è possibile riscoprire un approccio nuovo a cui non siamo generalmente abituati, più forte, più costruttivo, ma anche più faticoso: la semplice osservazione di sé nel mezzo delle azioni, con distacco, senza critica ma con una spietata onestà interiore.

Non preoccupiamoci troppo di quello che potremo vedere, e ricordiamo sempre di essere in “buona compagnia”. Nonostante le apparenze di cordialità e socialità che istintivamente ognuno di noi cerca di presentare al mondo, il nostro animo più profondo cela spesso paure, debolezze, invidie, rancori, collera, e così via. Non siamo dunque meglio o peggio di altri. Semplicemente, siamo. E da lì soltanto possiamo partire.

Non dimentichiamo che il viaggio di Dante non inizia dalla cima del Paradiso, bensì proprio dal caos, dalla consapevolezza di essere solo, di sentirsi perso, confuso e minacciato dai pericoli e dalle distrazioni del mondo. Il passo successivo è stato quello di entrare nell’Inferno, non per rimanerci o deprimersi di ciò che vedeva, ma semplicemente osservando, cercando di comprendere per poter risalire oltre.

A ben vedere l’esempio delle grandi anime che hanno camminato su questo mondo, la spiritualità è concretezza, e si misura quindi nei piccoli gesti della vita quotidiana, nella famiglia, con gli amici, sul lavoro, ecc. A nulla valgono le buone intenzioni, le belle parole, le preghiere e le predicazioni, laddove non siano accompagnati dalla loro messa in pratica nella vita di tutti i giorni. Prima di tutto, coerenza.

Svelando questa prima coltre di apparenza, sorgerà allora anche il problema di come si manifesta realmente una persona di cuore. I classici parametri fin qui sorvolati (buonismo, pietismo, ecc.) decadono per lasciare posto a nuove incertezze: in molti casi noi recitiamo la parte di persone altruistiche, generose e disponibili solo per poter essere accettati e ben considerati. Fino a quando saremo mossi da tali desideri, difficilmente potremo fare un balzo di qualità nella nostra vita.

Forse qualcuno può non riconoscere nella figura di Gesù un uomo con un cuore immenso, la cui condotta e le cui predicazioni non incarnavano totalmente questo aspetto? Eppure a fianco di gesti di estrema dolcezza compaiono esempi di estrema durezza e severità. Un esempio lo si ritrova quando cacciò i venditori e i compratori dal tempio rovesciandone i tavoli.  Forse che in questo caso ebbe un attimo di debolezza e si fece prendere dall’ira? O forse questa stessa azione rappresenta un’azione di cuore al pari di una guarigione?

Analizziamo insieme un passo tratto proprio dai vangeli:

“Non pensate che io sia venuto a metter pace sulla terra; non sono venuto a metter pace, ma spada. Perché sono venuto a dividere il figlio da suo padre, la figlia da sua madre, la nuora dalla suocera; e i nemici dell’uomo saranno quelli stessi di casa sua.” [Mt 10,34 – Tm 16]

Tali parole meritano una vita di riflessioni, ma sarebbe sciocco considerarle come un incitamento alle liti come comunemente le si considera: la vera battaglia è dentro di noi, la conoscenza di sé è un avventura ardua ma piena di splendide sorprese.

Ecco perché in diverse occasioni appare un Gesù provocatore e pungente; mettendo il suo dito nelle “piaghe” delle persone intorno a lui, nei recessi più nascosti di loro stessi, scatenava un’istintiva reazione di ribellione e non certo di piacere. Ma il tutto sembrava permeato dalla sua volontà di spronare gli individui a risvegliare qualcosa in loro stessi, a disidentificarli dalle loro debolezze.

La compassione, ossia la capacità di aiutare un proprio simile mettendosi prima nei suoi panni, si può concretizzare attraverso sfaccettature assai differenti. Mentre in taluni casi ciò può voler dire utilizzare un guanto di velluto, tramite delicatezza, dolcezza e gentilezza, in altri casi può rivelarsi necessario un polso fermo e duro, tramite provocazione e freddezza. Non dimentichiamo mai il vecchio detto: il medico pietoso fece morire il paziente.

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Laura Romano, Sumarah, Ubaldini Editore.

Don Juan, citazione in Carlos Castaneda, Gli insegnamenti di don Juan, Rizzoli.

Vangelo di Gesù.

 

Fonte: associazioneperankh

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