Spiritualità

L’archetipo del Guerriero

di Francesca Piombo

Chi è in grado di domare il proprio cuore, è capace di conquistare il mondo. (Manuale del Guerriero della Luce – Paulo Coelho)

Nella mitologia greca l’archetipo junghiano del Guerriero può trovare una rispondenza nella figura e nelle gesta del semidio Heracle, l’Ercole dei Latini, ricordato per le sue “dodici fatiche”, di cui la più rappresentativa per l’alto valore simbolico che racchiude, la lotta con l’Idra di Lerna, potrebbe aiutare a comprendere il valore della vera forza, qualità specifica dell’archetipo compiuto, quando si siano ormai integrati in un tutt’uno il coraggio con la paura, l’impulso con la ragione, la volontà con la flessibilità, l’aspirazione alla conquista col limite personale, attraverso l’incontro con gli opposti psichici, unico ponte e collegamento tra la parte cosciente e quella inconscia della psiche.

Heracle e l’Idra

Ripercorriamo allora le fasi del mito, secondo la versione che ne dà l’astrologo junghiano Howard Sasportas (1948-1992) nel suo “Gli dei del cambiamento, Urano, Nettuno, Plutone”.

Molto famoso per la sua forza e per il coraggio che l’aveva fatto distinguere già nella sua prima fatica, l’uccisione del Leone di Nemea, Heracle fu chiamato da Euristeo alla seconda fatica, in cui avrebbe dovuto uccidere il mostro a più teste che da tempo faceva strage di uomini ed animali nella città di Lerna, funestando la piccola città.

Prima di cominciare a cercare l’Idra, Heracle si reca da Chirone, guaritore e suo maestro e gli chiede cosa debba fare per sconfiggere il mostro, perché nessuno tra quanti avevano provato ad ucciderlo c’era riuscito.

E Chirone gli parla così: “Lotta frontalmente e alla luce del sole e chiedi aiuto se non ce la fai; se c’è da inginocchiarti, fallo, ma soprattutto predisponiti a perdere, perché solo così potrai vincere”.

Questo responso sulle prime sembra molto oscuro ad Heracle: un eroe come lui non poteva certo avere bisogno d’aiuto né tanto meno predisporsi a perdere. Nonostante ciò e fidandosi ciecamente del suo maestro, Heracle si mette in cammino alla volta di Lerna.

Arrivato alla palude, non riesce subito a trovare l’Idra, non la vede; poi si accorge che è immersa dentro una caverna piena di sudicio e di fango e decide così di entrare, cominciando però ad affrontare il mostro solo lateralmente, perché non si vuole sporcare; comincia così a tagliare via via le teste a lui più vicine, ma per ogni testa che mozza, ne rispuntano altre due, che vanificano ogni sforzo di avere la meglio sul mostro.

A quel punto, si ricorda le parole del maestro: “lotta frontalmente e alla luce del sole” e comprende che finché agirà in difesa o con l’inganno non potrà vincere l’Idra; esce così allo scoperto e costringe il mostro a doversi rivelare, ma l’impresa diventa ancor più difficile perché l’Idra fa uscire tutte le sue teste che si moltiplicano con una rapidità impressionante, non appena Heracle le afferra e le taglia via. La lotta sembra impossibile, ma soprattutto ìmpari e destinata ad essere perduta.

Proprio quando Heracle sta per soccombere, ecco che ricorda ancora una volta le parole di Chirone “solo l’aiuto di un vero amico ti potrà salvare”. Riconoscendo che ha bisogno di chiedere e che non potrà superare la prova da solo, va da Iolao, suo nipote a lui affezionato, che lo aiuta così nell’impresa: l’eroe accende un fuoco e non appena stacca una testa del mostro, la passa a Iolao che la raccoglie e la brucia, impedendo così alla testa di potersi rigenerare.

Quando i due stanno per tirare un sospiro di sollievo perché manca solo la testa centrale, l’unica ad essere mortale, Heracle si accorge che l’Idra mantiene la testa nel basso, sfidandolo a scendere giù… più giù e ad esporsi molto più che con le altre ed ancora una volta l’eroe si ricorda le parole di Chirone: “se c’è bisogno, inginocchiati”.

E così farà: inginocchiato nel fango della palude, si avvierà verso l’uscita costringendo l’Idra a seguirlo fuori della caverna, alla luce del sole e solo lì sarà in grado di staccare di colpo l’ultima testa, raccogliendo il gioiello in essa incastonato, nonché il veleno mortale che renderà vittoriose da quel punto in avanti tutte le sue imprese future.

La versione di questo mito è sicuramente molto illuminante sulle risorse a cui l’individuo può attingere nei momenti di prova, in cui dovrà fare appello alla sua forza, che dovrà essere non solo fisica, o collegata all’astuzia, al sapere, o alla semplice volontà, ma soprattutto psicologica, perché basata innanzitutto sulla conoscenza dell’interezza della sua natura e sull’analisi delle sue finalità.

Infatti, il mito suggerisce che l’individuo/eroe potrà acquistare una reale forza solo nell’attimo in cui, attraverso la visione chiara delle sue qualità così come dei suoi limiti; attraverso la valutazione razionale e sincera di quelle che sono le sue intenzioni ed i motivi per cui sta lottando; attraverso la conoscenza della profondità delle sue emozioni, comprese quelle più primitive e difficili da accettare, avrà anche imparato quando contare solo sulle sue forze e  quando chiedere aiuto, quando continuare a combattere e quando rinunciare, fino al punto di predisporsi anche a perdere, nella consapevolezza che il vincere una prova potrebbe dover passare attraverso un momentaneo atto di resa.

Ma si sarà soprattutto interrogato sulla sua scala di valori, su quanto le pressioni familiari, sociali e collettive hanno ancora potere su di lui e sulla sua volontà; quanto ci sia di “suo” in quello che desidera e per cui si batte e solo a quel punto potrà visualizzare il suo “mito personale”: realizzare ciò che è importante per lui e va perseguito con tutte le forze e lasciare andare ciò che è totalmente privo di importanza e solo zavorra nel viaggio della sua vita.

La figura di Chirone quindi, così come quella di Iolao, guaritore e maestro di vita il primo, amico fidato il secondo, sono particolarmente illuminanti in questo percorso di consapevolezza. Il primo sarà il simbolo della necessità che l’individuo deve saper cogliere in alcuni momenti della sua vita di fidarsi di visioni diverse non solo da ciò che pensa sia la miglior scelta possibile, ma anche dall’immagine che il suo Io culla di se stesso, a cui dovrà rinunciare perchè non lo rappresenta nella sua interezza; il secondo è il simbolo dell’ “amico interno” più che esterno e cioè delle parti nobili dell’umana natura che sanno come venire in soccorso nell’attimo in cui verranno riconosciute quelle meno nobili, che potranno essere trasformate e sanate solo dopo questo atto di riconoscimento, indispensabile per arrivare alla conoscenza completa di se stessi e non solo di ciò in cui è stato più facile identificarsi.

Ares, il dio della guerra

La figura di Heracle trova un ulteriore passaggio evolutivo in quella del dio della guerra della mitologia greca, l’archetipo per eccellenza della forza fisica: Ares, che si trasforma gradualmente nel modello più maturo ed evoluto del Marte latino.

Infatti, così come l’Ares greco era venerato come un dio invincibile perché dotato di una forza quasi bruta, mai domata dalla ragione; era un simbolo di furia che si faceva cieca e che lo trascinava in ogni battaglia con lo scopo di “lottare e basta”, per rispondere a un affronto o per un semplice bisogno di primato, alla lotta superiore e salvifica si associa invece il Marte latino che, se pur sempre divinità guerriera, era onorato dagli antichi romani come la massima divinità dell’Olimpo, perché non solo valente guerriero, ma anche dio della natura e della fertilità.

Nel Marte latino infatti, l’archetipo mitico del dio della guerra si affina e per così dire si spiritualizza nell’intento delle scelte, che spingeranno la persona in cui vibra quest’archetipo a lottare principalmente per cause giuste e superiori, più che per un utile solo personale, o per antagonismo, o mero desiderio di vittoria sull’altro.

In quest’archetipo infatti viene sottolineato, oltre al coraggio e all’energia fisica, anche una grande forza interiore che crede nella dignità stessa del combattere, che considera l’avversario non come un nemico e si fa eroico ed altruistico se c’è da intervenire per sorreggere persone innocenti ed incapaci di difendersi da sole, ma anche cedevole nel momento in cui si riconosca la necessità di farsi da parte, se la situazione lo esige per un bene superiore.

Chi abbia scelto questo modello divino in cui identificarsi, può rintracciare l’essenza di sè non più nella sfida del combattimento come scelta a priori, né per un bisogno di vittoria che lo spinge anche ad essere scorretto nei confronti degli altri, ma nel discernere attraverso la visione interna suggerita dal suo Spirito, quando valga la pena combattere e quando no; quando sia giusto lottare e quando ritrarsi dalla battaglia; ma soprattutto ha imparato ad essere diretto nelle azioni che non scaturiranno più da una re-azione all’altro o da sterili strategie di difesa, né a produrre un effetto per ampliare il senso di sé, ma da un intimo convincimento di operare nel rispetto di ciò che gli suggeriscono non soltanto la testa e l’impulso, ma soprattutto lo Spirito ed il cuore.

Questo insegnamento fondamentale da seguire nell’azione è ben colto dal pensiero orientale, come leggiamo in http://www.etanali.it/zen.htm: “le azioni che derivano dall’esperienza e la esprimono non sono tese a produrre un effetto. Le azioni che affermano la vita piuttosto che negarla, che rivelano piuttosto che nascondere, che esprimono piuttosto che reprimere, sono in un certo senso non azioni. L’azione infatti contrariamente alla manipolazione (di se stessi o degli altri), viene sperimentata come fluente dall’interno verso l’esterno invece che compiuta per andare incontro a modelli estrinseci.

“Non uscendo dalla porta si conosce il mondo. Non guardando dalla finestra si scorge la via del cielo. (Lao Tzu)”.

Secondo la filosofia orientale quindi, è solo attraverso l’azione “non azione” che si può ricondurre l’identità non a ciò che si fa, né a ciò che si possiede, meno che mai a ciò che si mostra, ma solo e semplicemente a quel che si è.

Marte in Astrologia

In astrologia, l’archetipo della forza è simboleggiato da Marte, pianeta maschile di Fuoco, Signore dell’Ariete e dello Scorpione, il cui glifo simboleggia la forza centrifuga dell’energia marziana, che fluisce dal dentro al fuori.

E’ quindi un archetipo strettamente collegato all’azione, all’attacco e all’affermazione, all’impulso vitale e alla sessualità, il cui viaggio nei segni di Fuoco illustra pienamente il passaggio simbolico che l’individuo dovrà fare per raggiungere uno stadio conclusivo di completezza, in cui la forza fisica non potrà avere alcun valore se non affiancata dalla forza morale, dalla capacità di lottare per i propri ideali con etica e senso del limite, senza scivolare nel fanatismo o nell’utopia e quindi anche dalla necessità di discriminare il momento dell’azione e quello dell’attesa, il momento della lotta e quello della resa, perché si saranno illuminati anche gli obiettivi inconsci, lasciando andare ciò che non può aggiungere nulla all’emancipazione e soddisfazione personale.

Queste fasi di perfezionamento e rafforzamento della volontà, sono ben simboleggiate dalle tre sedi astrologiche del pianeta, il primo che incontriamo dopo la nascita, messa in relazione col segno dell’Ariete, che dà il via all’intero viaggio zodiacale, come la miccia dà il via al processo di combustione; è infatti Marte che spinge l’individuo ad affermare se stesso, a portare avanti la sua volontà e a difendersi quando sia messa a rischio la sua incolumità. Marte è simbolo del sangue che scorre nelle vene, della vita stessa che ci spinge in avanti e, proprio grazie al suo significato originario di “azione”, assume coloriture specifiche nei tre Segni di Fuoco: è fuoco primordiale in Ariete, simbolo dell’impulso all’azione e istinto di sopravvivenza; è fuoco in pienezza in Leone, simbolo dell’azione misurata ed affinata dalla forza interiore e fuoco della rinascita in Sagittario, dove l’azione si fa prospettica e lungimirante, perché sono stati integrati il valore della rinuncia e quello dell’attesa.

Allo stesso modo, fondamentali sono le Sedi in cui Marte fa sentire la sua azione evolutiva: infatti nasce in Ariete come simbolo d’impulso irrazionale, si affina nel Segno dello Scorpione dove deve attraversare una fase di perdita e spoliazione e si compie nel Segno del Capricorno, simbolo della forza interiore raggiunta ed ultima tappa del viaggio marziano.

Marte nella donna

L’archetipo junghiano del Guerriero trova nell’archetipo dell’Amazzone Guerriera il suo equivalente femminile.

E’ un archetipo che si sta rivelando sempre più attivo negli ultimi tempi, dopo secoli di sudditanza al potere maschile da parte della donna, che appare sempre più consapevole della sua capacità d’azione, del suo intimo valore e ruolo fondamentale proprio in quanto donna, al di là della possibilità di vederlo riflesso o meno negli occhi di un uomo, ma anche al di là di uno sterile antagonismo per puro bisogno di rivalsa sul mondo maschile.

Quando l’archetipo è forte all’interno della psiche, di solito per la presenza di un Marte in Ariete, Leone o Sagittario, la donna sarà incline ad affrontare la vita con coraggio ed impulsività, senza far passare la mente attraverso valutazioni razionali e soprattutto senza uniformarsi al pensiero collettivo, per cui il femminile deve essere innanzitutto passivo e rinunciatario.

Se la donna è in contatto con la sua Totalità e quindi è riuscita ad illuminare la parte inconscia, collegata all’energia indifferenziata, rabbiosa e distruttiva dell’archetipo marziano, riuscirà anche a riconoscere quando attivare la guerriera che è dentro di lei  e quando metterla a tacere; quando servirsi della parte maschile della sua natura, quella che le impone di osare, facendo scelte coraggiose, anche a costo di doversi scontrare e scoprirsi aggressiva e quando rivolgersi ad archetipi più femminili e ricettivi, quelli a cui inclina naturalmente il suo principio di Eros e le radici stesse del suo “essere donna”.

Se invece la donna non si conosce nella sua interezza, se non è consapevole dello spirito guerriero inconscio che vibra dentro di lei; se ha voluto identificarsi soltanto in archetipi ricettivi per il bisogno di conciliazione che guida ogni scelta, il suo inconscio la spingerà automaticamente in situazioni limite in cui si dovrà incontrare con questa forza nascosta, dovrà scoprire un potenziale con cui lei non vuole avere a che fare, ma solo perché deroga dall’unico modello archetipico in cui si è identificata.

E saranno proprio le emozioni forti e sconvolgenti, le situazioni di “guerra” che vivrà e in cui penserà di essere capitata per caso e contro la sua volontà; saranno le persone violente e prevaricatrici che incontrerà e da cui dovrà difendersi, la molla evolutiva per la sua emancipazione, per scoprire ciò che non conosce ancora della sua natura, ma che le appartiene tanto quanto ciò in cui si è identificata.

E’ questo spesso il caso della donna che, con il Sole o un forte nucleo di pianeti in segni femminili, quali i Pesci o il Cancro, si ritrova a dover riconoscere il suo Marte posto in un segno di Fuoco, ad incontrarsi con la guerriera che è dentro di lei, che – una volta riconosciuta – potrà finalmente difenderla come una vera alleata.

Infatti, gli archetipi che restano inconsci diventano delle mine vaganti che non chiedono il permesso per manifestarsi, ma anzi lo fanno spesso fuori luogo e fuori tempo; sono loro i veri nemici interni che lottano con le nostre resistenze razionali, finché non daremo loro il giusto spazio per potersi esprimere, riconoscendo quando sia il tempo di agirli e servircene in modo appropriato e quando quello di metterli a tacere.

Di contro, se la donna si è identificata totalmente nel suo Marte di Fuoco, dimenticando completamente le radici del principio femminile di Eros che impregna la sua natura di fondo; se ha messo da parte la naturale inclinazione all’amore, alla conciliazione e al perdono che è aspetto specifico del principio femminile, sarà costretta a ridimensionare il suo Spirito guerriero, rivolgendo l’attenzione verso la sua Anima, l’unica che può permetterle di restare in contatto con se stessa e con le radici del suo stesso esistere.

Marte alchemico

Per spiegare il viaggio evolutivo del Marte astrologico, in questo particolare momento che lo vede sollecitare dal segno della Vergine gli altri segni mobili Gemelli, Sagittario e Pesci, si possono osservare alcune stampe che fanno parte del libro dell’alchimista Lambsprinck, “La pietra filosofale”, pubblicato diverse volte tra la metà del ‘600 e gli inizi del ‘700, riportate ed interpretate da Jeffrey Raff, discepolo di Jung, nel suo libro “Jung e l’immaginario alchemico”, dove l’Autore collega le esperienze immaginative degli alchimisti al percorso di individuazione junghiano, ma anche alla forza spirituale di questo percorso, specchio della tensione innata dell’animo umano verso il Divino.

Sappiamo infatti come gli alchimisti fossero fortemente convinti dell’importanza del simbolo e del ruolo immaginativo della psiche come guida nella realizzazione dell’intera Opera ed è per questo che si servivano di dipinti, raffigurazioni, stampe che loro definivano “emblemi” e che potevano fornire una guida, una mappa dove ritrovare i passi fondamentali dell’Opera e quindi, nella loro intenzione di elevazione della coscienza, accompagnare la nascita dell’uomo spirituale.

Secondo Paracelso infatti, grande medico e alchimista svizzero della fine del ‘400, proprio attraverso il simbolo e quella che la filosofia junghiana definisce “immaginazione attiva”, l’alchimista aveva “il potere di moderare i cieli, muovendosi da stella a stella”; diventava egli stesso “stella” e quindi poteva liberarsi dai vincoli del destino, autodeterminarsi ed elevarsi spiritualmente.

Di primaria importanza quindi il ruolo di Marte nell’Opera alchemica, associato sia al ferro, come metallo proveniente direttamente dalle stelle (dal latino, sider), che al fuoco, per il suo fondamentale ruolo di agente purificatore, nonché principio spirituale che permette alla Pietra di rivelarsi.

Gli stadi del processo alchemico infatti, non sono che l’esatta metafora del percorso junghiano di purificazione della coscienza che, resa torbida dalle passioni e dagli attaccamenti, dai condizionamenti e dalle cariche energetiche distruttive, nonché dalle spinte collettive, coscienti ed inconsce che hanno dominio sull’Io e ne bloccano l’individuazione, è chiamata dall’inconscio personale a rientrare in contatto con la sua Totalità e permettere la nascita di uno stadio conclusivo dell’essere totalmente rigenerato, il Sé junghiano, che è anche l’archetipo della completezza.

Marte in Ariete, l’azione dell’Io

In questo emblema, il secondo della teoria di 15 stampe, vediamo un guerriero sguainare la spada per difendersi ed abbattere un drago che lo sta minacciando, in una lotta che assume il simbolo dello scontro tra la parte cosciente e quella inconscia della psiche, tra quella maschile e quella femminile; infatti il guerriero è la personificazione dell’Io che si trova ad affrontare il mondo dell’inconscio, simboleggiato dal drago, così come nel mito di Heracle era simboleggiato dall’Idra.

Il drago e l’Idra sono figure fantastiche dall’alto valore simbolico, perché se da un lato appaiono terribili nella loro ferocia, dall’altro contengono in sé anche qualità positive, simboleggiate, nel caso dell’Idra, dal gioiello che conserva nel cuore della sua natura.

Leggiamo un passo tratto dal testo “Coelum Terrae” di Thomas Vaughan (metà del ‘600), dove il drago parla così di sé: “Sono l’antico drago presente ovunque sulla faccia della terra; sono padre e madre, giovane e vecchio, in discesa verso la terra e in ascesa verso i cieli, altissimo e infimo, leggero e pesante. Sono la tenebra e la luce, scaturisco dalla terra e sorgo dal cielo”.

Sappiamo come nella filosofia orientale il drago occupi un posto d’onore, perché riassuntivo dello Yin e dello Yang e cioè del concetto che non ci può essere luce senza ombra, bene senza male, vittoria senza sconfitta, inizio senza fine.

In questo caso il drago simboleggia il Sé latente, sconosciuto alla coscienza e per questo da affrontare ed il cavaliere, così come era stato per il mito di Heracle e l’Idra, simboleggia  l’opera dell’Io cosciente che deve incontrarsi con l’inconscio per dare vita all’integrazione tra i due mondi e quindi permettere all’individuo, attraverso la ricomposizione degli opposti, di raggiungere quell’equilibrio ed integrità a cui aspira la sua psiche.

Scrive Jung: “Il Sé è l’unione di conscio ed inconscio e, come tutti gli archetipi, ha un carattere antinomico, paradossale; è maschile e femminile, vegliardo e fanciullo, potente e fragile, grande e piccolo. Il Sé è un’autentica complexio oppositorum".

Bellissimo quindi il collegamento che Raff fa tra il drago e l’inconscio, tra il cavaliere e l’Io, che diventa il guerriero intrepido ed ardito del Marte in Ariete, coraggioso ed imprudente nello slancio in avanti, ma forse anche simbolo del passaggio dallo stato istintivo del primo stadio dell’essere marziano verso quello più riflessivo e consapevole del Marte in Leone, secondo Segno di Fuoco e sede del Sole, dove il guerriero diventa l’eroe, il principio di Logos junghiano, dove lo scontro con l’avversario non è più solo dettato da un mero bisogno di primato o semplice reazione all’altro, ma dalla capacità di scegliere razionalmente ed individuare le mosse giuste che permetteranno la vittoria, compresa l’accettazione di possibili sconfitte sulla via.

La stessa spada che il cavaliere sguaina con fare minaccioso contro il drago assume il valore di “acutezza della mente” che riesce ad affrontare il caotico mondo dell’inconscio grazie alla saldezza interiore ed al discernimento razionale; qui l’inconscio ed il Sé latente hanno bisogno della forza razionale della mente, della sua capacità di discriminare e spezzettare i vari contenuti psichici, come sciogliendoli, per permettere loro di ricomporsi in una forma nuova, non separata e totalmente rigenerata (solve et coagula).

Ma si potrebbe trovare anche un’altra lettura in questo bellissimo emblema: il cavaliere indossa elmo e corazza, è equipaggiato di tutto punto forse per simboleggiare le difese che la mente conscia mette alle irruzioni dell’inconscio come prima reazione al contatto. Il terrore di essere sopraffatto da queste forze, caotiche ed irrazionali, deve essere compreso e mai sottovalutato dall’Io, soprattutto nelle fasi iniziali del contatto, ma nemmeno spingerlo a barricarsi dietro un eccesso di difesa, ad organizzare strategie razionali per impedire l’incontro, quando solo dall’incontro è possibile la trasformazione ed il raggiungimento della completezza.

Non è un passaggio facile questo per l’Io, perché prevede anche una spoliazione e cioè la perdita di tutte quelle barriere mentali ed argomentazioni logiche che la ragione mette a difesa dell’immagine che l’Io ha di sé, o che di sé vuole dare agli altri, che devono essere abbandonate o ridimensionate per permettere l’integrazione.

Anche nel mito di Heracle è evidenziato questo passaggio in cui l’eroe deve far morire la sua presunzione di essere invincibile per poter avere la meglio sull’Idra. Allo stesso modo, la lotta alla luce del sole che Chirone lo invita a fare, senza strategie o illusioni della mente, è il simbolo del bisogno di chiarezza verso cui spinge la psiche per permettere alla coscienza di incontrarsi con i contenuti psicologici rimossi ed in ombra, simboleggiati dalla caverna in cui è rintanata l’Idra e che potranno essere illuminati solo con un atto di vero coraggio marziano.

Secondo Jung, solo dopo aver riconosciuto la sua fragilità, la sua vulnerabilità e la necessità di poter contare su un aiuto che sia posto al di fuori di lui e della sua sfera di controllo, l’individuo potrà integrare la parte solare cosciente con quella lunare inconscia della psiche, quella razionale maschile con quella istintiva femminile, attingendo all’aiuto interno delle sue migliori qualità che la buona volontà ed il coraggio che l’analisi richiede gli avranno fatto rintracciare in se stesso.

Infatti, l’inconscio non è soltanto il contenitore di complessi e contenuti infantili rimossi che impediscono una sana individuazione, (individuo: dal latino, non diviso), ma è anche lo scrigno dei potenziali non utilizzati e di tutte le qualità mai sfruttate che, una volta illuminati, possono rendersi disponibili per individuare nuovi canali espressivi capaci di utilizzare l’energia creativa che si è resa fruibile, solo dopo che sia avvenuto il benefico sblocco.    

E’ per questo che, nell’attimo in cui il drago-inconscio muore o si arrende alla coscienza, è l’Io stesso che fa morire una parte dell’identità precedente perché possa avvenire la nascita di un nuovo Sé, più maturo e consapevole.

Non a caso il drago in alchimia rappresenta sia l’inizio della “prima materia”, grezza ed indefinita, sia la possibilità del suo compimento, “la terza materia”, la Pietra filosofale, in cui il Sé latente si è trasformato in Sé manifesto.

Marte in Scorpione, la morte dell’Io

Il quinto emblema della Teoria, che ho scelto come passaggio fondamentale del percorso astrologico marziano, ci presenta una scena violenta, dove due animali, maschio e femmina, si stanno aggredendo per uccidersi e vincere l’uno sull’altro.

Si tratta del simbolo della lotta tra gli opposti, rappresentata come un’esperienza di violenza e smembramento, di sangue e morte.

Ma che il percorso stia avvenendo così come è giusto che avvenga, è espresso dall’immagine del ponte che compare sullo sfondo della stampa, assente in quella precedente, simbolo dell’avvenuta unione tra i due mondi, non più divisi ma in contatto tra loro e pronti per essere equilibrati.

Marte in Scorpione trova, a mio avviso, in questo emblema tutta la forza e la potenza dell’archetipo che rappresenta: è infatti il simbolo della lotta tra la parte maschile e quella femminile della psiche che vogliono prevalere l’una sull’altra: la parte maschile cosciente e quella femminile inconscia hanno bisogno di questo scontro perché l’individuo possa indurle a collaborare tra loro, attraverso l’energia psichica che si sprigiona proprio dall’incontro con gli opposti.

Infatti, la visione junghiana della libido, diversa da quella freudiana che la riconduce esclusivamente alla pulsione sessuale, introduce un aspetto positivo nell’azione che gli opposti hanno sulla psiche, perché l’energia di Fuoco che si sprigiona dall’incontro tra i contrari possa dare il meglio di sé.

Le passioni, i moti dell’animo, le contraddizioni ed i paradossi che si generano nella psiche col conseguente desiderio di risolverli ed equilibrarli tra loro sono il necessario presupposto a che si generi quella spinta propulsiva, quella corrente energetica necessaria ad elaborare le cariche distruttive trasformandole in creative, in un moto continuo ed ascensionale di purificazione. Infatti, se da una parte si deve riconoscere l’impossibilità da parte della coscienza di poter integrare completamente l’inconscio, per il mistero stesso che impregna la vita, è proprio l’energia psichica il presupposto che spinge a non fermarsi, ad andare avanti, per approdare a stadi migliorativi dell’essere, in un continuo sforzo di tensione spirituale verso il Divino.

Attraverso questo scontro-incontro, la funzione trascendente junghiana, si può compiere un viaggio introspettivo di conoscenza ed illuminazione, che non potrà avvenire se non passando attraverso il coraggio marziano di accettare una spoliazione, un’altra, ancor più cruenta di quella simboleggiata dalla lotta del cavaliere contro il drago, così come ogni passaggio a uno stato d’individuazione superiore prevede che si “faccia spazio”, lasciando andare i sentimenti inferiori, ma anche le suggestioni e rassicurazioni di quello precedente, nonché gli alibi e le strategie di un Io ancora fragile perchè troppo intimorito dall’incontro con la sua Totalità.

Marte in Capricorno, la vera forza

L’ultimo emblema che ho scelto, il nono della Teoria, ci presenta un re, seduto sul trono, all’interno di un tempietto, con un globo nella mano destra ed uno scettro in quella sinistra, una figura che può evocare il Marte che si compie in Capricorno, Segno messo in relazione con l’autonomia e la realizzazione personale.

La figura è in posa ieratica e poggia i suoi piedi sul drago, ormai domato e non più temibile; per salire al trono, sette i gradini che ricordano i sette stadi dell’Opera alchemica, i sette metalli e i sette pianeti fino a Saturno, simbolo del tempo lineare che ci invita ad usare al meglio l’esperienza di vita, così come la ruota che si vede sul trono, potrebbe rimandare al tempo ciclico della Teoria della Rincarnazione, al Kharma e alla filosofia orientale della Samsara.

L’autorevolezza, il buon governo, il senso etico e la padronanza delle proprie emozioni che è facile attribuire a questa figura regale e spirituale possono riscontrarsi solo nel Marte che si compie in Capricorno, Segno in cui si chiude il viaggio evolutivo di questo pianeta, nella Casa di Saturno, il finitore di ogni cosa.

Il re è il simbolo dell’avvenuta trasformazione, è la Pietra Filosofale che, dopo aver attraversato le tappe della purificazione e della mortificazione, della spoliazione e della sublimazione, è simbolo dell’avvenuta trasformazione, del nuovo stato dell’essere: è il Tempio di Dio.

Allo stesso modo,  il Marte che si compie in Capricorno ha visto nobilitarsi via via tutti i passaggi astrologici che lo vedono nascere nel Segno dell’Ariete, col suo bisogno imperioso d’individuazione; passare attraverso la morte di tutto quanto non può essere utilizzato e trasformato nel Segno dello Scorpione, fino all’esaltazione nel decimo Segno dello Zodiaco, dove la forza non è mai prevaricazione o annientamento dell’altrui volontà, ma accoglienza e miglioramento innanzitutto della propria natura; dove il bisogno di vittoria a tutti i costi è stato integrato dal discernimento e dalla comprensione dei propri valori; dove la sconfitta non genera più frustrazione, ma il coraggio necessario per continuare a combattere; dove non conta “chi vince e chi perde” ma solo andare avanti sulla strada evolutiva; dove l’azione non è più re-azione ma padronanza dei propri moti interiori, attraverso il dominio su di sé più che di un potere da esercitare sugli altri; dove la spinta inconscia alla distruzione è stata trasformata in creatività  e costruzione, così come sono stati trasformati e sublimati i sentimenti inferiori che fanno parte dell’umana natura, indispensabili perché possa avvenire il necessario cambiamento e perché la vocazione e tensione al Divino che è celata in ogni creatura spingano l’individuo a migliorarsi, grazie all’atto di riconoscimento, di perdono ed accettazione della sua Totalità, che non ha avuto timore di fare.

Scrive Paulo Coelho nel suo: “Manuale del Guerriero della Luce”:

Il guerriero della luce ha appreso

che Dio si serve della solitudine per insegnare la convivenza.

Si serve della rabbia per mostrare il valore della pace.

Si serve del silenzio per far riflettere sulla responsabilità delle parole.

Si serve della malattia per sottolineare la benedizione della salute.

Si serve del fuoco per impartire una lezione sull’acqua.

Si serve della Terra perché si comprenda il valore dell’aria.

Si serve della morte per mostrare l’importanza della vita.

di Francesca Piombo

Bibliografia

Howard Sasportas, Gli Dei del Cambiamento, Astrolabio Ubaldini, Roma 2000

Jeffrey Raff, Jung e l’immaginario alchemico, Edizioni Mediterranee, Roma 2008

Lambsprinck, La pietra filosofale, Edizioni Mediterranee, Roma 1984

Paulo Coelho, Manuale del Guerriero della Luce, Bompiani, coll. AsSaggi

Lidia Fassio, Lezioni di Astropsicologia, Il cammino evolutivo di Marte

http://www.etanali.it/zen.htm

Tratto da: flashdesmond.blogspot.com

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