Spiritualità

Il Filo di Arianna

di Eleazar

 

« Tutto è mente – L’Universo è mentale »
Il  Kybalion

Nella città di Roma, nei pressi del Pantheon, precisamente davanti alla chiesa di Santa Maria sopra Minerva, costruita sui resti di tre templi pagani (il “Minervium”, dedicato a Minerva Calcidica”, l’“Iseum”, dedicato ad Iside e il “Serapèum”, dedicato a Serapide) si trova una statua, opera del Bernini, che raffigura un elefante che trasporta un obelisco egizio.

Alla base di tale scultura campeggia un’ epigrafe fatta incidere da papa Alessandro VII nel 1667.

L’elefante del Bernini con sopra l’obelisco egizio in piazza Santa Maria sopra Minerva

L’iscrizione recita così:

SAPIENTIS AEGYPTI INSCULPTAS OBELISCO FIGURAS AB ELEPHANTO BELLUARUM FORTISSIMA GESTARI QUISQUIS HIC VIDES DOCUMENTUM INTELLIGE ROBUSTAE MENTIS ESSE SOLIDAM SAPIENTIAM SUSTINERE

Ossia: “Chiunque qui vede i segni della Sapienza d’Egitto incisi sull’obelisco, trasportato dall’elefante, il più forte degli animali, intenda questo come prova, che ci vuole una mente robusta per sostenere una solida sapienza”.

L’indicazione è chiarissima: un monito per tutti coloro che intendono intraprendere la Via della Conoscenza, per giungere alla Sapienza, attraverso un lavoro di trasformazione del proprio essere.

Per permettere questo non è possibile prescindere da un lavoro sostanziale sulla mente, un lavoro “radicale”, volto soprattutto all’educazione e alla disciplina di quell’ “Utero” metafisico che, nella forma del nostro cervello, diventa l’“Athanor” di quei fluidi e di quelle correnti astrali che prenderanno, poi, forma sul piano quaternario, in pensieri, parole e azioni, costituendo la base per la realizzazione della Grande Opera.

Ogni “luogo” va preparato adeguatamente per accogliere ogni forma di realtà superiore.

In un luogo sporco e caotico potranno entrare solo elementi di tale natura, come in un luogo pulito e ordinato potranno prender posto solo entità di qualità elevata.

E’ stato così anche per il Cristo.

Egli prese forma e spazio in un uomo, Gesù, soltanto dopo che quell’uomo preparò e dispose il suo corpo e la sua mente ad una condizione adeguata alla Forza, alla Luce e alla Potenza di ciò che quell’Energia poteva esprimere in Lui.

Trasfigurazione del Cristo

Questa legge è immutabile e si ritrova dappertutto.

Il simile attrae il proprio simile!

Anche lo Spirito non può prendere contatto diretto col corpo finché questo mantiene le sue vibrazioni basse.

Per questo esiste l’Anima: perché funga da mediatrice tra spirito e corpo e partecipi alla spiritualizzazione del corpo e alla materializzazione dello spirito.

Ma, al di là di tutto, cosa significa lavorare sulla mente?

Cosa comporta?

Comporta soprattutto un lavoro sovrumano!

Potrebbe rendere l’esempio, quello di un occhio che riesce a guardare se stesso?

Non c’è cosa più difficile che sconfiggere il drago oscuro della mente.

Ma, fortunatamente, ognuno di noi ha le armi per farlo.

Lavorare in questo senso è la premessa per giungere a quella che, più comunemente, viene chiamata “Illuminazione”.

La stessa Divinità, come afferma Giordano Bruno ne “De la causa principio e uno”, è Intelletto puro, l’Intelletto primo e universale, che tutto crea e permea la realtà fisica secondo il Suo progetto.

L’intelletto universale è l’intima, più reale e propria facultà e parte potenziale de l’anima del mondo. Questo è uno medesimo, che empie il tutto, illumina l’universo e indirizza la natura a produrre le sue specie come si conviene; e così ha rispetto alla produzione di cose naturali, come il nostro intelletto alla congrua produzione di specie razionali. Questo è chiamato da’ pitagorici motore ed esagitator de l’universo, come esplicò il Poeta, che disse: totamque infusa per artus Mens agitat molem, et toto se corpore miscet.
Questo è nomato da’ platonici fabro del mondo. Questo fabro, dicono, procede dal mondo superiore, il quale è a fatto uno, a questo mondo sensibile, che è diviso in molti; ove non solamente la amicizia, ma anco la discordia, per la distanza de le parti, vi regna. Questo intelletto, infondendo e porgendo qualche cosa del suo nella materia, mantenendosi lui quieto e inmobile, produce il tutto. È detto da’ maghi fecondissimo de semi, o pur seminatore; perché lui è quello che impregna la materia di tutte forme e, secondo la raggione e condizion di quelle, la viene a figurare, formare, intessere con tanti ordini mirabili, li quali non possono attribuirsi al caso, né ad altro principio che non sa distinguere e ordinare. Orfeo lo chiama occhio del mondo, per ciò che il vede entro e fuor tutte le cose naturali, a fine che tutto non solo intrinseca, ma anco estrinsecamente venga a prodursi e mantenersi nella propria simmetria.”
Ebbene, tra queste righe appare chiaro quanta importanza abbia l’intelletto per operare nella Manifestazione, che altro non è che espressione stessa dell’Intelletto.

Ma qual è la differenza tra l’intelletto e la mente?

È una differenza sostanziale.

La mente è un’Utero, un Athanor alchemico, dove l’intelletto entra e, se trova le condizioni favorevoli, prende corpo e forma, diventando Sapienza.

La mente, per analogia, non è altro che uno “strumento musicale” attraverso cui l’aria (intelletto) entra e produce un suono.

Ma non sempre i suoni espressi sono armonici.

Uno strumento non accordato emette suoni distorti e disarmonici.

Per questo, lo strumento, per emettere buona musica, deve essere sempre accordato.

Non è un caso che il “La di diapason”, la nota che “si dà” per accordare e corrisponde al “La” della terza ottava del pianoforte, ha un’altezza riproducibile da tutti gli strumenti e voci umane, quasi a significare che è un codice universale, da tutti riconosciuto, come fosse il “suono assoluto”.

Statua romana della Dea Iside, rappresentata con in mano il “sistro”, uno strumento di forma simile al diapason.

E la terza ottava?

E’ un caso, ma rimanda immediatamente al terzo chakra del corpo umano, guarda caso, localizzato in prossimità dell’ombelico, collegamento con l’origine della vita!

Allo stesso modo, “accordarsi” mentalmente con l’Intelletto equivale ad accordarsi con la Sorgente Universale, origine della Creazione e quindi custode delle infinite possibilità della Manifestazione.

Attingendo a questa è quindi possibile entrare nel “codice genetico” della Struttura molecolare dell’Universo e avere il potere “reale” di interagirvi.

Ma non è tutto così facile.

La mente, essendo la parte “fluida” del cervello, è direttamente connessa anche con la Materia, intesa in tutte le sue espressioni e articolazioni.

La mente, infatti, è la stessa matrice che crea i vizi, rimanendo vittima e schiava dei fluidi energetici e magnetici, di cui il corpo vitale e animale sono ricchi.

L’intero Universo è un sistema elettromagnetico e l’essere umano non è da meno.

Il nostro corpo, in ogni sua singola parte, crea e riceve onde vibrazionali.

Tali emissioni incidono sul complesso sistema organico e i ricettori fisici trasmettono tali informazioni al sistema cerebrospinale.

E’ qui che si compie la sintesi di tutto il processo.

Sappiamo, anche, che il corpo umano è composto al 99% di molecole d’acqua.

Questo significa che le vibrazioni in entrata nel nostro sistema corporeo sono amplificate da questa natura liquida e memorizzate, totalmente, sia a livello conscio che inconscio.

Stessa cosa accade quando si tratta di emissioni.

L’acqua svolge sempre un ruolo da amplificatore.

Infatti, esotericamente, tutti liquidi sono i custodi della memoria e, soprattutto, delle emozioni.

Le nostre cellule, infatti, composte quasi totalmente da acqua, attraverso la riproduzione, si trasmettono, nel tempo, la memoria di tutte le informazioni ricevute, dal momento della generazione, plasmando e conformando la mente alla vibrazione ricevuta da queste stesse.

Da ciò ne consegue che, una mente, alimentata e formata da vibrazioni basse e disarmoniche, avrà una conformazione rigida e bloccherà, distorcendola, l’azione dell’intelletto superiore, esprimendo un intelletto inferiore di natura oscura e squilibrata.

Mentre, al contrario, una mente alimentata da vibrazioni armoniche ed elevate, creerà una mente sottile che darà spazio alla discesa e all’azione dell’Intelletto superiore, mantenendone la forza e la qualità.

Ma cosa determina l’assimilazione di basse vibrazioni piuttosto che di quelle alte?

Nella maggior parte dei casi, la cattiva gestione e “digestione” delle forze primordiali!

Tali forze sono localizzate alla base delle sette ruote energetiche, chiamate chakra.

I sette chakra

Sono forze istintive e, a volte, molto violente, che abbiamo ereditato dal mondo animale.

Sono localizzate all’altezza dei primi tre chakra, quelli che gestiscono le forze che legano l’essere direttamente al piano materiale e cioè: l’istinto di conservazione, di riproduzione e d’identificazione.

Questo primo triangolo è, quindi, quello deputato alla creazione dell’Ego e della personalità ed è il regno dell’istinto e il bacino del nostro inconscio.

Ne viene, quindi, che, coloro la cui coscienza non riesce ad elevarsi al di sopra del terzo chakra, saranno sempre in balia di queste forze, deputate esclusivamente al soddisfacimento dei bisogni dell’Ego.

Non riuscendo, quindi, a superare gli istinti di conservazione e d’identificazione non riusciranno mai, di conseguenza, ad operare né ad accettare alcuna trasformazione.

Perseguiranno continuamente il bisogno di affermazione, di potere, di controllo e di piacere, sospinti dalla vanità e dall’ossessione e saranno continuamente preoccupati della sopravvivenza e ossessionati dalla paura della morte.

E qual è la vibrazione più bassa se non la Paura!?

Per questo, nelle Scuole misteriche, ogni candidato, prima di entrare a farne parte, doveva superare un’iniziazione, che altro non era che una morte virtuale.

Con l’iniziazione si subiva un vero e proprio choc emozionale, attraversando le prove dei quattro elementi e, con queste, la morte virtuale dell’Ego.

Per questo, al superamento delle prove, ognuno acquistava un nuovo nome, il nome iniziatico, che indicava la nascita dell’uomo nuovo!

Ma perché è tutto così difficile?

Perché ogni forma, in Natura, sul piano materiale, tende a stabilizzarsi, cercando continuamente di difendersi da ciò che minaccia tale equilibrio, anche se tale equilibrio è solo apparente.

E, come ogni cosa, in Natura, anche l’essere umano non è da meno e, soprattutto, la sua mente.

Ognuno tende, istintivamente, a trovare una forma stabile, nella propria vita, proprio per istinto.

L’Ego, come detto, ha bisogno di individuarsi, di prendere forma e di imporsi, sin dalla nascita, e per far questo deve “identificarsi” in ciò che fa e in ciò che pensa.

Ma il suo sviluppo rimarrà sempre su un piano orizzontale poiché elevarsi verticalmente comporta il superamento reale dell’istinto di conservazione.

Il dio Mitra, Principio solare, uccide il toro, Principio lunare.

Una mente che avrà superato la “morte”, attraversando il mare delle emozioni, acquisterà una forza stabile e robusta poiché le sue fondamenta saranno radicate nella consapevolezza di non poter più morire.

Al contrario, una mente legata ai bisogni dell’Ego resterà sempre debole e preda degli istinti poiché le sue fondamenta saranno radicate nella Paura!

Per questo, sebbene l’Ego spinga l’Essere a cercare di individuarsi e a distinguersi, alla fine, la “debolezza” mentale e la paura di “non essere riconosciuto”, lo porterà, inconsapevolmente, ad omologarsi, piuttosto che ad elevarsi.

Omologazione che sarà l’origine di un’alienazione da se stessi.

Infatti, l’adesione alla Coscienza di massa, fondata sull’abitudine, la ripetitività e, soprattutto, sulla conservazione di tutto ciò che rende apparentemente stabili e sicuri, allontana sempre di più l’individuo dal contatto col proprio Io superiore, in quanto si realizza una vera e propria, piena identificazione con tutto ciò che è legato al pensiero collettivo e a tutte le convinzioni che lo accompagnano, a discapito di una vera visione personale fondata sulla ricerca e sul dubbio.

L’adesione a questo stato di coscienza genera una sorta di “sclerotizzazione” delle percezioni individuali, convertendo la fruizione delle “informazioni” da diretta ad indiretta, da attiva a passiva e, soprattutto, da cosciente ad incosciente.

Da ciò ne deriva che, da un piano di coscienza superficiale, la massa di tutto questo composto “sedimenterà”, penetrando sempre più in profondità, fino a giungere, passando attraverso il subconscio, alla radice dell’inconscio.

Da qui sarà difficile rimuoverla.

L’inconscio non ce lo permetterà, proprio perché la sua pesantezza e il suo spessore renderà tutto più oscuro fino a non riuscire più a distinguerne l’origine e la natura.

E’ qui che risiede il “drago oscuro”, nascosto nel labirinto del nostro cervello, ed è da qui che lui stesso regna sulla mente e su tutto l’essere, fagocitando tutto ciò che entra nella sua ombra, perfino la stessa Luce!

Siamo di fronte ad un vero e proprio “buco nero”, in cui tutto ciò che entra nella sua orbita viene fagocitato, senza avere più la possibilità di uscirne.

Un “Buco Nero”

Ricordate il mito del Minotauro?

Riscopriamone il contenuto:

In un’epoca molto lontana dall’unione di Zeus con Europa nacquero tre figli: Minosse, Radamanto e Sarpedone. Quando Zeus lasciò Europa, quest’ultima sposò Asterione, re di Creta e poiché le loro nozze si rivelarono sterili, Asterione adottò i tre fanciulli e li nominò suoi eredi legittimi.
Alla morte del padre, Minosse rivendicò per se il trono di Creta, dichiarando che quello era il volere degli dei e, per essere certo di riuscire nell’impresa, pregò Poseidone di fare uscire qualcosa dalle acque del mare con la promessa di offrirlo poi in sacrificio al dio.
Poseidone accolse le preghiere di Minosse e fece uscire dalle onde del mare un magnifico toro bianco che valse a Minosse il regno di Creta.
Quest’ultimo però, venne meno alla sua promessa e offese il dio, rifiutandosi di uccidere il toro, perché abbagliato dal suo splendore, e sacrificò in sua vece un altro toro.
Il dio del mare per punire l’affronto, si vendicò, in modo tanto crudele da restare come monito per le generazioni future: fece nascere in Pasifae, moglie di Minosse, una morbosa passione per il toro sottratto al sacrificio.
Quest’ultima confidò la sua insana passione a Dedalo, il più famoso architetto ateniese, in esilio a Creta, che promise il suo aiuto e per lei costruì una vacca di legno, ricoperta con una pelle di vacca e montata su quattro ruote, dove la donna poteva introdursi per poter soddisfare il suo desiderio.
Dall’unione di Pasifae ed il toro nacque il Minotauro, una creatura per metà toro e per metà uomo.
Minosse, diede allora incarico a Dedalo, di costruire un labirinto, dal quale nessuno sarebbe potuto uscire, per rinchiudervi il Minotauro, in modo che non avesse alcuna possibilità di fuga.
Dedalo, nella speranza di guadagnarsi la fiducia del sovrano, costruì quello che è noto alla storia come il labirinto di Cnosso.
Vuole così la leggenda che il Minotauro venisse rinchiuso nel labirinto e che ogni anno sette giovani e sette fanciulle della città di Atene (città che era stata vinta dal re di Creta) venissero sacrificati al Minotauro per saziare la sua fame di carne umana.
Per due volte fu ripetuto il sacrificio fino a quando, alla terza spedizione, giunse a Creta Teseo, figlio di Etra ed Egeo, sovrano di Atene, fingendosi parte del gruppo dei sacrificandi con l’intento di porre fine ai sacrifici.
L’impresa era molto difficile non solo perché doveva uccidere il Minotauro, ma perché una volta entrato nel labirinto, era impossibile uscirne.
Il giovane si innamorò di Arianna figlia di Minosse e da questa fu aiutato nell’impresa che avrebbe liberato Creta dal Minotauro. Infatti quando fu il turno di Teseo di entrare nel labirinto, questi dipanò lungo la strada un rocchetto di filo, fornitogli da Arianna, su suggerimento di Dedalo.
Quando Teseo giunse al cospetto del mostro, lo uccise e, riavvolgendo il filo, riuscì ad uscire dal labirinto .…”

Teseo uccide il Minotauro

È incredibile come questo racconto sia perfettamente calzante col nostro discorso e rappresenti la conferma di quanto il Mito sia sempre una fonte ricca di verità universali e senza tempo, all’interno del quale si nascondono infinite chiavi per aprirci le porte dell’evoluzione.

Trasformare se stesso è l’impresa più ardita che un essere umano possa compiere.

Tagliare le corde che ci tengono legati al pensiero di massa, alle convinzioni e a tutto ciò che, passivamente e inconsciamente, prendiamo come vero e consideriamo come unica realtà, fino a farla diventare parte integrante del nostro DNA, senza rendercene minimamente conto, è il primo obiettivo che si richiede a chi decide di intraprendere la Via della Trasmutazione.

Infatti, milioni di informazioni, ogni giorno, colpiscono i nostri sensi e vengono assunte dal nostro cervello, senza essere minimamente “filtrate”, diventando “cibo” ricco di “tossine”, stress e paure di ogni genere.

Con questo “inquinamento” viene plasmata la nostra mente che, sotto questo peso, rallenta la sua vivacità mercuriale, ispessendosi, appesantendosi e, sprofondando in una sorta di automatismi, diventa preda di un sonno che la risucchia nell’oscuro magnete inconscio che nel mito è rappresentato dal Minotauro e dal labirinto.

Ma come fare per liberarsi di questa oscura forza? Come sconfiggerla?

Il Mito può aiutarci.

Partiamo dall’inizio.

Cosa rappresenta il Toro bianco che Poseidone dona a Minosse, perché diventi re, attraverso il suo sacrificio?

Tutto fa pensare al Mercurio, il Principio volatile e fluido che, nelle sembianze del toro, nasce dalla spuma del mare, come avviene per la nascita di Venere.

Infatti, il simbolo del Toro zodiacale e quello del Mercurio alchemico sono di origine lunare.

Entrambi sono rappresentati da un cerchio sormontato da una falce di luna, a rappresentarne le corna. Ma in più, il Mercurio ha, sotto il cerchio, una croce che, tolta la falce, diventa il simbolo zodiacale di Venere e del femminile.

Il passaggio da Toro a Venere attraverso Mercurio

Nulla è per caso.

Il sacrificio di questo Principio Lunare è alla base del mistero alchemico e, attraverso questo, l’uomo diventa Re!

Per questo l’alchimia è chiamata la Via Regale.

Minosse avendo sacrificato un altro toro, con Principio di natura bestiale, e non quello di Natura divina, ha creato, indirettamente, un “mostro”, una deformazione genetica, espressione di forze caotiche e incontrollate.

Teseo, colui che vincerà il Minotauro, giunge a Creta attraversando il mare.

L’Acqua è per antonomasia il simbolo della vita, ma molto spesso può diventare il simbolo della morte.

L’Acqua vivifica, ma allo stesso tempo infracidisce e imputridisce tutto ciò che impregna.

Qual è, quindi l’elemento discriminante tra il vivificare e l’imputridire?

Sicuramente il fuoco! Il fuoco spirituale!

Quello che nel Mito è rappresentato da Teseo e dalla sua Spada.

Ma come può il Fuoco esser contenuto nell’Acqua?

Il Mercurio ne è la dimostrazione.

Infatti, il nostro Mercurio è il veicolo liquido del Fuoco (lo Zolfo).

Senza di lui lo Zolfo, che è il nostro Principio spirituale, non potrebbe agire nei piani bassi.

Il Mercurio rappresenta, infatti, il nostro Principio animico.

Arianna attende Teseo fuori dal labirinto da un dipinto del XVI secolo

Egli può trasformarsi in tutto ciò a cui aderisce, prendendo ogni tipo di aspetto e qualità, agendovi “omeopaticamente” per trasformarlo.

Egli agisce sulle emozioni e nei luoghi infernali, intendendo per “Infero” ciò che è in basso: la sorgente del Fuoco Eros, le forze ctonie e magmatiche, che nascono dal caos primordiale, che sfociano nella passione e nell’istinto di riproduzione e di conservazione.

Egli può farlo poiché, essendo estremamente volatile, può sfuggire alla presa magnetica di questi luoghi, senza rimanerne intrappolato e cadere preda del “drago rosso”, custode di quella Forza che ci libererà dal “drago nero” dell’inconscio.

Per questo viene chiamato il dio dei ladri, poiché mascherandosi e trasformandosi, riesce ad estrarre e a rubare l’”oro alchemico”, imprigionato nelle miniere oscure degli Inferi.

Parliamo di un oro non materiale, ma di una forza ignea che ci servirà per scardinare la “serratura” delle oscure prigioni dell’inconscio.

Infatti il nostro Mercurio, diventato “acqua ignificata”, una volta “rubata” questa Forza negli inferi, deve risalire attraverso la colonna vertebrale e portarla al “cielo” oltre il terzo chakra, fino al settimo, per sconfiggere l’ultimo drago e permettere poi alla Luce dell’Intelletto superiore, che gli ebrei chiamano Shekinah, di discendere a sua volta in tutto l’essere.

Gli orientali chiamano, questa Forza “infernale”: Kundalini e la rappresentano con un serpente.

Da qui il simbolo mercuriale del caduceo, dove due serpenti salgono verso l’alto, con moto spiraliforme, fino a raggiungere una pigna alata, simbolo della ghiandola pineale, localizzata al centro della testa.

Ma Mercurio, a questo punto, per risalire e compiere giustamente la sua missione, deve prima, a sua volta, purificarsi di tutto ciò che gli ha permesso di aderire alla dimensione “infera” ed è così che viene rettificato e trasformato da “mercurio dei filosofi” nel “mercurio filosofale”, cambiando le sue corna da Toro ad Ariete.

Geroglifico alchemico in cui lo zolfo (principio spirituale) è raffigurato all’interno del mercurio (principio animico lunare) a sua volta inserito nel sale (principio fisico). Il tutto contenuto all’interno del mercurio filosofale (principio animico solare rettificato e trasformato).

Infatti, se così non facesse, porterebbe in alto “materiale impuro” e vibrazioni basse, che non farebbero altro che produrre l’effetto opposto: la pazzia!

Per questo, molto spesso, nei testi alchemici si ammoniscono i soffiatori (cioè coloro che si definivano alchimisti senza esserlo veramente), di temere i vapori del mercurio poiché il loro contatto li avrebbe portati alla pazzia.

In effetti il mercurio è come un veleno che a seconda di come lo si usa può provocare la morte o guarire, ma per quest’ultima ipotesi bisogna conoscerne molto bene l’utilizzo.

Così il nostro Teseo, principio Igneo, una volta attraversate le acque emozionali e vinte le paure, si addentra nel labirinto con l’aiuto di Arianna, il nostro Mercurio.

Egli lo lega ad un filo che gli permette di raggiungere il Minotauro e uscire dal labirinto, dopo averlo ucciso.

Teseo è lo Zolfo che, ancora legato al Mercurio, si addentra nel labirinto dell’inconscio e qui affronta le forze bestiali nascoste nell’oscurità e nell’oblio.

Tali forze, rappresentate dal Minotauro, disarmonico nella forma e nella sostanza, si sono sempre nutrite dell’energia che, attraverso i sette chakra, raggiungeva la parte centrale del cervello, ma che veniva poi risucchiata nell’ombra dall’inconscio, senza avere la possibilità di comunicare con l’intelletto superiore.

Non a caso, nel mito, ogni anno venivano sacrificati sette giovani e sette fanciulle, proprio ad indicare ogni forma di emozione e di vibrazione scaturita da ognuno dei sette centri focali, le sette porte, con cui ogni essere è in relazione con l’esterno, sia in entrata che in uscita.

Alla fine Teseo riesce a uccidere il Minotauro, riuscendo, finalmente a separare, la natura animale da quella umana, rappresentate dalla testa di toro e dal corpo di uomo.

Non è un caso che in Alchimia, spesso, tale operazione viene raffigurata, in varie fasi, con un taglio della testa e tale testa, nella fase al Nero, è ciò che viene chiamata “caput corvi”.

Tale operazione, consiste in un “separandum”, e cioè, l’estrazione del seme divino, attraverso la separazione e la purificazione dalla testa tagliata, che avviene con la putrefazione di tutto ciò che è di natura bestiale!

Spesso la nostra mente è dominata da queste forze animali.

Le ritroviamo nelle ossessioni, nelle paure inconsce, nelle coazioni a ripetere, nelle depressioni, nell’impossibilità di liberarsi dai condizionamenti e, soprattutto, nell’irrefrenabile istinto di sopravvivenza delle proprie dinamiche, anche se autodistruttive.

Soltanto soggiogando queste forze animali è possibile ripristinare il canale di comunicazione tra le sette ruote e l’Intelletto superiore, quell’energia dello Spirito che finalmente potrà entrare nella materia e manifestarsi nella forma.

Il filo di Arianna è il mezzo finale per il compimento dell’Opera: l’uscita dal labirinto.

Ma cosa significa svolgere e riavvolgere quel gomitolo di filo?

Sappiamo che il labirinto di Cnosso, non è un classico labirinto, ma è monocursale, cioè composto di un solo percorso che non conosce né bivi né scorciatoie e conduce obbligatoriamente al centro e viceversa.

Pianta del Labirinto di Cnosso da un testo di Athanasius Kircher

Per questo risulta strano l’impiego del filo, visto che Teseo sarebbe comunque potuto uscire tranquillamente da solo, dopo aver ucciso il Minotauro.

Ma è chiaro che il suo utilizzo nasconde altri significati.

Sembrerebbe tutto assurdo se non ponessimo l’attenzione sull’immagine in pianta del labirinto.

La sua forma è proprio quella di un gomitolo, quasi di una spirale, di un filo avvolto su se stesso, proprio come quello di Arianna.

Il gomitolo è lo stesso labirinto che srotolato perde il suo aspetto disorientante e diventa orientamento per Teseo.

È quello che i Massoni chiamano il ribaltamento della squadra.

Orientamento che prende forza da “Oriente”, la Sorgente di Vita.

Prende Forza da quella Luce dell’Intelletto superiore che il nostro Mercurio-Arianna ha riconnesso alla Forza Kundalini, il serpente che giace negli inferi, all’interno del nostro coccige, a guardia delle forze ctonie.

Anch’esso, raggomitolato a spirale, viene poi srotolato dal Mercurio e portato verso l’alto con movimento spiraliforme intorno al canale cerebrospinale.

È incredibile e indubbio, a questo punto, come la figura di Arianna sia proprio quella del Mercurio, il quale, come detto prima, si maschera e si trasforma in tutto ciò a cui aderisce, svelandone e conoscendone la natura intima.

È lui che, dopo essersi gettato negli inferi e aver “copiato” il “codice” del serpente, o drago rosso, diventa egli stesso serpente, riuscendo, nei “cieli”, a neutralizzare con l’“antidoto”, estratto dal suo stesso “veleno”, il drago nero dell’inconscio.

La spirale del labirinto ha il marchio del serpente, a conferma che la prigione dell’inconscio è opera delle forze ctonie mal gestite, negli inferi, che hanno preso il sopravvento sulla mente.

Alla luce di tutto questo diventa ancora più chiara la frase incisa alla base dell’elefantino del Bernini, in piazza Santa Maria sopra Minerva, a Roma.

Non può esserci Sapienza e Illuminazione senza la realizzazione di una mente robusta, poiché, in mancanza di questa, non potrebbe esserci la naturale discesa della Luce dell’Intelletto Primo e Superiore all’interno di tutto l’Essere.

di Eleazar


Fonte: kuthumadierks.com

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