Spiritualità

Venere Alchemica – Confronto tra Alchimia, Astrologia e Mito

di Francesca Piombo

clip_image002 “Io sono il Dio che scende dai Cieli sulla terra

per far della terra Cielo.

Io sono l’amore, l’amore,

io sono l’amore “.

dal film “Philadelphia” di Jonathan Demme


Nel percorso alchemico di trasmutazione da una condizione materiale a quella spirituale, Venere/Afrodite, simbolo dell’Anima cognitiva junghiana, occupa sicuramente un posto fondamentale, indispensabile perché si compia l’intero processo di elevazione, favorito dall’incontro con la bellezza, sia essa contenuta nella natura, nell’arte, nella musica, nella poesia, o comunque in tutto ciò che ispira armonia, equilibrio ed amore.

Scrive Aldo Carotenuto in “Integrazione della personalità”: “La bellezza deve essere considerata come forza attivatrice delle energie creative dell’individuo e la sua repressione come una manovra funzionale al depauperamento del sogno individuale a favore di un adattamento passivo ed accomodante”.

Gli alchimisti perseguivano la bellezza dell’anima. Nel loro viaggio di ricerca, sapevano che dopo aver attraversato “l’oscura notte” della Nigredo, dopo aver permesso all’anima di fare esperienza della materia e dei limiti che questa impone, attraverso la mediazione di Venere, “la dorada” della mitologia, potevano accedere alla fase di mezzo del processo alchemico, l’Albedo, che faceva da ponte a quella della Rubedo, in cui la Pietra poteva rivelarsi.

Questo ruolo di mediatrice che aveva il pianeta in alchimia è ben espresso anche in astrologia, dove Venere, Signora del Toro e della Bilancia, accompagna l’Io verso l’incontro col Tu, che è innanzitutto un incontro con l’innata tensione all’armonia e all’amore che, preesistendo all’Io stesso, sono la sua più grande eredità.

E’ Venere che, attraverso lo stupore naturale che ci coglie di fronte a qualsiasi forma di perfezione estetica, grazie al sublime che queste visioni esterne producono all’interno attraverso moti spontanei ed estatici del cuore, è come se ci costringesse all’amore, permettendoci di uscire dal guscio narcisistico dell’Io e facendoci aprire all’altro; è per questo che i Romani parlavano di “Venus Verticordia”, che apre i cuori, perché alcune dimensioni emotive si possono sperimentare soltanto attraverso percezioni più sottili che sfuggono al filtro dell’intelletto; attraverso il desiderio di partecipare dell’Amore divino che si manifesta nel Creato, Venere/Afrodite proietta l’Ego verso il Sè, dove è celata la fonte espressiva di ogni creatura.

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Venere presiede a qualsiasi forma creativa, al di là di ogni paura, al di là di ogni esitazione; grazie a Venere noi lasciamo il territorio dell’ordinario e del finito, e quindi il segno della Vergine e le sei case sotto l’orizzonte ed entriamo nello straordinario e nell’Infinito, dalla Bilancia ai Pesci, ma per far questo dobbiamo iniziare da quello che gli alchimisti chiamavano “l’amor di sé” e cioè il rispetto e l’accettazione della nostra natura più completa, della nostra umanità, perché solo riconoscendo l’imperfezione del nostro essere terreni e finiti possiamo scoprire il potenziale divino ed infinito che è racchiuso in ognuno di noi.

E il primo stato d’animo in cui si incontra l’amor di sé e quindi il rispetto della propria interezza, è sicuramente lo stupore.

Gli alchimisti davano un valore fondamentale a quella che definivano “l’esperienza dello stupore”, perché è solo stupendosi di qualcosa all’esterno che l’uomo può toccare la propria essenza più vera, quello di cui è capace, il suo valore specifico ed essenziale, quello che lo può portare a contattare il divino che è nascosto dentro di lui, ma contemporaneamente sarà costretto a stupirsi quando s’incontrerà con i lati inferiori della sua natura, con ciò che rinnega di sé, di cui non ha alcuna consapevolezza, ma che gli appartiene tanto quanto ciò in cui si è identificato.

In questo dipinto del Botticelli, “La Calunnia” che l’artista dipinse nel 1496 e che gli alchimisti rinascimentali proponevano tra le opere capaci di accompagnare il percorso alchemico ed il valore della percezione visiva, procedendo da destra verso sinistra, vediamo che le due figure conclusive sono l’allegoria del Rimorso, vestita di nero e Venere, che impersona la “nuda Verità”.

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Rimorso è l’emblema dello stupore che si prova di fronte all’Amore che si fa bene assoluto ed unica Verità; il gruppo delle figure sulla destra, buie e sconvolte da sentimenti inferiori, allegorie dell’Ignoranza, primo fra tutti i sentimenti inferiori per gli Orientali, del Sospetto, del Livore, dell’Insidia, dell’Invidia e della Frode, è come se trovasse una sintesi nell’ultima figura oscura, quella di Rimorso che, mentre è ancora protesa col corpo verso la scena violenta che si sta svolgendo sotto i suoi occhi, volge lo sguardo a Venere con inquietudine, con sbigottimento, con stupore: è lo stupore che si prova per la facilità con cui la Bellezza e l’Amore ci fanno abbandonare i sentimenti inferiori e ci elevano; è lo stupore per il desiderio innato di tendere alla completezza, alla nuda Verità. Non a caso il grande chimico alchimista Paracelso diceva che “l’alchimia è l’unico modo per separare la Verità dal falso”.

Leggiamo ancora Aldo Carotenuto: “La contemplazione del bello accende nell’anima il desiderio di compiere se stessa e di generare a sua volta bellezza ed ogni sua mortificazione comporta anche un impoverimento della dimensione desiderante. Assistiamo oggi a quella che chiamo “l’astrazione del desiderio”: svincolato dalle sua radici istintuali, il desiderio perde il suo oggetto, se ne allontana, relegandolo nelle regioni dell’assenza o dell’idealizzazione. E’ un’operazione di lento tradimento della nostra dimensione interiore, una repressione che l’individuo paga col malessere dell’anima”.

Ma potremmo anche attribuire un altro significato a questo bellissimo dipinto: la nuda Verità e quindi l’Amore e la Bellezza non possono essere colti nella loro essenza più pura se non dopo aver fatto esperienza e riconosciuto la parte inferiore ed ambivalente dell’animo umano; è per questo che i sentimenti inferiori stratificati nel fondo dell’inconscio diventano il prerequisito stesso della trasformazione, il substrato da cui si deve partire nel percorso d’individuazione, che non potrebbe mai compiersi se non dopo quest’atto di illuminazione, di coraggio e di accettazione della condizione umana.

Solo così la Bellezza diventa anche un principio di realtà, razionale e lineare così come l’astrologia vuole sia l’energia di Terra della prima Sede di Venere, Toro, e successivamente quella d’Aria della Sede Bilancia, che diventano un mezzo di conoscenza interiore e contemporaneamente di ascesi verso il Cielo, così come nel dipinto ci illustra Venere, che rivolge lo sguardo e la sua mano destra verso l’alto indicando, come sintesi e ritorno ai luoghi cari allo Spirito, la via del Divino.

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Seguendo Venere, si ritrova “la strada di casa”, una dimensione psichica specifica e personale in cui ci si può riconoscere, accogliere e rispettare perchè si sente che quella è “la propria strada”, non imposta da nessuno all’esterno, né da chi ha influenza su di noi, nè dall’orientamento e dal sentire collettivo.

E Venere, desiderio e stupore, ci stupisce già nel mondo fisico per il semplice fatto che, a differenza di tutti gli altri pianeti, ci appare come Stella del mattino e della sera e ci accompagna in questo percorso terreno. Come se lei, figlia della Luna e sorella del Sole nelle leggende e miti dei popoli più antichi, primo pianeta per la civiltà Maya che interpretava in maniera evolutiva il passo dei suoi cicli, fornisse l’anello di congiunzione per riunire la Terra con il Cielo, la parte femminile con quella maschile dell’umana natura, spingendo l’Io a confrontarsi con l’altro da sé per trovare la giusta alchimia, l’alchimia del distacco, Venere pianeta d’Aria, l’alchimia dell’equilibrio, Venere Signora della Bilancia, la dea alchemica che è in ognuno di noi.

La definizione di “dea alchemica” è della studiosa junghiana Jean Bolen, che ne parla nel suo: “Le dee dentro la donna”.

Nel libro, vengono presentate le dee della mitologia greca come immagini archetipiche di bisogni specifici della psicologia femminile che si attivano per far entrare in contatto la donna con la totalità dei suoi potenziali, attraverso il riconoscimento che saprà fare durante l’esperienza di vita “della dea giusta a cui rivolgersi” per esprimere al meglio questi potenziali.

Le dee della mitologia greca rientrano in due specifiche categorie di divinità femminili che la filosofia junghiana distingue in quella delle così dette “Dee Vulnerate”: Era, la moglie; Demetra, la madre e Kore, la fanciulla/figlia e in quella delle così dette “Dee Vergini”: Atena, dea della guerra e della saggezza, Artemide, dea della caccia e della Luna Nuova ed Estia, la dea del fuoco.

La distinzione tra “Vulnerate” e “Vergini”, nella psicologia mitica, non è certamente collegata alla sessualità, ma ad uno stato psicologico di maggiore o minore integrità interiore, tale che corpo, mente ed anima possano mantenersi liberi o meno da qualsiasi dipendenza psicologica ed emotiva.

L’archetipo della “Dea Vulnerata”, dal latino “vulnus”, “ferita”, si ritrova di solito nella donna che ha necessità di coinvolgersi nelle esperienze con l’altro, di stringere rapporti molto intensi con le persone che ama, perché certa di potersi realizzare solo se in relazione affettiva stretta con un’altra persona, mentre l’archetipo della “Dea Vergine” è prescelto dalla donna che aspira a bastare a se stessa, ad essere “una in se stessa” e quindi autosufficiente ed indipendente a livello emotivo a tal punto da rifiutare ogni legame che si riveli a lungo andare limitante per ciò che lei considera il bene più prezioso: la sua libertà.

Col termine “Vulnerate” quindi, s’intende una condizione psicologica che può indurre la donna che si sia identificata soprattutto in quest’archetipo divino a dipendere da un’altra persona per sentirsi realizzata o valorizzata, perché incapace di darsi valore da sola, di riconoscere la sua bellezza interiore, ma nello stesso tempo la espone al rischio di soffrire per inevitabili stati di perdita, di abbandono e tradimento proprio da parte delle persone da cui lei si è resa dipendente.

L’archetipo delle dee “Vergini” invece, se da un lato soddisfa la donna nel farla sentire libera di esprimere se stessa, rischia però di condurla in un territorio di deserto interiore, in una condizione di aridità psicologica ed emotiva che le impedisce di vivere intensamente la vita, di appassionarsi e dare senso alle sue scelte per paura di soffrire, impedendole così di esprimere le ricche sfaccettature del suo mondo emotivo.

A metà tra queste due categorie di dee, la Bolen colloca proprio Venere, definendola “Dea alchemica”, perché – se pur fortemente autonoma ed indipendente nell’esprimere se stessa, come una dea Vergine – sceglieva di farlo immergendosi totalmente nell’esperienza del “qui ed ora” che stava vivendo, senza però lasciarsi imbrigliare in alcun modo dall’esperienza stessa.

Questa potenzialità di Venere è ben espressa in astrologia dove il pianeta simboleggia non solo la tendenza verso l’armonia e l’equilibrio, la capacità di amare e scambiare amore, ma anche il valore personale, la capacità razionale di scelta e soprattutto il principio d’autostima.

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Il glifo di Venere, che ricorda lo specchio, rimanda ad un simbolo di verità, contro cui nulla può fare la mente conscia con i suoi inganni ed idealizzazioni; è un simbolo che punta soprattutto a far riflettere su quanto sia importante il rispetto e la conoscenza di se stessi, così che l’esperienza attirata dall’esterno possa illuminare la visione dei propri potenziali, del proprio valore personale, ma anche dei limiti e delle fragilità su cui lavorare.

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Per questo motivo, in astrologia Venere è anche l’archetipo della relazione, un simbolo che rimanda alla prima relazione che abbiamo vista riflessa negli occhi di nostra madre e che ci aiuterà, sia nel caso si sia espressa in maniera positiva che deludente, a conoscerci meglio nella nostra interezza, ad accoglierci ed accettarci per esprimere o migliorare ciò che è stato ceduto, nel bene e nel male, alle origini della nostra storia.

Accanto alla Luna, il primo pianeta femminile di relazione, Venere ci indica il modo in cui poterci sentire in relazione con l’altro, accogliendolo nella sua interezza perchè è stato fatto il giusto lavoro, non facile né indolore, d’interiorizzare la propria.

Scrive Aldo Carotenuto: “Se il rapporto primario è stato conduttore di tradimento, solo la possibilità di vivere e ripercorrere, all’interno di una relazione sana, le fasi dello sviluppo, elaborandone gli aspetti negativi ed abbandonandosi con fiducia all’azione ristrutturante del rapporto stesso, potrà fornire gli strumenti per superare la negazione di sé ed aprirsi ad una dinamica trasformativa”.

E’ per questo che Jung vedeva in Afrodite il riassunto dell’archetipo “Anima”, che definiva “l’archetipo della vita stessa”, perchè è dall’anima, strettamente collegata all’inconscio, che dipende direttamente la possibilità di dare senso a tutto ciò che la ragione/Logos sceglie e di trovarvi soddisfazione. L’Anima junghiana non ha alcuna valenza collegata ai dogmi o alle confessioni religiose; l’Anima junghiana, il femminile transpersonale, è energia allo stato puro, non inquinata da alcun condizionamento esterno perchè espressiva di quanto di più vivo, autentico e spontaneo c’è nella psiche.

E’ solo grazie all’anima che possiamo entrare in contatto con le nostre profondità emotive, con la nostra ispirazione, partecipando al flusso delle percezioni ed aprendo la porta ad un mondo non solo razionale ma proprio per questo più aderente alla totalità della realtà.

Per questo motivo, il pianeta presiede anche alla capacità di scelta e quindi precede Marte, principio di volontà e di azione, nel direzionare l’energia libidica proprio lì dove il Sole vuole andare per realizzare se stesso, per dare senso alle proprie scelte e compiere l’individuazione.

Scrive Jung in “Pratica della Psicoterapia”: “L’uomo senza relazioni non possiede totalità, perchè la totalità è raggiungibile solo attraverso l’anima, la quale dal canto suo non può esistere senza la sua controparte, che si trova sempre nel Tu”.

In questo dipinto del “Salone dei Mesi” del Palazzo di Schifanoia a Ferrara (1468-1470), si può notare come l’artista celebri il trionfo di Venere su Marte, proprio così come vuole l’astrologia; infatti l’azione di Marte potrà essere ben direzionata e fonte di soddisfazione soltanto se l’intenzione che sta alla base della scelta sia in linea con i propri valori personali e non con quelli a cui tende la psiche collettiva.

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Di fondamentale importanza sarà quindi conoscere “cosa” ricerca Venere, ciò che le piace e che desidera nella totalità dell’archetipo che rappresenta, per non esporsi alla delusione di un risultato che, fortemente voluto a livello cosciente dall’Io, diventerebbe una vera e propria non-scelta, perchè apparirebbe ingannevole e deludente nel momento della conquista, vuoto e privo di significato, in quanto contrario o non in linea coi disegni del Sè.

Leggiamo ancora Aldo Carotenuto: “Senza una conoscenza di ciò che è sotteso ai nostri presunti desideri, non possiamo comprendere la ragione della direzione che decidiamo di assumere nella nostra vita, l’orientamento reale che diamo alle nostre azioni. Senza un tale tipo di conoscenza, la nostra esistenza trascorrerebbe nel tentativo vano di riempire il vuoto che ci abita: distoglieremmo lo sguardo dalla nostra realtà interiore, prefiggendoci delle mete, delle prospettive future non scelte”.

Conoscere, ri-conoscere ed attivare la propria Venere, assegnandole un ruolo fondamentale nel cammino che ogni donna ed ogni uomo dovrebbero intraprendere per arrivare alla conoscenza di sè ed in ogni stagione della vita, dall’adolescenza alla maturità fino al declino della vecchiaia, permette all’individuo di percorrere le tre tappe alchemiche fondamentali per trasformare quanto di sé è rimasto ancora oscuro perchè vincolato da attaccamenti e bisogni solo personali (la Nigredo), quanto può permettergli uno stadio non più solo materiale, ma spirituale di apertura alla Verità (l’Albedo) e quanto può trasformare l’energia che si è resa disponibile dopo questo processo di elevazione, in fuoco creativo (la Rubedo).

E Venere, la “soror mystica” in alchimia, e quindi la sorella divina che permette all’alchimista di passare dal contatto con la materia alla rigenerazione mistica, alla rinascita iniziatica, nell’ Albedo è associata al rame, l’aes cuprum, di cui era ricca l’isola di Cipro, che aveva dato i natali alla dea, simbolo lui stesso di unione e forza creativa.

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Infatti, nell’antica Cina, dove il termine “rame” ha il significato di “unione”, si utilizzava il metallo per coniare monete con un foro al centro, che poi venivano poste l’una sull’altra sotto il letto degli sposi come augurio di durata e forza creativa.

Venere, “soror mystica” è in ognuno di noi, ma dobbiamo avere il coraggio di attraversare la prima fase.

E’ la fase che Jung definiva “della chiamata”, una fase tanto oscura quanto segnata dalla violenza, così come violento era stato l’atto che aveva permesso la nascita della dea.

Infatti, delle due versioni che ci vengono riportate, di Omero e di Esiodo, questi ci narra di come Afrodite fu generata in seguito ad un atto di violenza: l’evirazione da parte di Crono del padre Urano, i cui genitali cadendo in mare, formarono una spuma bianca (ἀφρός ), da cui nacque Ἀφροδίτη (Afrodite).

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E ad atti di “violenza” veniva sottoposto anche il metallo vile durante il primo stadio del processo alchemico. Addirittura gli alchimisti parlavano di “martirio del metallo”, come a dire che si trattava di un processo non breve, ma lento e doloroso di purificazione, in cui la fase di macerazione del metallo veniva collegata alla frustrazione dell’attesa, quella di putrefazione veniva collegata alla rinuncia del delirio di potenza e quella di distillazione, decantazione ed essiccazione venivano collegate alla capacità spirituale di bruciare tutto ciò che non si rivelava indispensabile e vitale per il raggiungimento della meta finale.

Alla fine della Nigredo si arrivava alla “spuma di Venere”, l’Albedo, fase che Jung definiva “del ritrovamento del tesoro”, che permetteva all’alchimista di raggiungere nella fase finale della Rubedo, la capacità di trasformare i metalli vili in oro, da sempre simbolo di perfezione ed immortalità.

E’ solo grazie a Venere che è unione, sentimento cognitivo ed immaginazione creativa che si può nobilitare e trasformare l’energia dirompente di Marte in coscienza consapevole e responsabile nell’azione.

E’ solo attivando Venere, come incontro e simbolo d’unione, come spinta all’amore disinteressato, che si può ottenere una mediazione benefica e risanatrice.

Ed anche in astrologia, Venere in Bilancia si pone in un punto intermedio in cui si incontrano le energie opposte delle case sotto e sopra l’orizzonte; con la sua esaltazione in Cancro e trasparenza in Pesci, attraverso un moto d’amore ed accettazione nei confronti di se stessi e della propria interezza, apre all’amore e all’accettazione dell’altro, al rispetto della sua diversità.

E’ Venere che promuove l’Amore Universale. E’ lei che fornisce gli ideali da perseguire e le priorità da individuare, secondo quelli che sono i reali valori, perchè si è fatta chiara la scelta; è Venere che ci fa incontrare con le nostre manchevolezze che dobbiamo perdonare; ci fa capire l’importanza del reale contatto con l’altro e non solo con l’immagine illusoria ed idealizzata che dell’altro ha creato la mente; è Venere che opera la “coniunctio oppositorum” alchemica: riconcilia l’Animus con l’Anima, il Logos con l’Eros, lo Yang con lo Yin, il Sole con la Luna, in modo che possano finalmente collaborare tra loro alla creazione della coscienza alchemica, né maschile, né femminile, ma androgina e riassuntiva della Verità Assoluta.

E chiudo questo studio con quanto leggiamo su Venere/Amore ne “La via dei Tarocchi”, di Alejandro Jodorowsky e Marianne Costa a proposito dell’arcano n° 17 “Le Stelle”:

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“Sono nel mondo, sono del mondo, agisco nel mondo.

Sono in me, sono di me, agisco in me. Separata e unita nello stesso tempo,
minuscolo ingranaggio di una macchina cosmica, collaboro, ricevo e do,
assorbo e distribuisco. La mia nudità è totale: nessun principio mi guida,

nessuna legge che non sia quella naturale.
Se dico “ sono” è perché nell’ infinita molteplicità degli esseri e delle cose

ho trovato il mio posto, nel mondo e in me stessa, non ha importanza dove.

Non ho bisogno di cercare, non ho nessuna immagine di me stessa,

sono al mio posto. Qui e ovunque, volontariamente legata.
Sono in ciascuna particella di polvere, in ciascun territorio, in
ciascun corso d’ acqua, in ciascuna stella, in ciascuna parte del mio corpo.

E come faccio a non rispettare il mondo, le mie ossa e la mia carne?

Tutta questa materia non mi appartiene, mi è stata data in
prestito soltanto per un frammento di tempo. E la rispetto perché è il
mio tempio, il tempio dove risiede il Dio impensabile.

Lo spirito è materia, e la materia è spirito,

l’ universo nasce ed esplode costantemente

e al suo centro, là dove mi sono inginocchiata, io sono.

In ogni attimo, non abbandono mai il presente. Nulla può incatenarmi,
ne’ il passato ne’ il futuro. Ne’ i sentimenti ne’ i progetti.
Costante, fedele al mio posto, ricevo e do. E quando dico

“sono del mondo e di me stessa” significa che mi abbandono senza reticenze,
eliminando alla radice ogni critica. Non giudico. Amo e servo.
Non mi allontano mai, neanche per lo spazio dello spessore di un capello;

appartengo, quindi venero, obbedisco. Perciò sono nuda, nuda
come un albero, un uccello o una nuvola.

Sono del mio corpo, della mia carne e del mio sangue;

essendo, mi è impossibile abbandonare o
abbandonarmi a me stessa. Come non amare ciò che mi possiede
amorosamente?

E colma di questo amore di schiava, raggiante, agisco sul mondo e su me stessa.
Mi apro a tutti gli infiniti, lascio circolare in tutti i pori della mia pelle

l’ alito degli dèi. Mi lascio attraversare da tutti i misteri.

E al centro del mio ventre, divenuto infinito,

ricevo e lascio nascere la luce nella sua interezza”.

di Francesca Piombo


Bibliografia:

Carl Gustav Jung: “Psicologia ed Alchimia”, Bollati Boringhieri, 2006
Carl Gustav Jung: “Studi sull’Alchimia, in Opere vol. XIII, Bollati Boringhieri, 1988
Carl Gustav Jung: “Pratica della Psicoterapia”, in Opere vol.XVI, Bollati Boringhieri, 1981
Jeffrey Raff: “Jung e l’immaginario alchemico”, Edizioni Mediterranee, 2008
Jean S: Bolen: “Le dee dentro la donna”, Astrolabio Edizioni, 1991
Aldo Carotenuto: “Integrazione della Personalità”, Bompiani, 2007
Alejandro Jodorowsky, Marianne Costa: “La Via dei Tarocchi”, Feltrinelli, 2009

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