Spiritualità

Omraam Mikhaël Aïvanhov : “Nessuna prigione può trattenere lo Spirito!”

Tratto da Omraam Mikhaël Aïvanhov: "Per Diventare un Libro Vivente"

"Per due anni sono rimasto immerso nel buio. Ne ho accumulato con grande gioia. Si trattava del buio più nero, del tutto nero. Quel nero è un mistero. È in lui che si formano le cose, nell’oscurità. Il bianco è la manifestazione, il nero è la formazione. Il bambino si forma al buio. Il nero è due volte simbolico: per gli uomini comuni, il nero è il male, l’egoismo, l’inferno; per gli Iniziati, è il mistero non illuminato, non chiarito".

Omraam Mikhaël Aïvanhov

Quando si parla del sacrificio del Cristo proviamo tutti un’inspiegabile senso di devozione, rispetto, amore; qualcosa in noi si slancia verso il cielo alla ricerca di un senso che attraverso la sofferenza dell’uomo Gesù possa dare significato anche ai dolori che attraversano la nostra vita. Sebbene la crocifissione imprima immagini molto forti  nelle nostre viscere, sono pochi gli esseri umani capaci di partecipare davvero a quell’evento, percependolo su di sé, abbracciandolo totalmente con tutti i propri sensi. In sostanza, non è facile discostarsi dalla semplice presa di coscienza dell’orrore della passione, per viverlo come evento personale, intimo, e con l’assoluta consapevolezza delle tribolazioni spirituali affrontate da Gesù.

Ciò è normale…la fragilità dell’uomo ordinario non può accogliere la portata dei sacrifici che i grandi maestri dell’umanità accettano di vivere per il bene dei proprio fratelli.  Tuttavia, la sofferenza del Cristo spesso perde il suo reale effetto su di noi anche per via di una lontananza “storica”, in cui la nostra mente è tentata di relegare la figura di Gesù in una nebbia mitologica, che poco aderisce con la nostra realtà di tutti i giorni.

Ecco perché l’insegnamento della Scienza Iniziatica prosegue il suo inesorabile cammino adattandosi e aggiornandosi all’evoluzione dell’uomo moderno: affinché egli non perda mai la luce delle verità che è portato a realizzare nella propria esistenza. E allora, occorrono grandi uomini, grandi iniziati che ripercorrano le vie del Cristo, che ci ripropongano sempre le leggi divine della Via, della verità e della vita, affinché esse non di disperdano e vengano dimenticate dalle nostre anime fragili.

Omraam Mikhaël Aïvanhov è stato uno di questi grandi maestri, uno di quei rari iniziati che ha accettato su di sé sacrifici insopportabili per l’uomo comune, dalla povertà, alla solitudine, fino alla prigionia.

Quando nel pieno della notte ricevette la tele­fonata da un fratello che aveva scoperto i progetti dei suoi nemici e che gli consi­gliava di fuggire all’estero, fratello Mikhaël non volle fuggire…

"Vogliono farla mettere in prigione".

Questo fu il contenuto della telefonata, una sentenza grave, che avrebbe spinto alla fuga molte persone.

Ma Mikhaël non aveva mai pensato di lasciare la Fratellanza o di abbandonare il suo lavoro. Aveva accettato da molto tempo le soffe­renze e le prove che costellavano la sua vita e si può dire che quella notte acconsentì a passare attraverso il fuoco con una consapevolezza ancora più grande della fero­cia dei suoi nemici. Quel momento preciso fu forse un punto di svolta per la sua mis­sione. Sulla bilancia, infatti, vi erano da un lato le prove peggiori che rischiavano di compromettere la sua stessa missione e dall’altro una scappatoia con la possibilità di ricominciare altrove. Era libero di rifiutare di bere il calice amaro che gli si pre­sentava ma sapeva di dover accettare di scendere nell’oscurità più terribile al fine di riemergere poi nella luce. Poco tempo prima aveva detto, a proposito della prova che i suoi fratelli e sorelle affrontavano insieme a lui, che tutti gli esseri umani un gior­no dovranno attraversare l’inferno:

"Gesù è sceso all’inferno perché il sentiero che conduce al cielo passa di là. Tutti passe­ranno per l’inferno per recarsi in paradiso; vuol dire che quando lavorerete per vincere i vostri difetti, davanti a voi si aprirà un inferno che dovrete attraversare per un certo perio­do. Quando ne uscirete vincitori una seconda lotta si presenterà al di fuori di voi e, se sare­te ancora vincitori, tutti taceranno e nessuno dirà più niente. Fino a quel momento finale però è necessario saper essere un eroe”.

Mercoledì, 21 gennaio 1948, Fratello Mikhaël venne arrestato di sorpresa e con­dotto al Commissariato di polizia con un pretesto. In seguito fu trasferito alla pri­gione della Santé di Parigi dove venne incarcerato sulla base di false testimonianze. Impietriti, i membri della fratellanza non sapevano cosa fare. Non credevano alla colpevolezza di Fratello Mikhaël ma alcuni avevano paura oppure si vergognavano di confessare ai loro amici che avevano fatto parte della sua famiglia spirituale. In pochi gli restarono fedeli. Vivevano costantemente con il cuore carico d’angoscia e riflettevano sui mezzi per difenderlo. I giornali continuavano a pubblicare articoli su di lui e la fratellanza era circondata da un’atmosfera colma di minacce, ostilità e di­sprezzo.

Nell’insegnamento del Maestro Aïvanhov, il bene e il male sono entrambi necessari alla vita, hanno entrambi un doppio ruolo, come il fuoco che distrugge o riscalda, come le piante velenose che uccidono o guariscono a seconda dell’uso che se ne fa L’importante è saper utilizzare il male per trasformarlo in bene. È così che tutti possono utilizzare. Le prove, le malattie e le sofferenze servono per elevarsi, come uno scalatore si serve delle asperità della roccia per arrivare fino in cima, come la natura trasforma i rifiuti per far crescere gli alberi e le piante: in questo senso, il male è spesso un bene nascosto per le persone che soffrono. Anni dopo Omraam dirà:

"Quanto mi è successo, cioè il fatto che i giornalisti mi abbiano presentato pubblicamente come un satiro e come un mostro, non è stata forse per me la cosa peggiore? Ve lo dico i con franchezza: tutte quelle accuse ingiuste, tutte quelle beffe, erano terribili da soppor­tare, ci sono perfino dei giorni in cui si preferirebbe essere morti piuttosto che disonora­; ti a quel punto. Alcuni si sono suicidati per molto meno! La calunnia è qualcosa che ha l’effetto di un veleno mortale. Ma la Scienza iniziatica era li per mostrarmi che forse la cosa migliore che potesse accadermi era proprio quella, perché mi ha obbligato a per­correre un cammino sconosciuto, a trovare in me armi, risorse insospettate ed energie che altrimenti non avrei mai trovato”.

Occorreranno dieci anni dalla sua liberazione, prima che la reputazione di Fratello Mikhaël sia lavata da tutte le sozzure. In quel momento si trovava al sud con la fratel­lanza per un congresso estivo. Alla fine del mese di settembre del 1960 molti suoi fra­telli e sorelle si erano riuniti per celebrare con lui la festa di San Michele. Il 28, venne convocato dal Tribunale di Aix-en-Provence. Come molto spesso nella sua vita, il popolo alato sarà presente all’avvenimento: nel momento in cui lasciò il suo chalet, centinaia di rondini apparvero nel cielo e accompagnarono la sua automobile per un lungo tratto. Quando rientrò a casa nel pomeriggio, annunciò una buona notizia a tutti quelli che l’avevano aspettato con impazienza: finalmente la Corte d’Appello di Aix-en­-Provence aveva appena pronunciato la sua riabilitazione giudiziaria, tutte le false accuse erano state smascherate, ritirate, e pertanto decaddero.

Nelle lettere che il Maestro scrisse alla Fratellanza, alcune durante la sua prigionia, troviamo l’elevatezza di un uomo straordinario, che ha voluto insegnarci come dare un senso alle prove che affrontiamo nella nostra vita.


Izgrev (Sèvres) 1 gennaio 1948

Miei cari fratelli e sorelle,

Gli avvenimenti dell’anno appena trascorso erano prevedibili già da molto tempo. Vi avevo avvertiti di questo e vi avevo in­dicato le precauzioni da prendere. Quando viene la notte, non si può continuare a camminare, ma ci si deve firmare e accen­dere un fioco per proteggersi dagli animali selvaggi, ossia ci si deve legare al Signore con tutte le proprie forze, in attesa del mo­mento in cui il sole sorgerà e illuminerà il cammino. Non è difficile per una guida spirituale indovinare la natura e le intenzioni degli esseri che lo circondano. Tuttavia, la sua missione è quella di dare a tutti la possibilità di istruirsi, di mi­gliorarsi. Un Maestro deve utilizzare unicamente le potenze del­l’amore, affinché tutti possano conservare per sempre l’impronta dei sacrifici che egli ha fatto per salvarli da se stessi. È così che ho visto agire il Maestro Peter Deunov nella nostra Fratellanza in Bulgaria, quando alcuni suoi discepoli gli fecero del male. Costoro non erano venuti con l’intenzione di nuocergli, ma non conoscevano se stessi, non erano consapevoli dei moventi che li spingevano ad agire, e sono diventati i suoi peggiori nemici. A volte mi chiedevo se egli si rendesse conto di ciò che si stava tra­mando contro di lui, ma un giorno mi disse: «Il vero amore vuole tendere la mano a tutti gli esseri. Essi stessi hanno il potere di al­lontanare la grazia divina, ma non sta a me escluderli».

Dal momento che il Maestro agiva in questo modo, il discepolo in­caricato di proseguire la sua opera avrebbe forse il diritto di com­portarsi diversamente? L’incomprensione, l’ingratitudine e la cattiveria sono veleni che occorre neutralizzare, digerire dentro di sé, e io mi sforzo di agire come il Maestro. Attraverso vari segni, alcuni si sono rapidamente rivelati a me come esseri mal­vagi che aspettavano il momento propizio per distruggermi. No­nostante quegli avvertimenti, ho continuato a comportarmi con loro come con ciascuno di voi, per aiutarli e illuminarli. In ap­parenza questo non è servito a nulla, ma la verità è che a loro insaputa ho impresso nell’anima di ciascuno di essi qualcosa che non si cancellerà mai.

Chiunque pensi che avrei fatto meglio a interrompere qualsiasi rapporto con quelle persone, dà prova di una grande incomprensione. Il mio lavoro, come quello del mio Maestro, è di una specie particolare: io non devo prendere in considerazione il mio benessere e la mia tranquillità.

Per dieci anni vi ho trasmesso un insegnamento di cui ap­prezzerete un giorno il valore. Poi, mi sono trovato nella situa­zione di chi osserva, quale spettatore, lo svolgimento implacabile dei fatti. È stata una scuola per voi e ancor più lo è stata per me, ma niente doveva indurmi a modificare la mia condotta nei confronti di chi era intento a meditare sulla mia rovina. Posso dirlo dinanzi all’Eterno e per la Sua gloria: ho visto chiaro in ciascuno di essi.

Nessuno di loro è riuscito a ingannarmi, ma ero obbligato a continuare a mostrarmi di una pazienza, di una bontà, di un’umiltà che essi non potranno mai scacciare dalla memoria. Un giorno, i germi malvagi che essi nutrono da più in­carnazioni e che aspettavano solo il momento per potersi mani­festare, saranno neutralizzati dalla crescita dei buoni semi che l’insegnamento del Maestro ha introdotto in loro. Voi ignorate la potenza del bene nel tempo…


Prigione della Santé

Febbraio 1948

Miei cari fratelli e sorelle,

… Non voglio che vi affliggiate a causa delle mie prove. Non dimenticate che i disegni di Dio sono insondabili. Il mio cam­mino passa per la prigione, ma non si fermerà qui, e il mio vero lavoro incomincia adesso. Credetemi se vi dico che, nelle pro­fondità dell’abisso in cui mi trovo, vi sono momenti in cui mi sento felice e privilegiato. Era necessario che passassi di qui. D’ora in poi, tutto diventa possibile…

Gesù ha detto: «Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano». Ora più che mai, nella mia vita, devo dar prova di esserne capace. Prego e invio pensieri di luce a tutti coloro che sono causa delle mie sofferenze, ma che in realtà mi procurano un bene immenso. Queste sofferenze mi erano state predette dal Maestro, senza che mi rivelasse sotto quale forma avrei dovuto subirle. * Il discepolo deve essere pronto al meglio e al peggio, ma nulla lo deve fermare nel suo cammino verso le vene, e se egli conserva in sé la fede e l’amore, tutto ciò che gli accadrà sarà per il suo bene. Con una tale comprensione delle cose, si può essere felici ovunque, anche in prigione. Altri, invece, che si trovano in libertà e nelle migliori condizioni, sono infelici e si ribellano.

Io sono prigioniero, ma il mio spirito è libero e spesso viene a farvi visita per dirvi: «Voi pure, rafforzate la fede, l’amore e la luce in voi! Cantate, pregate con tutto il vostro cuore! Date esem­pio di coraggio, di pazienza e di tenacia!» La nuova vita esige anime forti. … Sono pronto a tutti i sacrifici, a condizione che io possa compiere la volontà di Dio e ricondurre a Lui delle anime. Ho per tutti gli esseri un amore che difficilmente potete immaginare. Vorrei che tutti ogni giorno piangessero di felicità davanti alla bellezza e alla luce, come io ho pianto spesso quando i miei occhi interiori contemplavano lo splendore della Creazione. Se questa è la condizione per realizzare il mio desiderio, allora accetto di es­sere rinchiuso in una piccola cella dove stiamo in sette, con i topi che si aggirano di notte, accetto di essere privato dell’illumina­zione, del riscaldamento e di un cibo sano — a parte quello che mi mandate voi.

Il Cielo mi dà un problema molto difficile da ri­solvere. Mi dice: «Mikhaël, tu che sei freddoloso al punto di non — bere mai acqua fredda, tu che non sopporti il fumo di sigaretta, che cerchi unicamente il silenzio, l’armonia e la bellezza… tu so­stieni di amare gli esseri umani e di volerli trasformare? Ebbene, vedremo di che cosa sei capace, ora che sei costretto a sopportare la sporcizia, il rumore, le brutture e la violenza…» Il primo giorno che sono arrivato in questa cella, sono stato ricevuto con un’ostilità tale da lasciarmi sbalordito. Mi trovavo in una giungla in mezzo a delle belve che hanno incominciato ad allearsi tutte contro di me. Qualunque cosa facessi, tutti erano pronti ad accusarmi, a insultarmi. Quando venivo chiamato fuori dalla cella, mi prendevano tutto quello che potevano, mangiavano le provviste che voi mi mandavate e che pure condividevo con loro. A mia insaputa, ordinavano a nome mio sigarette, salumi e altre cose di ogni genere che poi dovevo pagare. Tutto quello che po­tevo dire loro per aiutarli, risvegliava in essi solo scherno e odio. I primi tempi, è stato un vero inferno: se la prendevano continuamente con me, e avevo un bel mostrarmi paziente e indulgente… Niente da fare!

Ma poi… ho visto la potenza della parola e dei buoni pensieri. Un giorno, uno di loro ha preso le mie difese e ha iniziato ad op­porsi agli altri. Poco alla volta, anche altri hanno cambiato il loro comportamento, arrivando al punto di prepararmi il letto, pulire la cella al mio posto, custodire il mio cibo quando io non ero presente, lavare la mia gavetta, impedire che gli altri mi de­rubassero, farmi scaldare dell’acqua quando avevo sete, e molte altre cose ancora, talmente numerose che non posso elencarle tutte. Ora si vergognano di essere stati così duri con me. Certo, non si trasformeranno dall’oggi al domani, ma desiderano istruirsi, mi fanno delle domande, e la cosa che mi rende più contento è che è cambiato anche il loro comportamento nei con­fronti, gli uni degli altri: adesso si parlano in modo diverso. La ragione inizia a tornare in questi esseri induriti e arrabbiati contro l’intera società. Mostro loro che essi hanno delle capacità, delle qualità che ancora non hanno saputo sfruttare. La mia anima è piena di compassione per loro poiché, pur se colpevoli, sono stati anche vittime di cattive condizioni.

Allora, miei amati fratelli e sorelle, servitevi della mia espe­rienza per avanzare ancora nell’amore e nella luce. Nella vita tutto passa, tranne i buoni pensieri, i buoni sentimenti, le buone parole e le buone azioni. Non tormentatevi per ciò che mi accade, ma che le mie prove siano per voi un’occasione per progredire!Ricevo spesso dalle sei alle dodici lettere al giorno. Questo pro­duce un effetto straordinario su quelli che smistano e distribui­scono la posta, ma soprattutto sui miei compagni di cella che sono stupefatti. A volte do loro da leggere quelle lettere, e studio quale impressione il loro contenuto produca su di essi. Ciò li aiuta aprendo loro delle porte su un mondo che per queste per­sone è quasi sconosciuto: il mondo della bontà, dell’amore e della riconoscenza. Dio solo sa quali saranno le lontane conseguenze di quelle letture!

Le stesse guardie sono impressionate, e ora, sempre più spesso

parlano a lungo e amichevolmente con me. Al mattino, a tutti noi dicono: «Buon giorno!» e la sera: «Buona notte!», cosa che non fanno con i detenuti delle altre celle. Per la prima volta,forse, la prigione della Santé è attraversata da tanti raggi di luce e correnti luminose. Quando canto i canti del Maestro o la Paneuritmia, sento che avvengono strani cambiamenti nell’at­mosfera di questa prigione. Dio scende nelle profondità dell’inferno per tendere una mano a tutti questi infelici che non sanno né da dove vengono né dove vanno, e neppure per quale ragione sono sulla terra. Sì, Dio di­scende attraverso le lettere che voi mi inviate. Queste condizioni, seppur così penose, sono ben poca cosa, se in tal modo Egli vuole risvegliare delle coscienze.

Continuate a lavorare con l’amore e la saggezza, e non pre­occupatevi dell’opinione pubblica: è così mutevole! Soltanto chi non ha paura di manifestare la propria fede nella potenza della nuova vita, è degno di ricevere i doni dello Spirito, che saranno eternamente distribuiti ai figli della luce.


“Hai predicato la parola di Dio, ma hanno costruito su di te un dossier di accuse e sei stato gettato in prigione dove devi por­tare un abito da detenuto… Basta forse questo per provare che sei colpevole? Devi lasciarti convincere di essere un criminale? No. Se un giorno mi trovassi in questa situazione, trasformerei la prigione in un palazzo, mi intratterrei con i miei amici, por­terei la luce ai prigionieri e infiammerei i loro cuori. Se sei un portatore di verità, il tuo custode verrà da te e insieme parlerete per una parte della notte. Al mattino egli si troverà lì per difen­derti. E allo stesso modo si comporterà il direttore del carcere. Verrai rinchiuso, ma ti sentirai libero.”

Peter Deunov

 

…Io non so quando né dove il Maestro Peter Deunov abbia pronunciato queste parole. Non era più in vita quando fui imprigionato, eppure ho l’impressione che egli sia entrato nella prigione con me, affinché potesse realizzarsi tutto quello che è scritto in queste poche righe. Ho vissuto due anni  (dal 21 gennaio 1948 al 24 marzo 1950. Inizialmente, la condanna era di quattro anni.) terribili, ma sarebbero potuti essere molti di più se, in certi momenti, il direttore e alcune guardie non mi avessero in ef­fetti protetto: è stato lo spirito del Maestro a influenzarli? E mentre fuori i giornali mi presentavano come un pericoloso criminale, io pregavo, meditavo, consolavo e consigliavo al­cuni detenuti e li ascoltavo mentre mi raccontavano la loro vita. Avevo anche delle conversazioni con alcune guardie e con il direttore della prigione.

Si deve aver fatto personalmente l’esperienza della deten­zione per poter capire quanto sia difficile da sopportare: il cattivo cibo, il caldo, il freddo, la promiscuità, il fumo delle sigarette, le minacce, le grida, le Ma la cosa più terri­bile per me era il disonore. Quando ci si ritrova in una tale situazione, si sente che, per non essere annientati, occorre cercare dentro di sé qualcosa che sia più forte di tutto, e que­sto "qualcosa" è il pensiero, lo spirito. Se ci si riesce, si scopre ciò che è la vera libertà. Per due anni sono stato tenuto in prigione, ma posso dire che per due anni sono stato messo in libertà. Più ero limitato fisicamente, e più imparavo come liberarmi. Ogni giorno, lavoravo sui miei pensieri e sui miei sentimenti al fine di non provare né impazienza né collera né odio, poiché sono questi pensieri e questi sentimenti le vere prigioni e, da queste prigioni, noi soli possiamo liberarci.

Il Maestro aveva detto: «Se mi trovassi in questa situazione, trasformerei la prigione in un palazzo». Un re va liberamente da una sala all’altra del suo grande palazzo, ma se non ha im­parato a dominare i suoi pensieri e i suoi sentimenti, è come se fosse rinchiuso in una minuscola cella. Si presenta attor­niato da ministri e generali, i suoi servitori si inchinano ri­spettosamente al suo passaggio, ma interiormente egli indossa un abito di un tessuto grossolano sul quale sta scritto il suo numero di detenuto. Invece, un prigioniero che abbia imparato a mettere in atto le forze dello spirito, conduce la vita di un principe.

Non auguro a nessuno di voi questa prova terribile che è la prigione, per sperimentare in quel luogo le potenze dello spirito. Comunque, cercate di rafforzavi, perché nessuno at­traversa questa esistenza senza dover sopportare delle priva­zioni, delle ingiustizie. L’Intelligenza cosmica, che vuole rendere l’essere umano potente e libero, è implacabile. Essa gli ha dato una volontà, un cuore, un intelletto, un’anima e uno spirito, perché se ne serva. Ma egli cosa ne fa? Non molto, e di fronte alle prove si crede quindi povero e misero. Perché egli possa misurare il valore e la portata di ciò che pos­siede, bisogna che vi sia costretto. Dobbiamo dunque preve­dere che avremo delle prove e accettare l’idea che saranno queste a farci scoprire la vera libertà e le vere ricchezze.’

In qualche modo, ero stato avvertito di ciò che avrei do­vuto subire. Alcuni mesi prima, avevo fatto certi sogni, e i più significativi erano in relazione con i quattro elementi. Una volta, saltavo da una roccia all’altra mentre il terreno mi sfuggiva sotto i piedi. Qualche tempo dopo, vidi delle inon­dazioni: acque melmose invadevano tutto, ma io riuscivo ad aggrapparmi al ramo di un albero. Un’altra volta, fui preso in un tornado e cercavo ovunque un luogo dove rifugiarmi. In­fine, fu la volta del fuoco: tutto bruciava. Per me, quelle im­magini erano chiare perché, simbolicamente, i quattro elementi sono in relazione con la nostra vita psichica e con le prove che dobbiamo affrontare nel corso dell’esistenza.

Le prove della terra sono come cataclismi; esse verificano la nostra volontà, la nostra resistenza, la nostra stabilità: a im­magine della piramide, le nostre basi saranno sufficiente­mente solide? Le prove dell’acqua toccano il mondo dei sentimenti: esse ci immergono nei neri flutti dell’odio, del tradimento; ma l’amore in noi deve poter neutralizzare tutti questi veleni. Le prove dell’aria sono prodotte dai tornado e dagli uragani: il nostro intelletto perderà la direzione oppure continuerà a veder chiaro e a ragionare correttamente? Le prove del fuoco sono le più terribili: esse bruciano tutte le impurità che impediscono alla nostra anima di unirsi alla Causa Prima da cui dipendono tutte le esistenze. Per trovare Dio, dobbiamo passare attraverso il fuoco purificatore.

In qualche modo, vengo sempre avvertito dei pericoli che mi minacciano. O sono io che li sento arrivare, o è qualcuno che mi avvisa. Ma, non so perché, non ne tengo molto conto, non prendo precauzioni: non è nel mio temperamento. Qualcuno mi ha detto un giorno: «Lei è un temerario». Sì, è possibile. Certo, in seguito, quando sono immerso nelle dif­ficoltà, rimprovero a me stesso di non essere stato più pru­dente, ma è troppo tardi.

Qualche tempo prima di essere arrestato dalla polizia e im­prigionato, sentivo chiaramente di essere minacciato: c’erano, nel comportamento di determinate persone attorno a me, dei segni che non ingannavano. Inoltre, una sera, verso mez­zanotte, qualcuno mi telefonò rivelandomi tutto quello che si stava tramando per rovinarmi: sarei stato vittima di un vero complotto. Si stavano raccogliendo contro di me delle false testimonianze, e sarei stato accusato di stupro e di altri atti perversi. Questa persona mi diceva: «Lei è in grave pericolo e la sua situazione di straniero complica molto le cose. Non ha che una possibilità per salvarsi: andarsene. Lasci la Francia il più presto possibile!» In effetti, potevo partire, ma non l’ho fatto. Ci sono casi in cui è difficilissimo sapere cosa si debba fare. Qual era per me il miglior modo di continuare il lavoro che il mio Maestro mi aveva affidato?… Decisi di rimanere, al di là di tutte le possibili conseguenze.

Non appena oltrepassai la soglia della prigione, sentii quante precauzioni avrei dovuto prendere per non lasciar pe­netrare in me alcunché di quella violenza, di quella volgarità e di quella bruttura. Era necessario che né la mia fede né il mio amore potessero indebolirsi in alcun modo. Dovevo pro­seguire il mio cammino. Perfino durante la notte, lavoravo af­finché l’aria pesante che respiravo non mi contaminasse. Non dovevo mai allentare la mia vigilanza, e ciò che ho vissuto là, ciò che ho visto e sentito mi ha insegnato più di tutti i ro­manzi e di tutti i film polizieschi.

Ma anche in prigione si può riuscire a rendersi utili e, per quanto possibile, cercai di aiutare i miei compagni.. Ogni mattina, uscivamo nel cortile per prendere un po’ d’aria e fare degli esercizi. Alcuni correvano e rientravano sfiniti; altri si accontentavano di camminare, ma da questo non traevano maggior beneficio, poiché non sapevano come camminare. Allora, un giorno, proposi loro di insegnarglielo. Spiegai so­prattutto come trovare un ritmo adeguato, come muovere le braccia e come respirare. All’inizio, non c’erano molti candi­dati, ma dopo qualche tempo divennero più numerosi…

In cella, vedevo quegli uomini andare avanti e indietro come animali in gabbia. Tornavano a porsi sempre le stesse domande: perché si erano fatti acciuffare? Chi li aveva tra­diti? Come avrebbero potuto uscire da lì?… E nutrivano de­sideri di vendetta. Era evidente che, non appena liberi, alcuni avrebbero ripreso la vita di prima: furti, aggressioni, omi­cidi… Allora, a quelli che volevano ascoltarmi, cominciavo col dire: «Per quale ragione cercate altri responsabili alla si­tuazione in cui vi trovate? Se siete qui, è perché avete avuto troppa fiducia in voi stessi. Avete creduto troppo alle vostre capacità: avete architettato dei piani credendo che nessuno avrebbe mai sospettato di voi o che, se anche fosse accaduto,  sareste stati abbastanza abili da fuggire. Nonostante tutte le vostre precauzioni, non ci siete riusciti e vi siete lasciati pren­dere. Se aveste dubitato un po’ di voi stessi, se aveste pen­sato: «Posso sbagliarmi… Forse non ho previsto tutto o forse non sono abbastanza furbo», non sareste qui. In futuro, im­parate a dubitare di voi: quel dubbio vi eviterà di fare nuo­vamente dei passi falsi».

Ora, che dire degli effetti che la prigione ha sui detenuti? Prima di me, altri ne hanno parlato a lungo, ma io vorrei sof­fermarmi su un problema che non mi pare sia stato sollevato. Le persone che riconoscono di dover essere condannate per le proprie colpe, non sono rare: interiormente, qualcosa dice loro che meritano una sanzione, ma anche e soprattutto che devono riparare. Ebbene, di quest’ultimo aspetto, la giustizia non si preoccupa molto: si accontenta di imprigionare i cri­minali. E allora, fra le quattro mura della loro cella, ecco che costoro si sentono perseguitati dal ricordo dei loro atti, delle parole e delle immagini che essi rimuginano incessantemente. Anche se non sempre vogliono riconoscerlo, parecchi di loro vivono con l’ossessione del male che hanno commesso, e sop­portano molto difficilmente di trovarsi rinchiusi lì, impo­tenti. Per rimetterli sulla strada giusta, occorrerebbe aiutarli a liberare la propria coscienza offrendo loro le condizioni per riparare gli errori commessi. Una coscienza tormentata non può essere pacificata in modo duraturo da parole di consola­zione e di incoraggiamento, oppure da medicinali. Se si vuole che i colpevoli diano un nuovo orientamento alla propria esi­stenza, è necessario che abbiano, per quanto possibile, i mezzi per riparare i loro errori.

La maggior parte delle conversazioni di quei detenuti ruo­tava attorno al denaro e, per molti di loro, era stata ovvia­mente l’ossessione per il denaro a condurli in prigione. Non

vedevano niente che fosse superiore al denaro: quello era il loro dio, ed essi mi sembravano più prigionieri ancora nella mente che non fra le quattro mura della cella. Guardandoli, ascoltandoli, provavo una grande compassione. E un giorno decisi di cercare di risvegliare in loro, anche solo debolmente, l’idea dell’esistenza di un’altra divinità. Potevo utilizzare sol­tanto argomenti molto semplici rivolgendo delle domande alle quali rispondeva l’uno o l’altro.

Chiedevo: «Credete che sulla terra esistano uomini giusti? — Uomini giusti? — Certo che no! Non vi è che ingiustizia ovunque nel mondo. — E nemmeno voi siete giusti? — Ah, sì, io sono giusto. — Bene, è già qualcosa. E di esseri belli, ne esi­stono? — Oh sì, si sono viste donne terribilmente belle! — Ed esseri intelligenti? — Sì, ce ne sono. — Quindi riconoscete che la giustizia, la bellezza e l’intelligenza esistono. E di esseri forti, ne avete incontrati? — Oh sì, io ho ancora il segno delle botte ricevute da un energumeno durante una lite. — E non credete che esistano ancora altre qualità da riconoscere? — Sì, più o meno.

«Bene. E ora, immaginate che tutte le qualità di cui avete constatato l’esistenza siano estese e amplificate all’infinito… Questo è ciò che possiamo chiamare "Dio": l’insieme di tutte le qualità e le virtù estese e amplificate all’infinito. Non si può negare questa realtà, poiché tutti noi possediamo alcune particelle di queste virtù. Se l’Essere che i credenti chiamano "Dio" non esistesse, da chi avremmo ricevuto queste qualità e queste virtù? Dove le avremmo trovate? Un Dio presentato come un vegliardo con la barba, intento ad annotare tutti i nostri peccati su un quaderno, questo sì, potete negarlo. Quanto alle virtù, invece, è impossibile ignorarle e negarle». A quel punto, i miei compagni tacevano…

Poi aggiungevo: «Esiste un Essere al quale non avete mai dato il minimo posto nella vostra vita, ma in realtà posso di­mostrarvi che non state cercando altro che Lui. — Ma non è possibile! — Sì, invece. Per quale ragione ciascuno di voi si trova qui? — Amavo una donna che mi ha tradito, l’ho pic­chiata e l’ho ferita molto gravemente. — Ebbene, significa dunque che tu stai cercando l’amore». Poi, rivolgendomi a un altro: E tu? — Ho voluto eliminare un concorrente che aveva preso il mio posto. Era lui a decidere tutto, e io non avevo più alcun potere. — Questo significa allora che stai cer­cando la potenza… E tu, che ha rapinato una banca, stai cer­cando la ricchezza… Ebbene, l’amore, la potenza, la ricchezza, come anche la bellezza e il sapere: tutto questo è Dio, tutto questo proviene da Dio. Noi siamo attratti da qualcosa di infinito, di illimitato e, sotto l’una o l’altra forma, non cerchiamo che Dio. Però, i mezzi e i metodi per rag­giungerlo non sono sempre quelli giusti, e occorre perciò ri­vederli». Ignoro fino a che punto mi abbiano capito e cosa sia rimasto impresso nella loro mente.

In realtà, non penso che si possa provare l’esistenza di Dio attraverso il ragionamento. Gli argomenti di cui si dispone sono così deboli! E addirittura un insulto al Signore imma­ginare che un ragionamento, per quanto valido sia, riuscirà a provare che Egli esiste. Come si può provare a dei ciechi la realtà della luce, se non ridando loro la vista? Io dunque non mi preoccupo di provare che Dio esiste, e neppure che al di là del nostro mondo fisico esista un mondo che noi non ve­diamo. Faccio dell’esistenza di Dio e del mondo invisibile la base implicita del mio lavoro, ed è su questo che costruisco.’ Quando vi parlo, non mi domando se abbiate o meno la fede. Ed è proprio perché agisco in questo modo che un giorno Dio non sarà più per voi fonte di dubbio o di inter­rogativi, e potrete entrare in comunicazione con le realtà del

mondo invisibile. Direte: «Ma allora: e la dimostrazione che lei ha voluto fare a quei prigionieri?» Era per indurli a pen­sare un po’…

Tuttavia, fra quegli uomini, ai quali era estranea ogni idea di Dio, ve n’era uno che un giorno mi confessò che ogni sera, prima di addormentarsi, recitava una preghiera. Rimasi stu­pito e glielo dissi, poiché sapevo che aveva commesso dei gravi errori per i quali non provava alcun rimorso. Egli mi rispose che questa sua abitudine risaliva all’infanzia: tutte le sere, il padre gli faceva dire la sua preghiera, e lui non lo aveva mai dimenticato. Questo, però, non gli aveva impedito di diven­tare un ladro. Mi diceva: «Vorrei tanto sbarazzarmi di questa abitudine, ma non posso». Se ne deduce quindi che le buone abitudini sono altrettanto tenaci di quelle cattive. Egli avrebbe sicuramente agito ancora peggio se non avesse pregato.

Un giorno, un detenuto mi disse: «Io la detesto, non la sopporto più! — Ma perché? Le ho forse fatto del male? — No. — Mi ha visto fare del male a qualcuno qui? — No, al contra­rio, ma è la sua presenza che mi disturba. — Ah, e perché? Si spieghi». Egli però non riusciva a darmi la minima spiega­zione. Allora gli chiesi: «Potrebbe almeno dirmi accanto a quali persone, qui, si sente bene?» La risposta che mi diede mi lasciò sbalordito. Quando seppi chi erano quelli che apprez­zava, ossia dei bruti senza morale, fui contento di essergli an­tipatico fino a quel punto: si trattava di un diploma per me.

Occorre saperlo. Non è necessariamente a causa di ciò che fate se le persone provano per voi simpatia o antipatia, ma è a causa di ciò che siete, di ciò che emana da voi e che si ac­corda o meno con quello che tali persone sono profonda­mente. E talvolta, la cosa terribile è che se fate del bene a qualcuno che prova istintivamente antipatia per voi, non solo non cambierete i suoi sentimenti nei vostri confronti, ma gli diventerete ancora più insopportabile. Nella mia vita, ho avuto alcune occasioni di meditare su questo aspetto della psicologia umana.

Ma, fra quei detenuti, ce n’era uno al quale dovevo essere molto simpatico: figuratevi che si era messo in testa che, quando saremmo usciti di prigione, avremmo potuto asso­ciarci… per fare dei colpi, naturalmente. Nell’attesa, mi dava delle lezioni perché imparassi a cavarmela Io lo ascoltavo: tutto questo era per me molto istruttivo. In confronto a lui, in quel campo ero ovviamente della più grande ignoranza. Mi spiegava fra l’altro che avrei dovuto farmi fare una piccola operazione al pollice, all’indice e al medio, perché pare che così si possano sollevare carichi molto pesanti senza farseli sfuggire di mano. E questo, per i furti con scasso, deve risul­tare in effetti molto comodo.

Nei primi tempi, nessuna delle guardie voleva avere con me la benché minima conversazione. Le consegne che ave­vano ricevuto erano le più severe: nessun contatto con me, nessuna conversazione (ero perfino sorvegliato segretamente): volevano infatti impedirmi di ipnotizzarle e di evadere, poiché i giornali mi avevano presentato come un mago, e un mago capace di addormentare le persone. Ma quando iniziarono a rendersi conto che quello strano mago era del tutto inoffen­sivo, in alcune di quelle guardie la prudenza e il sospetto la­sciarono il posto a un interesse e anche a una certa simpatia. Non solo non avevano più paura di parlare con me, ma veni­vano a cercarmi specialmente per rivolgermi delle domande e chiedermi dei consigli… il che non credo capiti spesso nelle prigioni! Per non compromettersi, mi chiamavano fuori dalla cella con la scusa che il cancelliere chiedeva di me, e ben presto gli altri si accorsero che quel benedetto cancelliere chie­deva di me un po’ troppo spesso! Una delle guardie mi mostrò anche alcune fotografie della sua fidanzata perché gli dessi la mia opinione sul carattere della ragazza.

Un giorno fui convocato dal direttore della prigione. Per quale motivo? Perché una guardia particolarmente ostile (le guardie venivano cambiate spesso) aveva gettato a terra la mia Bibbia, e io avevo osato rimproverarla severamente. La guardia si era lamentata di questo fatto e io venni convocato. Tutti pen­savano che sarei stato condannato alla cella di isolamento, una cella buia, terribile, dove spesso ci si ammalava. Circondato da tre guardie, mi ritrovai dunque davanti al direttore. Dopo aver­gli spiegato cosa era realmente successo, egli mi condannò sor­ridendo a… tre mesi senza tabacco e senza vino. Quando tornai nella mia cella, furono i miei compagni ad essere delusi, poiché avevo l’abitudine di dare a loro il tabacco e il vino che ricevevo. I poveretti, per tre mesi ne furono privati!


«Poiché mi ama, lo libererò…

Egli mi invocherà e io gli risponderò. Sarò con lui nello sconforto.

Lo libererò e lo glorificherò…

E gli mostrerò la mia salvezza».

Salmo 91

 

…sono costretto a confessarvi una debolezza… Nonostante il mio amore per gli esseri umani — anche i più decaduti — sia grande, vi erano momenti in cui ero sul punto di perdere la pazienza poiché, mentre meditavo o leggevo, i compagni intorno a me si comportavano come dei forsen­nati. Cercavo di dire a me stesso che erano come bambini in­capaci di disciplinare le proprie energie, ma in quei momenti invidiavo gli eremiti che nella solitudine ascoltano la voce del silenzio, così ricca ed eloquente per la loro anima. Pensavo: «Potessi andare sulle montagne o nelle foreste per gustare quella pace e intrattenermi con le entità luminose del mondo invisibile, un mondo che è unicamente armonia e musica ce­lestiale… Oh, che delizia!» Ma ecco che ad un tratto pren­devo coscienza di agire come un ladro che si stia impadronendo di un bene che per il momento gli viene rifiutato, e mi dicevo: «No, è qui che devi trovare la foresta e la montagna con i suoi laghi limpidi», e mi concentravo con tutte le mie forze sulla bellezza dell’Insegnamento, sulla po­tenza di quella Egregora che è la Fratellanza Bianca Universale. Allora, non vedevo più la bruttura che mi circondava, non sentivo più l’odore acre del tabacco, non sentivo più i ru­mori e le grida, e quei volti di bruti diventavano volti umani. Tutto si trasformava grazie all’influenza magica di quel pen­siero.

Esposto al freddo più intenso, con le finestre aperte, per­cepivo un calore benefico, perché nella mia mente le verità dell’Insegnamento mi servivano da calorifero. Tutti gli altri tremavano dal freddo e battevano i piedi per terra per riscal­darsi, mentre io, seduto sul mio letto a gambe incrociate, pre­gavo e meditavo. Eppure sono particolarmente freddoloso e la finestra aperta dava proprio sul mio letto. Fui in grado di sopportare tutto questo senza ammalarmi perché avevo l’In­segnamento e l’idea della Fratellanza sempre presenti nella mia mente. Mi sentivo unito attraverso un legame indistrut­tibile a questa grande famiglia disseminata non solo su tutta la Terra, ma anche sugli altri pianeti e perfino sulle stelle.

Allora, lo dico anche a voi. Qualunque cosa accada, che vi sentiate completamente estenuati, in fondo ad un abisso, nella miseria più completa, che la vostra casa sia bruciata, che siate stati abbandonati dalla vostra famiglia, traditi dai vostri amici e rifiutati da tutti… non dimenticate mai che con la vostra anima e il vostro spirito appartenete a un altro mondo, dove nessuna di quelle miserie può raggiungervi. E lanciate dei segnali per ottenere un aiuto! Avete la sensazione che nes­suno vi veda e possa soccorrervi? Vi sbagliate: in realtà, ci sono migliaia di entità a vegliare.

Immaginate delle barchette che solcano l’oceano di notte. Se i loro occupanti si sentono in pericolo, lanciano delle ri­chieste di aiuto, dei segnali luminosi… e si va in loro soc­corso. È quello che facevo io durante le lunghe notti in prigione: chiamavo in mio aiuto le entità celesti proiettando luce, ossia la mia fede, il mio amore e la mia speranza. Ri­spetto alle entità celesti, che peso volete che abbiano gli esseri umani con le loro sentenze e le loro condanne? Quando riu­sciamo ad attirare l’attenzione di quelle entità, esse sono in grado di aprire in noi delle porte, delle finestre, per farvi en­trare la loro pace e la loro gioia. È così facile per queste en­tità avvistarci e dirigersi verso di noi per aiutarci! Anche se sono impegnate in grandi lavori, vengono allertate imme­diatamente dalle onde prodotte da una preghiera fervente. Chi si lamenta, chi si lascia invadere dalla rivolta, dall’odio o da qualunque altro sentimento negativo, non può essere visto da quelle entità, poiché rimane nelle tenebre e si confonde con l’oscurità. Ma se lancia dei segnali luminosi verso il Cielo, allora si separa dalle tenebre e viene immediatamente avvistato.

Gli spiriti luminosi che riusciamo ad attirare diventano nostri amici e non ci abbandonano più; essi sono tenaci, al­trettanto tenaci degli spiriti tenebrosi, dei quali spesso è tanto difficile liberarsi. Perché mai gli amici non dovrebbero essere tenaci quanto lo sono i nemici? Essi vengono a sostenerci, a illuminarci, a consigliarci, e se seguiamo i loro consigli, siamo sempre ben ispirati. Perciò, anche nella peggiore delle situa­zioni, non bisogna disperare: un giorno, la situazione volgerà a nostro vantaggio, poiché saremo stati ben ispirati.

Essere attaccati da tutte le parti, vedere che gli esseri sui quali si pensava di poter contare si mostrano instabili, diso­nesti, infedeli… È vero, vi sono momenti in cui si finisce per dire a se stessi che non vale la pena di continuare. Cosa avrei dovuto fare davanti all’incomprensione di coloro che pensa­vano di rendere un servizio alla società facendomi rinchiu­dere?… Se è penoso dover sopportare le calunnie e i tradimenti, la cosa più terribile è che dopo qualche tempo non è più soltanto dall’esterno che le voci accusatrici si fanno udire: quelle voci si fanno udire anche dall’interno e fini­scono per invadere la coscienza. Quante volte queste voci in­teriori sono venute a tormentarmi! Mi dicevano: «Anche se non hai commesso nessuno dei crimini di cui ti si accusa, in qualche modo devi ben essere colpevole e meriti di essere bia­simato». Allora, come reagire in questi casi per non essere an­nientati?

Avevo finito per trovare un metodo: facevo appello a tutti i momenti di luce, di ispirazione e di gioia spirituale che avevo vissuto e rispondevo a quelle voci: «Non posso aver vis­suto simili momenti e allo stesso tempo essere colpevole di ciò di cui mi accusate». E quelle voci si allontanavano… Certo, dopo qualche tempo ritornavano… Fino al giorno in cui si sono zittite definitivamente. Se ho potuto resistere è perché avevo custodito nella memoria i minuti solenni che avevo vissuto precedentemente, in seno allo spirito.

In realtà, la cosa peggiore non era che io dubitassi di me, ma che dubitassi dell’Insegnamento, della filosofia degli Ini­ziati, del cammino da seguire o del mio Maestro, che qual­che tempo dopo il mio arrivo in Francia mi aveva scritto: «Continua ad avanzare con fede e con amore. Non avere paura!» Sì, di me stesso potevo anche dubitare: perché no? Dubitare di se stessi è qualcosa che obbliga sempre a progre­dire. Non vi è nulla di più pericoloso che credersi infallibili. Ecco perché, durante quel periodo, ho passato anche molto tempo a rivedere la mia vita per comprendere l’intreccio di tutti i fili con cui essa era stata tessuta fino a quel momento. Il vantaggio della prigione, se così si può dire, è che il tempo non manca! Allora, cercavo di ricordarmi di tutte le persone che avevo incontrato, analizzavo le impressioni che esse ave­vano prodotto su di me, le relazioni che avevo avuto con loro e ciò che ne era seguito. Capivo quanto fosse importante, poiché in qualche modo questo mi dava dei riferimenti per l’avvenire.

Sarebbe bene che di tanto in tanto anche voi faceste un riesame degli avvenimenti che avete vissuto e del modo in cui li avete vissuti, come pure delle persone che avete incontrato: quelle che vi hanno portato cose buone e quelle con cui avete avuto delle difficoltà. Anche se apparentemente quelle persone non presentano alcuna somiglianza fra loro, nelle rispettive emanazioni possono avere qualcosa in co­mune. Dunque, se vi abituate a percepire e ad analizzare ciò che emana da loro, quando vi troverete di fronte a degli sco­nosciuti, saprete come comportarvi. E lo stesso vale per gli avvenimenti: molti si ripetono sotto un’altra forma, e se non li avete studiati a fondo, se non ne avete tratto delle lezioni, vi ritroverete negli stessi vicoli ciechi e continuerete a non sa pere perché.

L’esistenza obbedisce a una sorta di movimento periodico: tutto si ripete, ma mai esattamente nello stesso modo, e sta a noi sviluppare il nostro discernimento. Ma occorre anche essere prudenti e non risvegliare qualsiasi ricordo del passato con la scusa di volerlo rivivere per studiarlo. Non è bene smuovere la feccia. Tutti gli avvenimenti che viviamo sono registrati e archiviati da qualche parte in noi. Li si può para­gonare a dei prodotti chimici chiusi in vari flaconi allineati su uno scaffale. E necessario essere prudenti nel maneggiare quei flaconi ed evitare di aprirne alcuni, poiché si corre il pericolo di essere asfissiati.

Non servirebbe a niente tornare ora su tutti quegli avve­nimenti per chiedermi se avessi potuto evitarli e in che modo. Se, nel momento in cui fui avvisato di quello che si stava tra­mando contro di me, i miei amici celesti non mi ispirarono la decisione di fuggire, significa che dovevo affrontare quelle prove. Ho sempre avuto la massima fiducia in questi amici: anche se il disonore che mi veniva inflitto era per me peggio della morte, essi sapevano che sarei risorto. Sì, e quando si ri­sorge, si è più vivi di prima, ossia di quando non si era ancora passati attraverso quella morte! E non sono io solo a benefi­ciare della nuova vita: anche voi ne beneficiate!

Spesso, durante quel periodo, mi sentivo nelle mani di Dio come un blocco di pietra nelle mani di uno scultore. Come lavora lo scultore? Armato di martello, batte sullo scalpello per cominciare a liberare delle forme. Dio fa lo stesso con noi e noi dobbiamo accettarlo, dicendo: «Signore, Ti ringra­zio di strappare da me tutto questo materiale superfluo. Ti ringrazio di fare di me una pietra scolpita». Sì, anche in mezzo alle più grandi sofferenze, si può e si deve ringraziare.

Fu nelle terribili condizioni della prigione che compresi anche quanto dovessi ringraziare il Cielo per avermi prepa­rato a questo fin dalla mia giovinezza. Se avessi vissuto un’in­fanzia e un’adolescenza nel benessere e negli agi, come avrei potuto sopportare ciò che fui costretto a vivere in quel luogo? Ovviamente leggevo anche molto, e i libri sono stati per me un grande sostegno. Ma per fortuna, avevo già imparato a cercare anche dentro di me tutto quello che mi mancava al­l’esterno. Ogni cattiva condizione nella vita è come una pri­gione nella quale siamo rinchiusi, e da quella prigione abbiamo il potere di liberarci, poiché tale potere è in noi.

È capitato che alcune persone mi abbiano detto: «Ma lei, che sin da giovanissimo aveva imparato a sviluppare i poteri del pensiero, perché non ha utilizzato quei poteri per con­trobattere e neutralizzare i suoi nemici?» Perché la vera po­tenza sta nel non servirsi mai di tali poteri contro gli altri: occorre servirsene soltanto per diventare sempre più invul­nerabili agli attacchi, per non soccombere e trasformare le pietre che ci vengono lanciate in pietre preziose. Avere delle conoscenze, dei poteri, e rifiutare di utilizzarli a proprio van­taggio: è questa la vera grandezza, la vera potenza. E il Cielo, che ci ha permesso di acquisire quelle conoscenze e quei po­teri, ci sorveglia; noi dobbiamo utilizzarli unicamente per il nostro avanzamento spirituale o per quello degli altri, e non per imporci, non per rispondere agli attacchi o vendicarci. Non è forse l’esempio che ha dato Gesù?

E poi, la verità è che la vita è una scuola nella quale siamo stati mandati, e in questa scuola ignoriamo di fatto chi siano i professori e chi siano gli allievi. Possono istruirci i bambini, i mendicanti, ma anche i nostri nemici; sì, anche e soprat­tutto i nostri nemici. A volte, sarebbe abbastanza facile rispondere alle calunnie e agli attacchi, ma non tutti i modi di rispondere vanno bene. Ho sempre avvertito quale sarebbe stato il pericolo nell’abbassarmi al livello di quelli che mi at­taccavano, poiché mi sarei sporcato con loro. Attraverso la mia risposta, volevo essere in grado di mantenermi molto in alto, di non raggiungere i miei avversari nella meschinità e nella cattiveria. Perché anche se in apparenza avessi riportato la vittoria, in realtà avrei perduto molto.

Ad ogni modo, è quasi impossibile difendersi dalle ac­cuse ingiuste. Qualche tempo dopo che uscii di prigione, un amico venne a dirmi che temeva per la mia sicurezza, poiché a Parigi c’erano persone convinte che io fossi un mo­stro e che parlavano di sopprimermi. Non so come, ma ave­vano riprodotto centinaia di esemplari della banconota sulla quale figurava l’astronomo Le Verrier, sostituendo il suo volto con il mio. Sotto, avevano scritto: «Mikhaél Ivanoff, più pericoloso di Hitler», e distribuivano quelle banconote per le strade. Sentendo questo, ovviamente risi, talmente era grottesco! Il mio amico mi disse: «Non dovrebbe ridere: ci sono persone folli».

Ma, folli o non folli, quando le persone sono convinte che siate colpevoli, quando "vogliono" che siate colpevoli, non c’è niente da fare: in tutto quello che dite, trovano un ar­gomento da ritorcere contro di voi. Quante volte mi sono trovato in questa situazione! Ma un giorno, in cui qualcuno stava ancora accusandomi di traviare gli esseri umani, di se­durre le donne, di dividere le famiglie, di spingere le persone al suicidio, ecc., per un po’ mi limitai ad ascoltare. Se avessi cercato di giustificarmi, ovviamente non ci sarei riuscito; al­lora, perché perdere il mio tempo? Dopo un po’, guardai quel tale sorridendo e gli dissi: «Ma questo è niente! Ho fatto cose ben peggiori, e lei non sa ancora tutto quello di cui sono capace…» L’altro, stupefatto, sgranò gli occhi e tacque. Ecco ancora un metodo per non lasciarsi intaccare quando si viene accusati ingiustamente.

È attraverso l’amore che ci vendichiamo dei nostri nemici, è attraverso l’amore che accatastiamo carboni ardenti sulla loro testa. So che un giorno tutti coloro che mi hanno fatto del male avranno vergogna delle proprie azioni e verranno a chiedermi perdono. Alcuni lo hanno già fatto, e lo stanno fa­cendo anche altri che ora hanno lasciato la terra. Sento la loro presenza accanto a me: sono pentiti e mi supplicano di per­donarli…

Potrei raccontarvi nei dettagli tutte le prove che ho dovuto subire in prigione, tutti gli attacchi di cui sono stato oggetto e, ancora dopo anni dalla mia riabilitazione,* tutti i tentativi che sono stati fatti per distruggermi; ma non sarebbe molto utile. Se qualche volta ne parlo, lo faccio per mostrarvi quali conclusioni ne ho tratto e quali metodi ho utilizzato per af­frontare tutto questo.

La prova della prigione, ovviamente non l’avevo voluta, ma senza dubbio era inevitabile e là ho fatto delle esperienze che non avrei fatto da nessun’altra parte. Quelle esperienze sono state per me una prova. Sono stato costretto ad appro­priarmi di tutte le mie forze interiori, di chiamarle a raccolta, di dominarle e proiettarle verso l’alto. In ogni caso, sappia­telo, non oserei mai parlarvi come faccio da anni, se le diffi­coltà che ho dovuto superare non mi avessero educato — e quanto’ — mostrandomi che lo spirito può trionfare su tutto: nessuna prigione lo può trattenere.

Osservate gli alberi in una foresta: sono a ridosso gli uni degli altri, e se uno di essi vuole allargarsi, ne è impedito dal suoi vicini. Allora, l’albero, che è saggio, decide semplice­mente di svettare verso il cielo, dove lo spazio è libero. Per­ché non istruirci presso gli alberi? Ogni volta che qualcuno vuole limitarci, dobbiamo lanciarci verso l’alto, rifugiarci nel mondo della luce, accanto a Dio. Anche se siamo soli, malati, in esilio, anche in prigione, abbiamo ogni potere sulla nostra vita interiore. «Trasformerei la prigione in un palazzo», aveva detto il Maestro. Era la mia anima che dovevo trasformare in un palazzo, poiché è l’anima che può essere una prigione oppure un palazzo.

E quando soffriamo, non serve a niente prendersela con il Signore. Dal momento che Egli ci dà i mezzi per superare le prove, significa chiaramente che il Signore non vuole vederci sempre vittime. Inoltre, prima o poi le condizioni miglio­rano, ed è a quel punto che beneficiamo veramente del la­voro che abbiamo realizzato. Finalmente si può trarre profitto dalla nuova situazione, e in misura ancora maggiore, proprio perché ci si è dovuti sviluppare nelle difficoltà.

Il Maestro Peter Deunov mi aveva chiesto di andare in Francia per salvare e far conoscere il suo Insegnamento. Per adempiere a questa missione, avrei sperato che si parlasse di me in termini migliori; come può infatti un messaggio es­sere accolto se il messaggero è stato infangato, sporcato e di­sonorato? Tuttavia, ho dovuto accettare gli eventi così come si presentavano, riponendo la mia fiducia nel Cielo, che prima o poi viene sempre a ristabilire la verità.* Occorre sopportare e bere il calice amaro nell’attesa che il Cielo si mani­festi. È detto nel Salmo 91:

«Poiché mi ama, lo libererò…

Egli mi invocherà e io gli risponderò. Sarò con lui nello sconforto.

Lo libererò e lo glorificherò…

E gli mostrerò la mia salvezza».

Il Salmo non promette che saremo risparmiati, ma che alla fine il Signore ci accoglierà nella Sua luce. Se eseguiamo coscientemente il lavoro che il Cielo ci ha af­fidato, si verificano sempre degli avvenimenti che fanno ap­parire la verità e ristabiliscono la situazione. Altrimenti, qualunque cosa faremo, non avremo successo. Anche in que­sto caso non parlo solo per me, ma per tutti voi Quali che siano le difficoltà, è necessario proseguire fino a che il Cielo intervenga, poiché esso conosce il momento favorevole, e al­lora gli avvenimenti prendono tutt’altro corso.7 Quando ar­riva la primavera, quante trasformazioni nella natura! Gli interventi del mondo divino sono simili all’arrivo della pri­mavera: un soffio tiepido percorre la terra e i buoni semi che abbiamo interrato iniziano a germogliare.


Tratto da: Omraam Mikhaël Aïvanhov: "Per Diventare un Libro Vivente"

Fonte articolo: fratellanzadiluce.com

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