Spiritualità

Mercurio Alchemico: confronto tra Alchimia, Astrologia e Mito

di Francesca Piombo

“Dio non è soltanto redenzione dell’uomo ma è l’uomo stesso ad essere redenzione di Dio”

Detto alchemico

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L’alchimia medioevale e rinascimentale avevano come scopo primario quello di creare la mitica Pietra Filosofale, o Elisir di lunga vita, attraverso la fusione dei metalli di base che venivano trasformati in oro, considerato il metallo nobile per eccellenza, in grado di garantire l’immortalità.

Ma lo scopo dell’alchimia era soprattutto mistico e spirituale, perché l’incontro con la propria umanità permetteva all’alchimista di compiere un viaggio spirituale alla ricerca di se stesso, della sua Totalità, dei suoi potenziali da sfruttare così come dei suoi limiti da definire; un percorso introspettivo che collegava e metteva in relazione l’interno con l’esterno, il conscio con l’inconscio, il microcosmo col macrocosmo, attraverso l’integrazione dei vari principi corporei, emotivi, psichici ed energetici che si trovano nell’Universo e che sono a disposizione dell’uomo per la sua realizzazione, per prendere coscienza del suo non essere separato dalla Totalità ma partecipe e in prima persona del Principio Divino.

Il percorso d’individuazione

Carl Gustav Jung (1875-1961), padre della psicologia analitica del profondo, si è dedicato per circa vent’anni allo studio di questa disciplina; nel corso di tanti anni infatti, bisognoso di dare un fondamento oggettivo alle sue convinzioni sul valore sociale e spirituale del suo “Percorso d’individuazione dell’Io”, inteso come un processo di differenziazione dai valori collettivi e presupposto per arrivare alla Verità personale; convinto che tale percorso dovesse passare attraverso la riconciliazione ed integrazione delle molte dualità interne alla psiche; certo che l’inconscio individuale fosse condizionato e suggestionato dai modelli archetipici dell’inconscio collettivo, una sorta di fonte psicologica universale che affonda le sue radici nella notte dei tempi e che rappresenta la comune eredità del genere umano, Jung ha guardato all’alchimia con un interesse particolare; ha esaminato attentamente le fasi dell’Opus, le sue tematiche fondamentali, i suoi emblemi; fortemente convinto del potere evocativo del simbolo sulla capacità di interpretare i fatti della realtà quotidiana attraverso strumenti non solo logici e razionali ma fortemente connessi con dimensioni più sottili quali l’intuizione e la percezione sensoriale, è arrivato a mettere in analogia la Pietra Filosofale con il Sé, inteso come la spinta innata che c’è in ogni individuo (dal latino, non diviso) a compiere se stesso, ad accogliere la sua Totalità, a dare vita a ciò che è già latente alla nascita e che deve essere semplicemente riconosciuto ed accolto nella sua specificità.

Scrive Jung in “Ricordi, sogni, riflessioni”: “Occupandomi delle mie fantasie, cominciai a supporre che l’inconscio si trasforma o determina trasformazioni. Solo dopo che l’alchimia mi fu divenuta familiare capii che l’inconscio è un processo e che la psiche si trasforma o si sviluppa a seconda della relazione dell’io con i contenuti dell’inconscio. Attraverso lo studio dei processi individuali e collettivi di trasformazione e grazie alla comprensione del simbolismo alchimistico, pervenni al concetto centrale della mia psicologia: il processo di individuazione".

Ma l’intuizione junghiana puntava a conclusioni soprattutto spirituali perché vedeva in questa ricerca di Verità individuale il contemporaneo compiersi dell’Opera Divina, il prerequisito alla sua realizzazione:

“(Nella formulazione cristiana) l’uomo attribuisce a se stesso il bisogno di essere redento e trasferisce sulla figura divina l’opera di redenzione, il vero e proprio “opus”; (Nella formulazione alchimistica) l’uomo si assume il dovere di “compiere l’opus”, attribuendo lo stato di sofferenza e dunque il bisogno di redenzione all’”anima mundi” imprigionata nella materia; l’attenzione dell’alchimista dunque non verte sulla propria redenzione per grazia di Dio, bensì sulla liberazione di Dio dalle tenebre della materia”.

Gli stadi del processo alchemico quindi, graduali ed estremamente rigidi nella loro successione non sono che l’esatta metafora del percorso junghiano di “ricomposizione degli opposti” che si agitano all’interno della psiche e che si devono integrare per permettere all’Io cosciente di trasformarsi in Sé, all’ombra di trasformarsi in luce, così come il metallo vile si fa oro.clip_image004

La psiche, naturalmente spinta verso questa Totalità, il Sé junghiano che è archetipo di completezza, fa sì che la coscienza resa torbida dalle passioni e dagli attaccamenti, dai condizionamenti e dalle cariche energetiche distruttive, nonché dalle spinte collettive coscienti ed inconsce che hanno dominio sull’Io e ne bloccano l’individuazione, sia chiamata dall’inconscio personale a rientrare in contatto con la sua Totalità, ricomponendo le dualità interne e permettendo la nascita di uno stadio conclusivo dell’essere totalmente rigenerato, purificato e trasformato.

Ne consegue che la visione junghiana della libido, che conferma ed amplia l’intuizione freudiana, porta alla conclusione che l’energia psichica ha bisogno della dinamica dei contrari per dare il meglio di sé: le passioni, gli stati d’animo, le contraddizioni e i paradossi che si generano nella psiche di fronte a bisogni opposti ma contemporaneamente indispensabili, nonché il conseguente desiderio di risolverli per allentarne la tensione, sono il necessario presupposto a che si crei quella spinta propulsiva, quella corrente energetica necessaria ad elaborare le cariche distruttive trasformandole in creative, in un moto continuo e perenne di ascensione. Infatti, se da una parte si deve riconoscere l’impossibilità da parte della coscienza di poter integrare completamente l’inconscio per il mistero stesso che impregna la vita, è proprio l’energia psichica il presupposto che spinge a non fermarsi, ad andare avanti, per approdare a stadi migliorativi dell’essere, in un continuo sforzo di sublimazione e tensione spirituale.

clip_image006È così che il laboratorio dell’alchimista, con il suo Athanor, il crogiuolo alchemico, diventa la metafora di un viaggio interiore di trasformazione, dove si può operare una riunificazione con la propria anima attraverso l’integrazione degli opposti psichici, la coniunctio oppositorum che era il fine ultimo e tutto spirituale dell’alchimia: maschile e femminile, conscio e inconscio, attivo e passivo, luce ed ombra, Yang e Yin, Logos ed Eros, Animus e Anima vengono accolti nella loro sacra ambiguità per essere innanzitutto visualizzati, separati e quindi elaborati per compiere lo stadio finale, ciò che Jung definiva “il farsi totale dell’uomo psichico”.

In “Ricordi, Sogni e Riflessioni” leggiamo:

“Notai ben presto che la psicologia analitica concordava stranamente con l’alchimia. Le esperienze degli alchimisti erano, in un certo senso, le mie esperienze, e il loro mondo era il mio mondo, avevo trovato l’equivalente storico della mia psicologia dell’inconscio. Ora essa aveva un fondamento storico”.

Murray Stein, psicoanalista junghiano, membro dell’Associazione Internazionale di Psicologia Analitica, nel suo “Il principio d’individuazione”, ci ricorda come fu proprio il processo alchemico della separatio quello che diede impulso al personale percorso d’individuazione di Jung. Alcuni suoi viaggi geografici infatti, come quello di tre mesi che fece in Africa, lo aiutarono a comprendere meglio il bisogno imperioso di differenziazione dagli schemi collettivi, attraverso la necessità di operare una separatio dalla cultura europea, per poter pervenire alla coniunctio con la specificità della sua natura.

È forse per questo che Jung dedicò uno scritto intero al ruolo fondamentale dell’archetipo mercuriale come agente indispensabile per creare l’Opus. Nel suo “Studi sull’Alchimia, Lo Spirito Mercurio” leggiamo:

“Mercurio è l’arcanum, la prima materia, il padre di tutti i metalli, il Caos primordiale, la terra del paradiso, la materia a cui la natura ha lavorato un poco, lasciandola imperfetta. Ma è anche l’ultima materia, il fine della propria trasformazione, la Pietra, la tintura, l’oro filosofico, il re, la luce delle luci, anzi la divinità stessa o il suo perfetto corrispondente”.

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In particolare, nel suo commento a “Il Segreto del Fiore d’Oro“ in cui, assieme al sinologo tedesco Richard Wilhelm descrive il processo alchemico induista, buddista e taoista di circolazione dell’energia vitale all’interno del corpo, l’alchimia si fa “mercuriale”, perché solo grazie all’intervento del mercurio, “l’Io metallo vile” poteva entrare in contatto con il “Sé oro vivente”, secondo un processo di perfezionamento non solo materiale, ma soprattutto psicologico e spirituale.

L’immaginazione attiva

Nel suo “Jung e l’immaginario alchemico”, Jeffrey Raff, analista junghiano si diffonde sull’importanza della funzione simbolica nella pratica dell’alchimia, capace di accompagnare l’alchimista durante il viaggio di creazione dell’Oro filosofale.

Attraverso l’elencazione e l’illustrazione dei vari emblemi, l’autore insiste sull’importanza del simbolo e dei sogni per accedere al pozzo immaginativo dell’inconscio collettivo, per interagire con immagini arcaiche spontanee, con figure di sostegno che possono aprire alla funzione intuitiva della mente, la Funzione Trascendente, che fa da ponte per permettere alla coscienza di trovare nell’inconscio le risposte più appropriate a molte tensioni, paradossi e contraddizioni che coabitano nell’animo umano.

Il metodo dell’Immaginazione attiva infatti, applicato al mondo onirico per esempio, punta su un dialogo immaginale tra l’Io ed i contenuti dell’inconscio, sull’ascolto di alcune parti che chiamano per essere riconosciute, non rifiutando ciò che emerge come irrazionale o incomprensibile, ma accogliendolo ed interagendo simbolicamente con esso. Assumendo una posizione attiva che permetterà di raggiungere un piano intermedio di confronto immaginale, non del tutto conscio né solo inconscio, si potranno anche visualizzare e dipanare i contenuti opposti che provocano agitazione e tentare di riequilibrarli in una sintesi completamente nuova, sciogliendone la tensione.

Grazie all’immaginazione attiva, alla quale si può accedere anche grazie alla meditazione, si possono approfondire lati della propria natura collegati ai vari archetipi e scoprire in se stessi la capacità di riconoscere quale attivare in quel momento dell’esperienza e quale mettere a tacere. Solo attraverso la Funzione Trascendente, si può giungere ad una visione “alta” che permetta anche di operare una scelta che non sia collegata solo a valutazioni razionali o interpretazioni personali, tanto meno a schemi collettivi che bloccano o rallentano il bisogno innato di completezza, ma alla propria sapienza profonda che è contenuta soltanto nel Sé.

È molto bella a questo proposito la distinzione che Raff fa tra fantasia ed immaginazione attiva, così come leggiamo dal libro:

“L’immaginazione, trascendendo l’Ego, è il mezzo col quale l’anima fa esperienza di Dio e partecipa dell’espressione creativa del Divino. La fantasia invece non trascende mai l’Ego; in quello che si fantastica (il raggiungimento di ricchezze o il successo nel lavoro, ecc.) non si contatta lo Spirito interiore, c’è solo la messa in scena di desideri dell’Ego, di un’immagine dopo l’altra per trastullarsi, divertirsi o anche spaventarsi: l’Ego è sempre la star dello spettacolo. Nell’esperienza immaginativa, invece, l’Ego incontra “l’Altro”, deve trascendere le proprie idee ed avventurarsi nell’ignoto. E’ per questo che, se la fantasia dà spesso luogo a delusione, inflazione e stagnazione, l’immaginazione dà vita ad intuizioni, a trasformazioni vere e proprie. Senza l’aiuto delle forze immaginative, non c’è alcun modo per arrivare al Sé”.

Ed è proprio Mercurio il “ponte” per eccellenza per avviare questa ricongiunzione. Agendo da psicopompo che si snoda tra conscio e inconscio, l’archetipo apre alla possibilità di illuminare le profondità interiori, permetterne la visione e permettere al Sé latente di farsi manifesto.

Gli stadi alchemici

Ripercorriamo allora i passaggi principali del percorso alchemico: il primo è la nigredo, l’Opera al Nero, dove il metallo o “Prima Materia” veniva spogliato di tutto ciò che gli impediva di essere quello che doveva essere per dare il meglio di sè. Il primo di questi passaggi era definito “solutio”, la base dell’alchimia, in cui il metallo veniva liquefatto e totalmente dissolto, perché solo a quel punto poteva essere trattato e sottoposto alle varie trasformazioni. Come in una sorta di “ritorno all’utero”, si portava la materia differenziata del metallo al primario stato di indifferenziata fusione, così come leggiamo in un testo alchemico: “Le sostanze non possono essere cambiate se non riportandole innanzitutto alla loro materia prima”.

Attraverso il procedimento della solutio ed altri passaggi deprivanti come la separatio e mortificatio si poteva giungere allo stadio dell’Opera al Bianco, l’albedo, o “Seconda Materia” in cui la sostanza veniva purificata ed ulteriormente perfezionata attraverso rituali ancor più sofisticati, come la sublimatio e la calcinatio; è in questa fase che “Venere albedo” (rame) incontrandosi con Marte (ferro), principio attivo di forza vitale e Fuoco che trasforma e purifica, davano vita alla coniunctio della Terza Materia; è in questa fase finale della rubedo, l’Opera al Rosso, che si compie l’intera Opera alchemica, che la Pietra, inizialmente scartata perché imperfetta, diventa “Pietra d’angolo” e si fa “Filosofale”.

Mercurio in alchimia

clip_image010Abbiamo visto come in quest’opera di trasmutazione e perfezionamento, un posto d’onore fosse dato al metallo mercurio, definito dalla chimica moderna metallo di transizione pesante, l’antico l’hydrargirium o argento vivo che, legandosi allo zolfo e al sale, interveniva per mettere in relazione i vari elementi tra di loro e ne permetteva la lavorazione; era la così detta fons mercurialis, alla quale andavano a bagnarsi per celebrare le nozze mistiche il Re e la Regina alchemici come princìpi doppi, Maschio e Femmina, Corpo e Spirito, Luce ed Ombra e dalla cui conciliazione si generava il Lapis.

Il mercurio alchemico è un principio spirituale. È il “soffio” vitale che permette ai vari elementi che partecipano all’Opus una possibilità di contatto, inserisce la mediazione che impedisce ad un elemento di prevalere sull’altro, bensì consente all’uno e all’altro di miscelarsi ed integrarsi senza rinunciare alla personale specificità, che in tal modo viene perfezionata e sublimata.

Perché sia possibile questo, il mercurio alchemico deve possedere in sé aspetti positivi e creativi accanto ad aspetti distruttivi e degenerativi. Gli alchimisti erano convinti infatti che le qualità superiori dei metalli non potessero manifestarsi senza la presenza delle qualità inferiori che dovevano però essere trasformate, purificate e rese nobili.

Questo aspetto specifico del mercurio alchemico fa sì che i suoi attributi siano duplici e contrari, paradossali ed ambivalenti, perché in alchimia così come nella psicologia junghiana i contrari contengono tutto il bene e tutto il male possibile e sta solo all’impegno costante e coraggioso dell’Io cosciente di ricercare quella dimensione “altra”, quel temenos protetto in cui può avvenire la trasformazione.

Questo spirito “animatore” aveva due aspetti, uno celeste e l’altro terreno. Come Spirito celeste aveva la qualità di “far toccare il cielo” e quindi promuovere quell’avvicinamento al Divino a cui tende ogni creatura, mentre nel suo aspetto terreno era il generatore di ogni male, il distruttore per eccellenza, perché simbolo delle vulnerabilità dell’Io e dei suoi istinti e bisogni primari che devono essere redenti e nobilitati.

Per questo motivo,clip_image012 il mercurio, nella prima fase della Nigredo, era anche associato al simbolo del drago.

Il drago è una figura mitica molto potente che si ritrova nelle tradizioni e leggende di ogni popolo. Infatti, se da un lato appare minaccioso e terribile nella sua ferocia, dall’altro contiene in sé anche qualità nobili e dalla valenza divina, così come scritto nel testo “Coelum Terrae” di Thomas Vaughan (metà del ‘600) dove il drago parla così di sé:

“Sono l’antico drago presente ovunque sulla faccia della terra; sono padre e madre, giovane e vecchio, duro e molle, in discesa verso la terra e in ascesa verso i cieli, altissimo e infimo, leggero e pesante. Sono la tenebra e la luce, scaturisco dalla terra e sorgo dal cielo”.

Sappiamo come nella filosofia orientale il drago occupi un posto d’onore, perché riassuntivo dello Yin e dello Yang e cioè del concetto che non ci può essere luce senza ombra, bene senza male, inizio senza fine. Non a caso il Mercurio alchemico sorregge due serpenti che hanno significati opposti, ma l’uno non potrebbe fare a meno dell’altro, perché è dall’incontro dell’uno con l’altro che si raggiunge la guarigione.

Nella sua forma più negativa, il drago simbolo dell’inconscio collettivo, sede del Caos e degli elementi irredenti, porta su di sé ciò che deve essere eliminato, perché solo dopo questo passaggio può nascere uno stato di pura potenzialità, un’energia di cui ci si può servire per accedere a nuovi stadi creativi ed evolutivi che si rendono disponibili dopo lo sblocco.

La Tavola Smeraldina

L’importanza del mercurio in alchimia è sottolineata e ribadita da quello che gli alchimisti ritenevano il loro testo più sacro: la Tavola Smeraldina di Ermete Trismegisto, che Jung definiva “una specie di rivelazione sovrannaturale ai figli di Ermete dal protettore della loro Arte divina”.

Trovata nella tomba di Ermete Trismegisto rappresentava una guida per compiere l’Opus, una sorta di mappa per orientarsi nel viaggio di ricerca, un compendio che l’alchimista teneva sempre presente come se fosse una “ricetta” per arrivare alla creazione dell’unus mundus:

clip_image014È vero, è vero senza errore, è certo e verissimo.

Ciò che è in basso è come ciò che è in alto e ciò che è in alto è come ciò che è in basso, per fare il miracolo di una cosa sola.

Come tutte le cose sono sempre state e venute dall’Uno, così tutte le cose sono nate per adattamento da questa Cosa Unica.

Il Sole ne è il Padre, la Luna è la Madre, il Vento l’ha portato nel suo ventre, la Terra è la sua nutrice.

Il Padre di tutto, il Telesma di tutto il Mondo è qui; la sua potenza è illimitata se viene convertita in Terra.

Separerai la Terra dal Fuoco, il sottile dallo spesso, delicatamente e con grande cura.

Ascende dalla Terra al Cielo e ridiscende in Terra, raccogliendo le forze delle cose superiori ed inferiori.

Tu avrai così la Gloria di tutto il Mondo e fuggirà da te ogni oscurità.

E’ questa la forza forte di ogni forza, perché vincerà tutto ciò che è sottile e penetrerà tutto ciò che è solido.

Così fu creato il Mondo.

Da ciò deriveranno innumerevoli adattamenti, il cui segreto sta tutto qui.

Pertanto io fui chiamato Ermete Trismegisto, in possesso delle tre parti della filosofia del Mondo.

Ciò che dissi sull’opera del Sole è perfetto e completo.


Mercurio in Mitologia

La funzione di mediazione del mercurio alchemico poggia sulle caratteristiche che il mito greco dà al dio Hermes, il messaggero degli dei, mago e viandante divino.

Figlio di Giove e della ninfa Maia, la più bella delle Pleiadi, Hermes era il Signore dei grandi confini e presiedeva ai viaggi in terra, proteggendo per questo gli scambi, la comunicazione e tutti gli spostamenti.

Tra gli dei dell’Olimpo era l’unico che poteva andare e venire a piacimento sui tre mondi dell’esperienza: scambiava così con il cielo, perché gli era consentito l’ingresso nell’Olimpo dove si adoperava per riconciliare gli dei quando litigavano tra loro; scambiava con la terra, dove portava agli uomini gli ordini che dovevano eseguire per non far adirare gli dei, oppure riportava agli dei i desideri degli uomini e scambiava con gli Inferi perché era l’unico tra tutti gli dei a cui era consentito di scendere all’Ade per accompagnare le anime dei morti nell’oltretomba ed incontrarsi col giudizio divino.

clip_image016È Hermes infatti che, in qualità di guida per le anime, scende agli Inferi per aiutare Persefone rapita da Ade e la riporta alla madre che non si dà pace per la sua perdita improvvisa ed è lui che conduce Ulisse attraverso gli Inferi in cerca dell’amico morto, per poi farlo tornare ai suoi compagni che lo attendono in superficie.

A livello simbolico la sua figura è bellissima perché se da una parte è in analogia con l’emisfero sinistro del cervello che presiede alla capacità razionale, lucida e valutativa della mente che sa rimanere salda e fredda anche nei momenti di estrema agitazione emotiva perché resta centrata e sempre presente a se stessa, ma anche perché sa attingere a quella leggerezza e capacità di sdrammatizzare nelle situazioni più pesanti della vita, dall’altra parte esprime la capacità della mente di entrare in contatto con altre dimensioni più profonde che non dipendono dalla funzione razionale, ma sono strettamente collegate all’emisfero destro, quello analogico e simbolico: la funzione immaginativa, quella intuitiva, quella percettiva, ma anche quella più misconosciuta e sottovalutata e cioè l’introspettiva che permette all’individuo di scendere dentro di sé ed analizzarsi; di accettare l’incontro con se stesso, con la sua Verità e solo a quel punto risolvere le molte tensioni interiori che derivano proprio dalla negazione all’apertura di questa parte del Sé.

Come interprete degli ordini divini poi, Hermes era anche il dio della parola e dell’eloquenza, ma anche dei sogni con i quali faceva addormentare i mortali, quand’erano tormentati da affanni e preoccupazioni, toccandoli con il Caduceo, la sua verga divina.clip_image018

E la leggenda del Caduceo riporta ancora una volta all’integrazione degli opposti junghiana, indispensabile per arrivare alla completezza che chiede la psiche.

Se infatti Asclepio, il dio della medicina, aveva il Caduceo come suo attributo, ma con un solo serpente attorcigliato su di esso come simbolo di cura e guarigione, in quello di Hermes i serpenti erano due, perché soltanto grazie al duale si può giungere all’integrazione degli opposti e quindi alla vera guarigione.

Si narra che trovandosi Hermes sul monte Cicerone, avrebbe separato due serpenti che combattevano tra loro servendosi proprio del Caduceo che aveva posto al centro tra i due animali, come se fosse lì, al centro, il giusto mezzo da raggiungere, tant’è che a quel punto i due serpenti vi si sarebbero attorcigliati, rinunciando alla lite.

È per questo che Jung parla del dio come Hermes Kyllenios “il causatore delle anime”, il mediatore che apre spazi liminali dove i vari processi psichici possono essere elaborati.

È interessante notare come il nome greco del dio derivi da “herma”, mucchio di pietre”, perché proprio i tumuli di pietre ammassate lungo le vie in posti strategici diventavano punti di riferimento ai viandanti per non perdere la strada, per orientarsi anche nei luoghi più desertici e desolati, coltivando la certezza che fosse proprio quella la giusta direzione.

Lo “spazio ermetico” diventa così un luogo psichico in cui è possibile dare confini e delimitare gli spazi della ricerca introspettiva; un luogo mobile e mai fisso in cui ci si può aprire di volta in volta a percezioni e sensazioni nuove, a nuove interpretazioni; la mobilità e la volatilità dell’archetipo permettono questo scambio perché i confini, se pur delimitati nel “qui ed ora” dell’esperienza, non diventino mai rigidi o predefiniti ma flessibili ed aperti a nuove visioni.

Non è Hermes il “guardiano della soglia” tra conscio e inconscio, a lui spetta invece aprire sempre “nuove soglie” per permettere di visualizzare ciò che è di vitale importanza nel processo di trasformazione; non a caso il dio Mercurio veniva visto dagli alchimisti come “il detentore delle chiavi alchemiche” nella fase della circulatio, in cui gli elementi venivano ciclicamente scaldati all’interno di un’ampolla in un percorso a serpentina, per essere poi nuovamente rilavorati fino alla loro sublimazione.


Mercurio in Astrologia Umanistica

L’Astrologia Umanistica si differenzia dall’Astrologia tradizionale perché si rifà direttamente alla filosofia di Jung sia per il “percorso d’individuazione dell’Io”, compendiato dalla carta astrale di nascita nella sua totalità, sia per la possibilità di rintracciare nei simboli planetari dei modelli comportamentali di riferimento, immagini arcaiche preesistenti all’Io stesso, avvicinabili agli “Archetipi dell’inconscio collettivo”, attraverso i quali l’individuo ha la possibilità di conoscersi e rintracciare in se stesso le risorse energetiche di cui dispone e servirsene nell’esperienza di vita.

I pianeti infatti non influenzano in nulla la vita dell’uomo, sono semplicemente il riflesso dei bisogni coscienti ed inconsci che sono già dentro di lui e che lui stesso vuole esprimere per compiere se stesso. Attraverso l’analisi del Segno Solare, che può dare già ottime informazioni generiche e collettive, si può ottenere un esame più dettagliato e personalizzato analizzando tutti gli altri pianeti, in che Segno transitavano al momento della nascita e che tipo di scambi facevano tra di loro e con quel Sole, riuscendo così ad ottenere un profilo astrologico e psicologico, capace di illuminare le personali specificità.

Ma secondo l’astrologia umanistica lo strumento astrologico non potrà mai farsi esatto o infallibile perché ci sarà sempre quella variabile, quella particolare condizione in cui si trova la persona in quel momento della sua vita a garantire la possibilità di utilizzare la carica energetica di cui dispone fin dalla nascita in maniera personale, anche del tutto innovativa rispetto alla modalità che la tradizione assegna ad un particolare aspetto planetario, una modalità che non può essere fissa, ma in linea con il divenire stesso della persona, con il grado di evoluzione raggiunto e soprattutto con il progetto spirituale che la sua anima intende realizzare. Ma anche in linea con “l’aria dei tempi” e cioè con quello che l’umanità intera sta sperimentando a livello cosciente ed inconscio sul piano collettivo e che sente risvegliarsi dentro di sé per allinearsi al grande progetto universale che unisce il Creato ad ogni creatura, naturalmente ed automaticamente spinta a ricongiungersi col Principio Divino.

clip_image022Anche nell’immaginario alchemico i pianeti e le stelle avevano un ruolo fondamentale; secondo Paracelso, grande medico e alchimista svizzero della fine del ‘400, proprio attraverso il simbolo e l’ “immaginazione attiva”, l’alchimista aveva “il potere di moderare i cieli, muovendosi da stella a stella”, diventava egli stesso “stella” e quindi poteva liberarsi dai vincoli del destino, autodeterminarsi e soprattutto elevarsi spiritualmente.

Così come in alchimia, anche nella pratica astrologica, tutti i pianeti che ritroviamo nel cielo hanno un valore simbolico, sono essi stessi Archetipi, sono modelli innati che daranno una coloritura particolare alla persona, definendola nel suo Animus, la parte maschile e attiva della sua natura e nella sua Anima, la parte femminile ricettiva; si potrà così comprendere meglio l’intero progetto esistenziale: ciò che la persona vuole realizzare (Sole), ciò che la fa emozionare (Luna), ciò che costituisce il suo bagaglio intellettivo e comunicativo (Mercurio), ciò che rappresenta la sua scala di valori ed il bisogno di vivere l’amore (Venere) e ciò che la spinge a mettere in atto un particolare comportamento per affermare la sua volontà (Marte).

Accanto ai pianeti così detti personali, ci sono quelli più lenti, espressione di ciò che la persona persegue per la sua crescita (Giove), ciò che la riconduce al senso di realtà e al limite (Saturno), ciò che le permette di evolvere e cambiare (Urano), ciò che la spinge verso un ideale spirituale (Nettuno) e ciò che rappresenta la sua capacità di trasformazione e di rinascita (Plutone).

E, così come nell’alchimia il mercurio era l’agente fondamentale per arrivare alla trasformazione dei metalli e alla loro elevazione, allo stesso modo il viaggio astrologico verso il Sé, un viaggio che inizia in Ariete e termina col Segno dei Pesci, trova i suoi punti chiave proprio nei Segni collegati a Mercurio: Gemelli, Vergine e Scorpione, dove viene fornita la chiave d’accesso perché l’uomo si metta in contatto con la sua Anima, arrivi alla completa conoscenza di se stesso e dia il suo specifico contributo all’Opera Creativa.

clip_image024Il pianeta, il più vicino al Sole, Signore dei Gemelli (Aria) e della Vergine (Terra), con la sua esaltazione nel segno dello Scorpione (Acqua) è un simbolo primario di comunicazione e di scambio; esprime così non solo l’intelligenza razionale ed il bisogno di conoscenza delle cose, ma anche la capacità di permettere ai vari principi energetici di entrare l’uno in contatto con l’altro, conoscersi, riconoscersi ed operare per la loro integrazione.

Leggero e curioso nel Segno d’Aria dei Gemelli, simbolo del Puer Aeternus, il Bambino Divino che è in ognuno di noi, lo Spirito creativo che ci spinge a credere nella vita, Mercurio si fa più attento e profondo in quello di Terra della Vergine, dove la realtà viene passata al filtro della mente perché la ragione possa valutare ogni aspetto dell’esperienza senza farsi deviare da errate interpretazioni. Ma ancor più attento, sensibile e ricco di profondità si fa Mercurio nel Segno dello Scorpione dove l’energia d’Aria e di Terra del pianeta si miscelano con l’Acqua di Plutone e col Fuoco di Marte per permettere il passaggio dallo Scorpione al Sagittario, dal finito all’Infinito, dall’ordinario allo straordinario, dalla visione personale dell’Io a quella universale e spirituale del Sé.

E’ proprio il Segno dello Scorpione quindi, tartassato e bistrattato dall’Astrologia tradizionale, che permette questo passaggio; è nella sede Scorpione, dove il Sole astrologico trova la sua trasparenza, che ci si può spogliare delle emozioni inferiori che inquinano la coscienza ed impediscono di compiere l’individuazione: la rabbia, il senso di colpa e di fallimento, la paura, la vergogna, il senso di inadeguatezza e tutti quei sentimenti che sono diventati i ri-sentimenti di un Ego ancora troppo forte, grazie all’ “acqua amica” di Mercurio esaltato in Scorpione miracolosamente si lavano via, si nobilitano e portano guarigione.

Scrive Howard Sasportas astrologo junghiano nel suo “Gli dei del Cambiamento”:

“Se intendiamo evolvere e raggiungere la completezza, dobbiamo espandere il nostro senso di identità includendo le emozioni primarie, gli istinti primitivi e i desideri conflittuali. Occorre accettare che fanno parte della vita e non condannarci per il fatto di essere loro soggetti. Ammettendo la loro esistenza e accettandoli come parte del nostro retaggio umano, possiamo avviare il processo che porta a riorientare l’energia imprigionata, canalizzandola in più proficue modalità espressive”.

Tra tutti i Segni d’Acqua, è quindi proprio allo Scorpione che viene affidato quest’arduo compito, il più difficile ma anche il più gratificante nell’attimo in cui la fase legata al Segno, che è insita in ogni individuo, si compie. La completezza astrologica infatti, si ottiene facendo esperienza di ciò che ogni Segno rappresenta, a seconda del percorso individuale e di quanto la persona sente di voler realizzare in quel preciso momento della sua vita.

Non esiste un Segno migliore di un altro, così come ogni fase alchemica era necessaria e presupposto alla fase seguente, anche ogni fase astrologica è necessaria per disporre dell’energia creativa che ogni Segno simboleggia, farla propria ed utilizzarla per compiere il proprio Sole.

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Certamente l’acqua ed il suo potere trasformante è stata sempre vista nella simbologia mitica di ogni popolo come un elemento non solo di purificazione, ma anche d’immersione in una dimensione “altra” in cui si può coltivare il dialogo interiore; è grazie all’energia dei Segni d’Acqua, così presente nei nostri tempi, che ci si può incontrare con percezioni ed emozioni diverse, capaci di operare una ricongiunzione con le profondità sommerse della psiche, sconosciute alla coscienza e per questo da illuminare, così come leggiamo dall’iscrizione di uno degli stipiti della “Porta Alchemica” che il Marchese di Palombara fece costruire nel 1655 in Piazza Vittorio a Roma, emblema essa stessa dell’importanza del messaggio alchemico di quei tempi:

QUI SCIT COMBURERE AQUA ET LAVARE IGNE FACIT DE TERRA CAELUM ET DE CAELO TERRAM PRETIOSAM

Chi sa bruciare con l’acqua e lavare col fuoco fa della terra cielo e del cielo terra preziosa.

Ma il potere fisico trasmesso da Marte e quello emotivo e psicologico collegato a Plutone perderebbero ogni possibilità di collaborare tra di loro se non intervenissero la buona Terra e l’Aria leggera di Mercurio, in grado di stemperare la forza distruttiva del Fuoco e dell’Acqua ed estrarne solo il potenziale creativo, bruciato e lavato, completamente purificato.

Scrive Murray Stein nel già citato “Principio d’individuazione”:

“Un processo d’individuazione esige che si mettano in discussione le nostre più importanti certezze culturali e le convinzioni alle quali siamo più affezionati. Questo vuol dire lasciare andare le precedenti identificazioni ed essere aperti ad esplorare ciò che è sconosciuto e spesso sgradevole. Deve esserci un atteggiamento aperto nei confronti dell’Altro e la disponibilità ad entrare in dialogo con quell’elemento straniero. L’elemento estraneo verrà così integrato in noi stessi, ma verrà integrato anche il rimosso, l’oscuro, lo spaventoso e il dimenticato”.

È solo grazie a questo intervento da parte di Mercurio quindi che l’individuo può compiere quello scatto in avanti che vede il passaggio dallo Scorpione al Sagittario, dall’ottavo al nono settore dell’Oroscopo, dal materiale allo spirituale, dall’inconscio al superconscio, che altrimenti non potrebbe compiersi.

clip_image028Questo percorso di trasformazione e di giusto utilizzo dei vari principi energetici naturali potrebbe essere ben compendiato nel quadro del pittore olandese Thomas Wjick “Il fiammingo” (1616-1700), dove si può ammirare l’attenzione che rapisce l’alchimista nella lettura che ha prodotto la ricerca, per nulla disturbato ma quasi sostenuto nella concentrazione dalla confusione che regna intorno, come se il bisogno impellente di ordine che chiede la Terra della Vergine, debba aprirsi comunque al Caos che lo fronteggia dall’Acqua dei Pesci perché possa avviarsi la giusta integrazione.

L’archetipo mercuriale potrebbe quindi e a buon diritto rappresentare la tensione innata della psiche ad integrare l’energia dei Segni mobili, dove il bisogno di regole ed il buon senso della Terra della Vergine, l’intelligenza e la leggerezza dell’Aria dei Gemelli e la spinta alla ricerca e al lontano che è viva nelle braci del Sagittario possono trovare una sintesi nel sentimento di compassione ed Amore universale a cui tende l’Acqua dei Pesci, in cui si compie e trova un senso l’intero viaggio astrologico.

E chiudo questo studio sull’alchimia con le parole di Jung:

“Dio vuole nascere nella fiamma della consapevolezza umana, balzando sempre più in alto. Ma se questo non avesse alcuna radice nella terra? Se non è una casa di pietra quella in cui può abitare il fuoco di Dio, ma una miserabile capanna di paglia che prende fuoco e sparisce? Potrebbe allora nascere Dio? Bisognerebbe essere capaci di subire Dio, Dio si prenderebbe allora cura di se stesso. Il mio principio interiore è Deus et homo. Dio ha bisogno degli uomini per diventare conscio, così come ha bisogno di limiti spaziali e temporali. Cerchiamo allora di essere per lui limitazioni spaziali e temporali ed un tabernacolo terreno”.

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di Francesca Piombo


Bibliografia:
Jung, C. G., Ricordi, sogni, riflessioni, BUR, 1998
Jung C. G., Wilhelm R., Il segreto del fiore d’oro, Bollati Boringhieri, 2001
Jung C.G., Psicologia ed Alchimia, Bollati Boringhieri, 2006
Jung C.G., Studi sull’Alchimia, Lo Spirito Mercurio, Bollati Boringhieri, 1988
Hillman J., Saggi sul Puer, Cortina, 1988
Stein M., Il principio d’individuazione, Moretti & Vitali, 2010
Von Franz M.L., L’eterno Fanciullo, l’Archetipo del puer aeternus, TEA, 1997
Sasportas H., Gli dei del cambiamento, Urano Nettuno Plutone, Astrolabio, 2000
Graves R., I miti greci, Longanesi, 1983


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