Spiritualità

Lo yoga per i cristiani

intervista a P.Dechanet, monaco benedettino e cultore di yoga

Ormai la stampa le attribuisce il titolo di «yoghi dell’Occidente»; vorrebbe spiegarci come si è interessato allo yoga?
Non mi sono interessato allo yoga; l’ho incontrato casualmente sulla mia strada. Posso dire che quando ne sono venuto a conoscenza attraverso la Lettura di un articolo, già lo praticavo a mio modo. Sono stato malato fino all’età di quarant’anni, quando un medico ha scoperto la causa della mia malattia e mi ha ridonato la salute. Soffrivo di una grave depressione intellettuale e fisica, che paralizzava ogni mia attività. La salute mi ha fatto sentire il bisogno di liberarmi attraverso l’azione e il movimento. Una ginnastica dura e difficile (posso dire di aver praticato tutti i tipi alla moda) mi ha aiutato a guarire.

A questo punto è avvenuto l’incontro con lo yoga; i suoi esercizi mi hanno dato la grande gioia del silenzio mentale (così infatti ho intitolato il mio primo saggio sull’argomento). Ho risentito un. nuovo bisogno di pregare. Il mio spirito riprendeva a lavorare in profondità, avevo la possibilità di pensare a qualcosa come di non pensare assolutamente a niente. In me si risvegliava una energia fino allora addormentata; più tardi ho imparato a chiamarla la «conoscenza attraverso la via del cuore». Avevo già avuto un presentimento per aver studiato i mistici del Medio Evo che parlano di una doppia conoscenza: una conoscenza intellettuale-razionale, sul piano delle idee, e una conoscenza al di là del pensiero, sul piano del cuore, chiamata «intellectio amoris». Mentre in me si svolgeva questa esperienza, ho scoperto pure che lo yoga si poteva adattare alla nostra mentalità occidentale e alla nostra fede. Lo yoga è stato a servizio di tutte le religioni e di tutte le ideologie! Il Buddismo, il Bramanesimo, il Vedantismo, il Taoismo; si è adattato al Buddismo ateo come al Buddismo teista. Perché non poteva servire anche il Cristianesimo? Mi veniva sempre più chiara l’idea che poteva nascere uno yoga adatto alla nostra mentalità occidentale, al nostro temperamento e alla nostra attività; al nostro bisogno di espansione e alla nostra fede. Mi sembrava che lo yoga non dovesse servire solamente agli asceti che si ritirano sull’Himalaia.

LO YOGA: FONTE DI UNITA’ COL TUTTO

Ormai la sua esperienza di yoga occidentale e in particolare di yoga cristiano è abbastanza lunga. Vorrebbe precisarci quali sono le esigenze fondamentali del nostro vivere quotidiano a cui lo yoga dà una risposta?
Lo yoga pone l’uomo in relazione con il suo ambiente e con il mondo: è questo ciò che ho imparato seguendo la «via del silenzio» o «via del cuore», che è la stessa cosa. In Occidente infatti si ha una spiritualità idealista che da secoli predica la fuga dal mondo. Viviamo un Cristianesimo di «fuga», a causa dell’influenza del manicheismo e del protestantesimo. La nostra spiritualità è basata sull’opposizione tra ciò che è fisico e materiale e ciò che è spirituale, tra ciò che è umano e ciò che è divino, tra la carne e lo spirito, il mondo e Dio. Questi elementi invece non si contraddicono, ma sono complementari; la vera liberazione dell’uomo sta nel vivere la pienezza della vita, sfuggendo il dualismo. Non vivere solamente con il cuore, né solamente con lo spirito, ma vivere coscienti che lo spirito è incarnato. In fondo, l’opposizione che viviamo è paradossale, l’uomo deve vivere interamente, non solamente con lo spirito o solamente con la carne. L’uomò è più profondo della riduzione che ne fa il materialismo o lo spiritualismo. La spiritualità orientale invece è più preoccupata di aiutare a raggiungere l’unità, anziché portare alla santità morale. E giustamente lo yoga cerca l’unità, la gioia; cerca di unire quello che sembra diviso, contraddittorio. Ricostruire l’unità di tutte le componenti dell’essere umano, fatto di cose eterogenee: il corpo e lo spirito, la carne e l’io profondo. E’questo bisogno di unità che più mi ha impressionato nella mia esperienza dello yoga.

Penso che sia particolarmente interessante quello che lei ha detto sulla realizzazione dell’unità attraverso lo yoga. In genere si crede che siano gli orientali a sfuggire il mondo, non noi che lo abbiamo dominato con le scoperte geografiche e con ta tecnica. Ma come spiega lei il fatto che gli orientali chiamino il mondo «maya», da noi tradotto con «illusione», se sono tesi a questa unità con le cose?
Questo termine è inteso male: non vuol dire illusione, nel senso nostro, ma manifestazione del reale. Tutto è simbolo, tutto è immagine, tutto è figura. Si tratta di cogliere da questo simbolo e da questa figura la realtà di cui essi sono messaggeri. Compito dell’uomo è di giungere alla vera essenza delle cose, andando al di là della forma nella quale esse ci appaiono: in questo senso il mondo è «maya». Lo yoga cristiano poi ha una parola in più da aggiungere; si può comprendere meglio questa concezione se si pensa alla figura della Genesi, in cui Dio ha preso del fango e ha modellato il corpo dell’uomo, e poi ha dato vita a questo corpo, per mezzo del suo soffio vitale. L’uomo respira per mezzo del soffio divino; apre gli occhi: ecco che la sua vita incomincia. L’uomo deve prendere coscienza di essere stato plasmato dalla terra e di riunire in sé elementi divini e terrestri: è lui la ricapitolazione dell’ordine universale.

CONOSCERE ATTRAVERSO IL CUORE

Se ho ben capito, lo yoga propone l’unità di corpo, spirito, cosmo; e solo dopo questa unità l’uomo può avere esperienza di Dio. Ci vorrebbe precisare la funzione del corpo in questa ricerca?
L’errore di una certa filosofia religiosa è stato quello di separare l’uomo dal mondo e dalla natura, pretendendo che vivesse solo con lo spirito. Da qui nasce l’incapacità dell’uomo di comprendere la sua vera realtà ed il continuo contrasto con la materia e quindi con il suo corpo. Bisogna prendere coscienza che il corpo umano è il punto di partenza della ricerca di Dio (questo devo riconoscere di averlo imparato da Guglielmo di S. Tierry, un monaco medioevale). Non bisogna certo vivere per il corpo, ma bisogna pure ricordare che non possiamo vivere senza di lui. Bisogna di conseguenza trattarlo con saggezza. Si deve ritornare all’immagine del soffio divino, il soffio che Dio ha immesso nell’uomo. Questo soffio divino è una scintilla di vita divina ed essa è nel profondo del cuore di ognuno di noi. Ed è per mezzo di questo io intimo e profondo che Dio si fa conoscere. Infatti se c’è equilibrio nel corpo c’è equilibrio anche nello spirito e in tutto l’uomo. La materia non è mai sola e lo spirito non ì mai solo. La filosofia antica non metteva in opposizione la vita fisica con la vita spirituale; secondo la religione antica tutto era unito, tutto era avvolto dalla sacralità delle cose, tutto era marcato dal segno divino, tutto era la vita che si manifesta nell’unità del Cosmo. Gli indù avevano capito il valore di questo cuore che fa l’unità dell’uomo. In fondo a questo cuore esiste il «purusha» (ciò che è spirito), ma «purusha» può manifestarsi soltanto attraverso la materia. Devo perciò dire che il corpo manifesta lo spirito.

L’uomo è un piccolo mondo e può condurre una sua vita personale; egli può vivere senza tener conto del mondo di cui fa parte, ma in questo modo non raggiunge la pienezza della vita. Egli deve prendere coscienza del mondo che lo circonda, inserirvisi, integrarvisi. L’uomo non riuscirà a realizzare veramente se stesso se si scinde dall’universo che lo circonda. La disarmonia del suo essere e la sua insoddisfazione nascono quando non riesce ad integrare il mondo intellettuale con quello fisico. Egli è spesso incapace di fare la sintesi tra i due elementi: il corpo e l’anima. La scissione dell’uomo con il cosmo che lo circonda o la scissione dell’uomo con se stesso è stata approfondita dalla divisione che si è fatta, a partire dal tredicesimo secolo, tra soprannaturale e naturale.

Mi sembra che secondo lei la conoscenza dell’uomo non si ha né attraverso la ragione, né attraverso la sua realtà materiale, ma attraverso quello che lei definisce in alcuni momenti «l’io profondo», in altri semplicemente «cuore». La disciplina yoga fermerebbe la sua attenzione soprattutto su questa capacità umana, e ogni posizione del corpo dovrebbe servire a risvegliare questa «conoscenza per amore» (intellectio amoris). Ma cos’è questo cuore, questo io profondo? Lei ha scritto un libro dal titolo: «Va dove ti porta il cuore».
La cosa più importante della nostra vita è quella di saper comunicare con gli elementi che Dio ha messo a nostra disposizione. Gli organi dei sensi hanno un valore primario. L’energia entra in noi non soltanto per mezzo della respirazione: essa entra in noi prima di tutto attraverso i sensi. Una delle arti dello yoga è quella di saper rieducare gli organi sensoriali. Attraverso i sensi noi possiamo arrivare a sentire delle sensazioni profonde, interiori. C’è uno stretto rapporto tra i sensi del corpo e i sensi spirituali. Si arriva a Dio, alla sua conoscenza, per mezzo di sensazioni interiori profonde. Queste sensazioni profonde sono come il simbolo delle sensazioni esteriori, delle sensazioni del corpo e viceversa. La vita naturale deve portarci a questa vita profonda che è una comunione intensa con Dio. Lo yoga ci può aiutare a comprendere meglio la nostra vita naturale e le nostre percezioni per farci arrivare a conoscere Dio.

Lo yoga ha lo scopo di farci vivere in vera pienezza e di sviluppare in noi una certa comunione con Dio. Troppo spesso ci si limita solo ad un certo numero di posizioni che si fanno per avere un miglior portamento: lo yoga invece deve far sviluppare l’uomo nella sua vita profonda. Per mezzo della comunione con le forze esteriori, con le forze della natura, si crea in noi l’equilibrio e l’armonia. Un altro aspetto importante dello yoga è quello di saper comunicare agli altri l’energia ricevuta. Noi riceviamo la vita e l’energia, raggiungiamo la nostra pienezza; dobbiamo però essere capaci di donarla a coloro con cui siamo in contatto.

Lo yoga cristiano è uno yoga interiore, uno yoga integrale che tiene conto della pienezza dell’essere che si è integrato con le forze che Dio mette a sua disposizione. L’obiezione che questo io profondo può portare ad un qualunquismo morale, mi sembra non abbia senso. Ci siamo scagliati troppo contro i cosiddetti «peccati della carne», dimenticando che esistono anche delle «passioni intellettuali», che fanno più male di tutte le concupiscenze della carne.

DAL COSMO AL DIO PERSONALE

Ma in definitiva lo yoga orientate confonde Dio con il cosmo o con il tutto. Come può questa concezione essere messa in accordo con la concezione di un Dio personale, propria del cristianesimo?
La contraddizione è puramente nella mente e l’intellettuale non arriva a conoscere, con il suo metodo, che una minima parte della realtà e di Dio. La visione cristiana è un completamento, perché vi aggiunge il dialogo interpersonale tra Dio e l’uomo. Nel nostro mondo esiste una rottura tra l’uomo e il mondo e di conseguenza tra l’uomo e Dio. L’uomo deve ritornare a Dio comprendendo il valore sacro delle cose, rispettando il pensiero di Dio ed integrandosi a questo pensiero, e nello stesso tempo egli deve integrarsi nel mondo. Tutte le manifestazioni della vita religiosa, tutte le strade, tutti i gesti liturgici, ed anche i sacramenti, hanno lo scopo di reintegrare l’uomo in un cosmo in cui le cose hanno un valore sacro. Bisogna vedere la bellezza della creazione: in tutto ciò che Dio ha creato non c’è rottura, non c’è disunione: tutto è segnato dalla sua mano. Il corpo umano deve essere considerata come un tempio, il tempio di Dio. Bisogna arrivare a fare l’unione tra il mondo materiale e il mondo di Dio. Lo yoga, uno yoga ben fatto ci aiuta a posare sulla creazione uno sguardo comprensivo, uno sguardo che ci unisce ad essa. Gli esercizi dello yoga e la meditazione ci aiutano a sentire la vita che palpita nella natura, con cui si ristabilisce un equilibrio. Così solamente si può esperimentare che si è degli esseri creati da Dio e Lo si comprende meglio. Si ha una gioia profonda, si sente vibrare tutta la creazione: è una ripresa di contatto con Dio. Bisogna arrivare a ricollegare tra loro il corpo, l’intelligenza e il cuore. Ogni ascesi dell’amore è sacra: Dio è presente in tutte le manifestazioni della vita.

Noi siamo dei mediatori e se non lo siamo manchiamo alla nostra vocazione di uomini.

Lo yoga in fondo è una disciplina indiana. Non è forse solo un gusto esotico il pretendere di trasportarlo in Europa?
Credo veramente di no, se si fanno le cose seriamente. Nel suo spirito originario lo yoga non ha niente a che vedere con lo sforzo di ricupero che noi facciamo in Occidente di un uomo disumanizzato, ridotto dalla società ad essere un puro strumento e un soggetto di consumo.

Lo yoga dello yoghi autentico è senza dubbio un’arte di vivere a solo vantaggio dello spirito, nello sforzo di penetrare tutto quello che nell’universo non è che un simbolo (maya), apparenza fuggitiva del reale, manifestazione effimera dell’assoluto. Uno yoghi è un grande saggio che ha lasciato tutto «per realizzarsi come Dio o particella di Dio». Un vero yoghi è più distaccato dal mondo e dalle sue tentazioni del più severo monaco dell’Occidente. E’ bene ricordare questo per mettere in luce i limiti materialistici dello yoga della maggior parte dei professori e maestri occidentali in questo campo. Ma si deve rivendicare allo yoga integrale la sua qualità di disciplina dello spirito umano nel senso più profondo e unitario al quale abbiamo accennato. Ho una larga esperienza di questi casi per cui spesso dico a questa gente: «Se il vostro allievo, dopo aver ricuperato quella serenità fisica che ricercava, vi porrà, come abbastanza spesso succede, dei problemi spirituali, risponderete con la teologia religiosa dell’Induismo?».

Che cosa cerca in genere una persona che si rivolge ai centri yoga o che viene al suo eremo?
Ci sono le situazioni più complesse. Talvolta c’è un bisogno diverso di andare a Dio, una fatica e una disillusione nella preghiera tradizionale; altre volte si desidera solo star meglio fisicamente o migliorare il proprio portamento fisico. Per alcuni è una fuga, un desiderio di fuggire la realtà quotidiana. Al fondo di tutti c’è una insoddisfazione confusa. Così inizia l’esperienza yoga, che poi in genere matura verso una ricerca spirituale. Lentamente queste persone si convincono che non si tratta di fuggire ma di incontrare: incontrare la famiglia, incontrare l’uomo o la donna, incontrare la comunità. Lo yoga orientale nel suo spirito più genuino vuole portare a vivere in armonia con il mondo, perché non si ha responsabilità in un’azione finché non ci si entra con tutte le dimensioni della nostra personalità. Si comprende lentamente che: lo yoga non è una ginnastica muscolare, per far lavorare le ghiandole; è una vita più profonda, è una, vita contemplativa. Voi dite “DIO”, ma che cosa vuol dire questa parola? Bisogna far esperienza di Dio che sta al fondo dell’essere umano, all’ interno di noi, che è la santificazione, l’unità, una unità sempre più grande; Dio è in noi e noi siamo in Dio. Per molti cultori dello yoga Dio non è una persona; non tentano neppure di definirlo; Dio è la Forza vitale, è la Natura. Si tratta allora di comunicare con questa Natura.

Lo yoga cristiano aiuta a capire che Dio è persona in perpetuo rapporto con il mio io persona; Dio è una realtà a cui voglio partecipare sempre di più, come un altro da me, e un altro in cui mi riconosco, che entra nella mia contemplazione. Un vero contatto non porta a definire la verità; la verità ci deve impressionare come viene impressionata una lastra fotografica. Io penso che su questo piano l’annuncio cristiano porta un completamento qualitativo allo yoga orientale.

Fonte: la mentemente.com

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