Arte e Musica

L’enigma “Michelemmà”: una ragazza, una carta da gioco o un arcangelo?

— Autore: Mimmo Guarino —

In questo articolo vi voglio parlare di Michelemmà: un’antica canzone napoletana, risalente presumibilmente al XVII secolo, che la tradizione attribuisce al famoso pittore napoletano Salvator Rosa. Senza dubbio la più importante e nota del 600′ rappresenta uno dei primissimi esempi di canzone napoletana scritta su ritmo di tarantella. Per questo è da considerarsi una tappa imprescindibile in qualsiasi itinerario narrativo sulla storia della canzone napoletana. Michelemmà è però anche una canzone avvolta nel mistero che da secoli desta l’interesse di appassionati e studiosi.

Sto parlando di una canzone davvero speciale; basterebbe soltanto dire che a distanza di quattro secoli (o forse più) trova ancora un suo spazio nel repertorio di cantanti e posteggiatori.

Autoritratto di Salvator Rosa, presunto autore di Michelemmà

Per la verità non è per niente certo che sia stata scritta da Salvator Rosa, ma questa leggenda ha contribuito non poco alla sua fama. Comunque – a parte la disputa sulla paternità dell’opera – i “napoletanologi” più incalliti si stanno scervellando da decenni per risolvere un altro enigma: la decifrazione del significato del testo. Al riguardo ci sono diverse ipotesi molto affascinanti. Prima di passarle in rassegna, però, voglio mettere brevemente in evidenza i punti salienti della composizione.

Dunque. Il testo della canzone parla di questa fantomatica Michelemmà che è nata in mezzo al mare ed è una scarola.

 

E’ nata ‘mmiez’ô mare…oje na scarola

Ma la scarola è una è una pianta commestibile: viene quindi subito da chiedersi cosa voglia dire essere una scarola (a proposito, a Napoli la pizza con la scarola è una vera istituzione). Sono poi citati dei Turchi – con tutta probabilità quei Saraceni che proprio in quel periodo invasero il regno di Napoli. In particolare si dice che questi “ci vanno per riposarsi”.

Li turche si ‘nce vanno … a reposare

Michelemmà è anche figlia di “Notaro”; vedremo tra breve cosa potrebbe significare questa parola. Si parla poi di una “cimma” e di uno “streppone”. Infine c’è una non meglio precisata “stella Diana” portata sul petto!

Michelemmà è …Michela a mare

Allora, l’interpretazione per così dire classica è quella secondo cui la protagonista è una ragazza di nome Michela. La parola Michelemmà significherebbe quindi “Michela è mia” o “Michela e là”. O meglio ancora “Michela a mare”, dato che – come ho già detto – è nata in mezzo al mare (E’ nata ‘mmiez’ô mare…oje na scarola); “scarola” potrebbe stare a significare “riccioluta” (dalla forma della già citata verdura) oppure ischitana (da “ischiarola”) cioè ragazza che vive ad Ischia. Michela è bellissima, può infatti ritenersi beato colui che l’avrà (Biato a chi la vence .. a sta figliola) e per lei gli spasimanti muoiono addirittura in coppia (Pe’ fá morí ll’amante, …a duje a duje). E’ anche figlia di un notaio (Sta figliola ch’è figlia, …oje de notaro) e porta sul petto un medaglione (?) a forma di stella (E ‘mpietto porta na, stella diana).

L’isola di Ischia e l’arcangelo Michele

Festa di San Michele a Sant’Angelo (Ischia)

Un’altra ipotesi, a mio avviso molto più suggestiva, è quella secondo cui la canzone non parla di una ragazza bensì di un’isola: Ischia. Un’isola che – ovviamente – è nata in mezzo al mare (E’ nata mmiezzo ‘o mare …oje na scarola) e che è caratterizzata da una riccioluta vegetazione (proprio come la superficie di una scarola). Ma che è anche punto di approdo per gli sbarchi dei Turchi (Li turche si ‘nce vanno … a reposare), i quali se la contendono (Biato a chi la vence .. a sta figliola) e ambiscono a conquistarla: chi dalla cima del monte, chi dalla spiaggia (Chi pe’ la cimma e chi, pe’ lo streppone). In questo caso “Figlia de notaro” altro non sarebbe che una metafora del regno di Napoli a cui Ischia faceva riferimento, mentre quella stella Diana portata sul petto sarebbe Serrara d’Ischia che infatti è proprio il comune situato più in alto sull’isola (cioè sul petto). Michelemmà sarebbe invece San Michele Arcangelo, il santo patrono di Sant’Angelo d’Ischia (ancora oggi si celebra la festa in suo onore).

Riguardo a quest’ultimo punto esiste però una variante: Michelemmà potrebbe infatti essere la contrazione di “Michele a ma’”, cioè “Michele a mamma”. L’autore quindi avrebbe immaginato la canzone come il racconto (sulle vicende storiche di Ischia) che una mamma fa al proprio figlio, magari una sorta nenia per farlo addormentare. Michele sarebbe quindi un nome proprio di persona ? Forse si e forse no. In napoletano infatti Michele voleva anche significare sciocco, credulone e veniva usato per esprimere una forma ingentilita del “fare fesso” cioè dell’ingannare. Che è proprio quello che cerca di fare una mamma – a volte disperatamente – per addormentare il proprio figlioletto.

La regina dei Tarocchi

Ma non è ancora finita: esiste infatti una versione forse ancor più affascinante secondo cui la canzone Micelemmà avrebbe origine da un antico gioco di carte.
La strofa chiave di questa ipotesi è la seguente:

‘Sta figliola ch’è figlia, …oje de notaro

Se proviamo infatti a scrivere “de notaro” come “de’ nu taro” – si pronunciano alla stessa maniera – ecco che magicamente la traduzione diventa: “questa ragazza è figlia di un taro” ovvero di un tarocco. Staremmo quindi parlando di una carta da gioco!

Arcano III dei tarocchi – Imperatrice

Ma di quale carta si tratterebbe? Secondo questa ipotesi l’autore della canzone, Salvator Rosa o chi per esso, avrebbe rielaborato un ancor più antico canto popolare che recita: “è nata una scarola miezo ‘o mare / li turchi se la jocano a premere …” che in un’altra versione diventa: “li turchi se la jocano a tressette …”. E nel tressette – gioco di origine spagnola – la carta più importante è il tre, quella che prende tutto. La carta da gioco sarebbe quindi l’arcano maggiore numero III, ovvero l’imperatrice, che simboleggia la forza creativa della natura. Beato a chi uscirà questa carta (Biato a chi la vence .. a sta figliola), sia che la peschi dal lato della testa che da quello dei piedi (Chi pe’ la cimma e chi, pe’ lo streppone).

Anche la strofa seguente trova una sua spiegazione:

Pe’ fá morí ll’amante, …a duje a duje

Nei tarocchi infatti l’arcano numero VI è raffigurato proprio da una coppia di amanti.

La canzone sarebbe quindi la rappresentazione di una partita a carte e Michelemmà la domanda che il giocatore di turno rivolge, timoroso, al suo avversario: “mica l’ aje mmà-no”? Cioè: mica ce l’hai in mano (la carta) ?

A conti fatti sembra che nessuna di queste versioni combaci esattamente con tutte le strofe della canzone. Magari perché nessuna delle tre è quella giusta.
Personalmente però credo che il motivo sia un’altro, e cioè che il testo originario abbia subito tali variazioni nel corso dei secoli da rendere impossibile arrivare alla giusta interpretazione. Comunque sia, Michelemmà resta una testimonianza culturale unica.


Fonte: tarantelluccia.it

 

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