Spiritualità

La Pentecoste

Suo significato esoterico secondo Rudolf Steiner

di Rudolf Steiner
[da O.O. 93 1a conferenza, Berlino, 23 Maggio 1904; sunto di G. Lindemann]



Quello che io dirò deriva da una antica tradizione occulta. Naturalmente il soggetto non può essere oggi trattato esaurientemente, e più di una cosa vorrà anzi sembrare incredibile. Prego quindi di voler riguardare l’odierno nostro convegno come uno in cui nulla pretendiamo dimostrare, bensì semplicemente narrare.
Gli uomini festeggiano attualmente le loro feste senza aver il minimo sospetto di ciò che esse significano. Noi leggiamo nei giornali, che costituiscono per gran parte dei nostri contemporanei la vera e profonda fonte della loro cultura e illuminazione, gli articoli più svariati su tali feste, senza che appaia negli scrittori veruna coscienza di ciò che tale festa significa. Una civiltà che ha tanto perduto ogni tradizione del tempo in cui tale feste ebbero origine, non può più comprendere coloro che sono in grado di attingere alla sapienza antichissima. Oggi desidero dare alcuni cenni sul germe di una di tali feste, quella di Pentecoste.

Pentecoste è una festa delle più importanti e più difficili a comprendersi. Così come essa si trova nella coscienza cristiana, ricorda la discesa dello Spirito Santo. Tale evento ci viene descritto come un miracolo, un fatto meraviglioso, che cioè lo Spirito Santo si riversò sui discepoli e sugli Apostoli del Cristo, così che essi cominciarono a parlare in tutte le favelle e le lingue, in altri termini essi trovarono la via per insinuarsi in ogni cuore e poterono parlare secondo l’intelligenza di ciascun uomo. Tale è uno dei significati di questa festa. Se però noi vogliamo comprenderla a fondo, dobbiamo andare molto più addentro. La Pentecoste come festa simbolica va connessa con qualche cosa che appartiene ai più santi beni dell’umanità e che è legato ai più profondi suoi misteri; perciò appunto è così difficile parlare della Pentecoste. Oggi vorrei esporre qualche cosa su ciò che propriamente è il simbolo della Pentecoste, su ciò che ne costituisce il fondo e l’intimo significato.
Questo arcano si legge in un manoscritto che si trova in possesso del Vaticano, dove è gelosamente custodito. In detto manoscritto non si trova invero nulla della Pentecoste, ma vi si parla di ciò di cui tale festa è simbolo esterno. Detto manoscritto non è stato veduto da nessuno che non fosse iniziato nei più profondi arcani della Chiesa cattolica, o che non potesse leggerlo nella luce astrale.
Una copia di esso è posseduta da un personaggio molto mal conosciuto dal mondo, ma che oggi comincia a divenire interessante per lo storico indagatore. Io potrei anche dire che tale personaggio non “possiede”, bensì “ha posseduto” quella copia, ma così dicendo ingenererei un po’ di curiosità, per cui dico “il conte di Saint-Germain”1 possiede una tal copia. Vorrei dire solo di passaggio qualche cosa su tale argomento, secondo la concezione teosofica. Saremo così condotti a parlare di ciò che è intimamente connesso con l’evoluzione, col modo di sentire dell’umanità nell’epoca postatlantica.



Voi sapete che l’uomo ha ricevuto nell’epoca Lemurica, cioè della terza razza, la forma di cui oggi è rivestito. Egli l’ha portata durante l’epoca Atlantica e la porta oggi nella quinta epoca. Chi conosce le mie conferenze sull’Atlantide2 si ricorderà che presso gli antichi Greci era ancora vivo il ricordo di quell’epoca, e delle due correnti che in vario modo si agitavano nella psiche della quinta razza come forze nascoste, e spesso tra loro cozzanti; correnti che potrei designare da un lato, l’una come la corrente che nel più puro modo impronta di sé quanto noi denominiamo concezione cosmologica indiana e sud-europea. Tutto il giudaismo e il cristianesimo posteriori contengono qualche cosa di una tale concezione, qualche cosa però che d’altra parte si è mescolato nella nostra Europa con una concezione diversa, precisamente con quella che troviamo presso gli antichi Persiani e che possiamo di nuovo trovare, se non diamo ascolto a quanto ci dicono gli antropologi, gli etimologi ecc.; e consideriamo invece più profondamente la cosa. E allora troviamo che qualche cosa si spinge verso occidente fino all’Europa. Circa le due correnti predette io potrei affermare che esse accennano a due importanti ed essenziali intuizioni, le quali costituiscono il loro fondamento. La prima si palesò in modo più chiaro agli antichissimi Risci che composero i Veda dell’India. A costoro si schiuse l’intuizione di esseri molto più alti di noi uomini, l’intuizione dei cosiddetti Deva3. Colui che segue una disciplina occulta e può fare indagini su questo terreno, costui sa chi sono i Deva: essi sono Entità puramente spirituali, vivono nel mondo astrale-elementale, hanno duplice natura.
L’uomo è composto di corpo, anima e spirito; invece la natura dei Deva per quanto noi possiamo studiarla (giacché essa può avere altri lati che però neanche con l’allenamento occulto possiamo cogliere) consiste soltanto d’anima e di spirito. Il Deva ha nel suo interno lo spirito senza altro elemento intermedio. Egli è spirito dotato di anima. Ciò che voi non potete vedere nell’uomo, cioè le brame, le passioni, gli istinti, i desideri, cose tutte che si muovono nell’interno dell’uomo, ma per chi ha schiuso i sensi spirituali sono percepibili come fenomeni luminosi di queste forze animiche, di questo corpo animico dell’uomo (corpo che nell’uomo ha qualcosa di interno, contenuto nel nostro corpo fisico), tutto ciò costituisce il corpo più basso dei Deva. L’intuizione indiana si rivolse di preferenza alla venerazione di Deva. L’indiano li vede dovunque, li scorge come forze creatrici allorché guarda dietro la parvenza del nostro mondo fisico. Tale intuizione costituisce il fondamento della concezione cosmologica meridionale4. Essa giunge in Egitto alla sua più chiara manifestazione; l’altra intuizione costituisce il fondo dell’antica mistica persiana. Essa è l’intuizione di Entità chiamate Asura5, le quali possono dividersi in due ordini. Anche costoro hanno ciò che si chiama anima, ma insieme a questa un corpo fisico di proporzioni titaniche. Essi hanno quindi un corpo fisico racchiudente un organismo psichico. La cosmologia indiana, cui andava così strettamente connessa la venerazione dei Deva, riguardava gli Asura come qualcosa di ordine inferiore, di subordinato.

Oggi non c’è più un uomo che si attenga soltanto alla venerazione degli Asura, ma ci sono ancora molti fra noi che in sé stessi hanno qualcosa della natura asurica. Perciò ora tutto il lato materiale della vita esercita una forte attrazione e in ciò si trova il tratto caratteristico della cosmologia nordica. Chi professa principi schiettamente materialistici può essere sicuro che nella propria natura ha qualcosa proveniente da cotesti Asura. Fra i veneratori degli Asura si sviluppò un sentimento fondamentale tutto particolare e si riversò dapprima nella vita spirituale dei Persiani. I Persiani concepirono una specie di paura verso i Deva; essi concepirono paura, ribrezzo, raccapriccio per ciò che è spirituale-animico. Da tal fatto derivò il grande contrasto che noi adesso rileviamo tra la cosmologia persiana e quella indiana. Nella cosmologia persiana viene appunto molto spesso addirittura invocato ciò che l’indiano riguarda come cattivo, mentre viene evitato ciò che l’indiano considera degno di venerazione. Nel modo di sentire persiano esiste un sentimento fondamentale tutto particolar di fronte a una Entità che ha una natura propriamente di Deva, ma che viene in tale cosmologia temuta ed evitata, a dirla breve, la figura di Satana entra in questa cosmologia. Lucifero, l’essere psichico spirituale, diviene un essere che riempie di raccapriccio. In ciò dobbiamo ritrovare la sorgente di quello che esiste nel mondo come credenza del “diavolo”. Questo pensiero fondamentale, posto anche nella cosmologia cristiana, e specialmente nel Medioevo, il diavolo, era una figura temuta ed evitata. Lucifero fu dunque evitato. Se noi seguiamo il processo dell’evoluzione mondiale secondo il citato manoscritto, noi troviamo che gli uomini si rivestirono di materia fisica nel periodo lemurico.

È un’opinione sbagliata quella di alcuni teosofi che credono che la reincarnazione non abbia né principio né fine. Essa è cominciata nell’epoca Lemurica e finirà nella sesta razza. Nell’evoluzione terrestre c’è soltanto un certo lasso di tempo entro il quale l’uomo si reincarna. Prima egli si trovava in uno stato spirituale che non rendeva necessaria la reincarnazione, e in seguito ritornerà in una condizione spirituale dove non avrà bisogno di reincarnarsi. La prima incarnazione nella terza razza consiste nel fatto che il puro spirito umano (Atma, Budhi, Manas) cercò la sua prima incarnazione fisica. In quel tempo l’evoluzione fisica della nostra terra, e insieme quella di tutte le specie animali, non poteva ancora essere così progredita da poter accogliere lo spirito dell’uomo. Soltanto un certo gruppo di esseri animali era così tanto sviluppato che il germe dello spirito umano poté immergersi in quei corpi. Quella parte di individualità che allora poté trovare un corpo antropozoico, si incarnò e formò il piccolo ceppo di coloro che più tardi si diffusero sull’intero mondo, i cosiddetti Adepti.
Essi furono gli Adepti originari, primordiali, ma non quelli che oggi chiamiamo Iniziati. Detta epoca non è ancora quella in cui si incarnarono gli odierni Iniziati, non tutti quelli che avrebbero potuto trovare un corpo antropozoico si incarnarono allora, bensì soltanto una parte. Un’altra parte si oppose alla reincarnazione per determinate ragioni. Essi aspettarono che avesse cominciato a formarsi la quarta razza. La Bibbia indica questo tempo con sapienza profonda e nascosta. “I figli degli Dèi trovarono che le figlie degli uomini erano belle e si unirono con esse” (Genesi 6,2). Quelli che aspettarono li chiamiamo “i figli della sapienza” e pare quasi che in loro sia una certa arroganza e orgoglio (in questo caso facciamo astrazione dalla piccola eccezione degli Adepti). Se anche quella piccola parte si fosse incarnata allora, l’uomo non sarebbe mai giunto alla coscienza di veglia nella quale egli vive ora, ma avrebbe assunto lo stato di coscienza che voi avreste potuto trovare negli ipnotizzati, nei sonnambuli ecc. l’umanità avrebbe dunque dovuto rimanere in una specie di coscienza onirica.
Una cosa sarebbe allora mancata all’uomo, la quale sarebbe stata straordinariamente importante, se non la più importante: il sentimento della libertà, la decisione dell’uomo partita dalla sua coscienza, dal suo proprio Io, circa il bene e il male. La Genesi designa questa posteriore incarnazione proprio nella forma quale l’avete ricevuta sotto influenze che derivarono da quella sensazione da me già descritta (vale a dire da un certo raccapriccio rispetto al Diavolo o Veda) come la “caduta dell’uomo” e “il peccato originale”. Il Deva attese e discese quando l’umanità fisica era già avanzata di un grado, per prendere innanzitutto possesso del corpo fisico col quale poter poi sviluppare una coscienza più matura di prima.

Così vedete che l’uomo ha comperato la sua libertà con l’aspettare a incarnarsi finché la sua natura fisica fosse giunta a un grado funzionale superiore. Nei popoli che posseggono una mitologia si è conservata una profonda coscienza di questo stato di cose. Se l’uomo fosse venuto ad incarnarsi allora, dissero i Greci, sarebbe successo quello che Giove ha voluto fin da principio. Egli voleva far felici gli uomini come esseri incoscienti così che l’unica limpida coscienza sarebbe rimasta agli Dèi e l’uomo sarebbe rimasto senza il sentimento della libertà.
La ribellione nell’umanità allo spirito di Lucifero e del Deva, spirito che volle entrarvi per raggiungere da sé un grado superiore di evoluzione proveniente dalla libertà, è simboleggiato nella leggenda di Prometeo, che per il suo ardimento è punito da un’aquila che sempre gli rode l’organo della bramosia, il fegato, causandogli con ciò le più atroci sofferenze. L’uomo è caduto per causa di ciò che avrebbe conseguito con forze e arti magiche e che egli deve ora raggiungere con quello che gli viene da una conoscenza chiara e limpida della libertà.
Poiché egli è sceso più giù, deve anche sopportare dolori ed affanni. La Bibbia accenna anche a ciò: “Tu partorirai con dolore, mangerai il tuo pane col sudore della tua fronte”. Non significa altro se non che l’uomo deve risollevarsi con l’aiuto dell’incivilimento. La mitologia greca ha simboleggiato in Prometeo il rappresentante dell’umanità che si affanna con la libertà nella lotta per l’incivilimento. In lui è rappresentato l’uomo sofferente e ad un tempo il liberatore. Colui che compie la liberazione dei Prometeo è Ercole, ed è quegli di cui ci vien detto che si fece iniziare ai misteri Eleusini.

Chi scende nel mondo sotterraneo è un iniziato, la discesa sotto terra è l’espressione tecnica per l’iniziazione. Questo viaggio nel mondo sotterraneo ci viene narrato da Ercole, da Ulisse e in generale da tutti coloro i quali sappiamo che furono iniziati, vale a dire che hanno nuovamente raggiunto lottando la fonte della sapienza. Se l’umanità fosse rimasta nel grado in cui si trovava la terza razza, noi saremmo oggi allo stato medianico. Ma l’uomo ha fecondato la sua natura inferiore con quella dei Deva. Egli deve ora, dall’interno della sua autocoscienza, portare quella scintilla dalla sua coscienza attuale a quella spirituale cognizione che egli non ricevette nel suo stato primitivo, quando non era libero. Appunto nella natura umana (personalità) si trova quell’impulso satanico che per altro come impulso luciferico è il mezzo per conquistare la nostra libertà. Da questa libertà noi svolgiamo di nuovo una vita spirituale, questa vita spirituale deve essere nuovamente ravvivata nella quinta epoca dell’umanità.
Dagli iniziati deve nuovamente procedere questa coscienza, ma non oniricamente, bensì chiaramente come una coscienza di veglia.
Gli Ercoli dello spirito sono gli iniziati che spingono l’umanità avanti. Lo sforzo di tutti i fondatori di religioni è stato quello di riportare all’umanità la conoscenza dello spirituale che l’umanità ha perduto assumendo la vita fisica. La nostra quinta epoca ha ancora molta vita materiale in sé e la civiltà materialistica del nostro tempo ci mostra quanto l’uomo si sia irretito nella sua natura puramente fisica. Ma è anche certo che l’avvoltoio che becca il nostro fegato sarà allontanato dagli uomini spirituali.

Il tempo che noi dobbiamo riguardare come il momento dell’infusione di vita spirituale nell’umanità auto-cosciente, si trova accennato in un passo del Nuovo Testamento, in un Vangelo dove il fondatore del Cristianesimo pensa a far riversare vita spirituale. Voi trovate ciò nel più profondo dei Vangeli, quello che oggi i teologi tanto misconoscono. Lo trovate là dove Gesù partecipa alla festa del Tabernacolo: questo è un passo notevolissimo. La festa del Tabernacolo consisteva nell’andare ad una fonte dalla quale sgorgava acqua. E a ciò si svolse la festa, una festa che accenna al fatto che l’uomo si è ricordato dell’acqua che vive sopra di lui, cioè della natura di Deva. L’acqua che veniva attinta era un ricordo dell’elemento animico-spirituale, dopo vari rifiuti, Gesù andò alla festa e all’ultimo giorno avvenne quanto segue (Gv 7-37) …”ma nell’ultimo giorno il più grande della solennità, stava Gesù in piedi e ad alta voce diceva: «Chi ha sete venga a me e beva. A chi crede in me scaturiranno, come dice la scrittura, dal seno di lui fiumi di acqua viva».” Ora questo egli lo diceva però riguardo allo spirito che erano per ricevere quelli che credevano in lui, in quanto non era ancora stato dato lo spirito, perché Gesù non era ancora stato glorificato. Coloro che bevevano celebravano una festa commemorativa della vita spirituale. Gesù però vi collega anche qualche altra cosa, e a questo accenna Giovanni con le parole: “dal corpo di costui scaturiranno fiumi d’acqua viva”. Lo Spirito Santo non vi era ancora, perché Gesù non era ancora stato glorificato.
Qui si accenna al mistero della Pentecoste, al fatto che l’umanità deve attendere lo Spirito Santo.
Quando è venuto il punto in cui la natura fisiologica dell’uomo può sentire in sé la scintilla della vita spirituale, allora può avere luogo di nuovo la salita.
L’uomo è disceso fin giù nel corpo fisico, cosicché diversamente dai Deva consta di tre elementi: spirito, anima e corpo. Il Deva è superiore all’uomo, non ha corpo fisico e perciò neanche una natura fisica da domare. Questa natura fisica deve però nell’uomo essere di nuovo glorificata, tanto da poter accogliere in sé appunto lo spirituale.


La coscienza fisiologica dell’uomo, cioè l’uomo fisico come vive qui, deve appunto ricevere in libertà la scintilla della vita spirituale. Il sacrificio di Cristo è un esempio di ciò, vale a dire che l’uomo può ricevere stando nel corpo fisico la conoscenza superiore. Nel corpo fisico vive un Io inferiore che deve essere sospinto ad una esistenza superiore, e allora le correnti di acqua vivificante possono fluire da questo corpo fisico. Allora lo Spirito può apparire, allora può riversarsi. L’uomo deve perire come Io a questa vita fisica. Qui riposa propriamente il mistero cristiano più profondo.
L’uomo vive dapprima nell’organismo inferiore, nella coscienza compenetrata da desideri e deve viverci perché soltanto una tale coscienza poteva assicurargli la meta di una sicura libertà. Ma non poteva però rimanervi, bensì elevare il suo Io alla natura di Deva. Egli in sé stesso maturerà un Deva, partorirà un Deva che sarà allora uno Spirito Santo. Allora egli deve immolare il suo corpo terrestre, allora deve sentire “muori e diventa”, al fine di non rimanere un ospite triste, incomodo sulla Terra.
Così il mistero della Pasqua insieme con quello della Pentecoste ci mostra un tutto, come l’Io umano delle grandi individualità si spoglia di questo io che conduce una vita inferiore, come esso muore a tal segno da glorificare completamente la natura fisica, per renderla alle potenze divine quando la natura fisica è glorificata. Secondo le spiegazioni dei grandi rappresentanti dell’umanità, proviamo allora ciò che viene chiamato “l’effusione dello Spirito Santo”. Perciò si dice anche: “tre sono le cose che rendono testimonianza sulla terra: – il sangue, l’acqua e lo Spirito”6. La Pentecoste è l’effusione dello Spirito nell’umanità. Il più grande scopo è simboleggiato nella Pentecoste, cioè l’uomo dalla vita materiale deve di nuovo aprirsi una via allo spirituale. Come Prometeo fu liberato dal suo soffrire per opera di Ercole, così l’uomo sarà liberato dalle sue sofferenze per mezzo dello Spirito della vita spirituale. Per il fatto che l’uomo è disceso nella materia, è giunto all’autocoscienza; per il fatto che risalirà, egli diverrà un Deva auto-cosciente.

[NB: qui manca un brano, scritto come segue nel dattiloscritto]

Anche in greco si accenna a ciò: “il portatore dello stato di coscienza non libero è Epimeteo, per mezzo del quale Giove fa dono agli uomini di quanto è contenuto nel vaso di Pandora, cioè dolori, lamenti e affanni. Come ultimo dono rimane loro soltanto la speranza nella liberazione, cioè nel potersi aprire la via in un futuro stato di esistenza, ad una coscienza più alta e più limpida. Il consiglio di Prometeo fu quello di non accettare l’ambiguo dono del dio Giove. Epimeteo non dà ascolto a suo fratello e accetta invece il dono. Così adesso vediamo che gli uomini vivono da allora in poi distinti in due correnti: una, di coloro che stanno fermamente attaccati al sentimento di libertà, sebbene ciò sia pericoloso; e un’altra di quelli che trovano il loro appagamento in una fede ottusa. Coloro che vedono qualcosa di pericoloso nella forza luciferica della libertà, coloro che hanno fondato le forme esteriori della Chiesa, hanno sfigurato questa profonda forza luciferica. Gli antichissimi insegnamenti intorno a ciò sono raccolti in luoghi nascosti e in segreti manoscritti che soltanto a qualcuno è riuscito veder. Ad alcuni pochi che hanno la facoltà di vedere in astrale, e ad alcuni iniziati sono ancora accessibili tali manoscritti. È certamente una via pericolosa, ma è l’unica che conduce alla sublime meta della libertà.
Lo spirito dell’uomo deve essere uno spirito libero e non uno ottuso, ciò vuole anche il vero cristianesimo. La salute va di pari passo e strettamente colle cose sante. Santo, sano, libero è l’uomo quando è strappato alla sua parte fisica verso una coscienza di libertà. La Pentecoste simboleggia una festa di liberazione dello Spirito umano. Essa è il grande simbolo dell’umano agognare verso la libertà. Se la Pasqua è una festa di resurrezione della natura, la festa di Pentecoste è un simbolo del divenire cosciente, del formarsi della coscienza nella natura, è la festa di coloro che sanno e conoscono.
Quei movimenti spirituali odierni che conducono alla perfezione col mondo spirituale, non in uno stato medianico né ipnotico, bensì in una coscienza limpida di veglia, sono quelli che conducono alla conoscenza di tale simbolo. L’anelito a una conoscenza limpida è ciò che ci ha fatto ritrovare nella società Teosofica non la lettera, ma lo spirito che procede dagli iniziati ai grandi Misteri, i quali funzionano in mezzo ad alcuni pochi, che possono dire “Io so che essi esistono”. I grandi Adepti fondatori del movimento spirituale, non della società7, sono i canali per entro i quali lo Spirito si riversa nella società. Se fate ripenetrare un lampo di comprensione per questa oda spirituale nell’incompresa festa di Pentecoste, allora questa rivivrà. Chi celebra feste freddamente, vacuamente, le celebra da seguace di Epimeteo. Noi non dobbiamo soltanto vedere ciò che ci collega con quanto è a noi d’intorno, bensì anche con tutto quanto appartiene alla natura invisibile. Noi dobbiamo sapere dove ci troviamo, perché non siamo destinati a vivere in uno stato semi-cosciente, bensì in uno spiegamento auto-cosciente del nostro essere pieno e libero.

Rudolf Steiner


NOTE:
1 Uno dei personaggi più enigmatici e controversi del secolo diciottesimo. Non se ne conoscono le esatte date di nascita e di morte né il suo vero nome, anzi, il nome in sé non definirebbe una sola persona, ma più di una. Nel vero intestatario del nome sarebbe vissuta la personalità di Christian Rosenkreutz. In proposito: oo 130 27 set 1911 e in questa stessa oo 93 4 nov 1904
2 Tenute nel gennaio del 1904, non ne esistono trascrizioni
3 Termine indiano che si riferisce agli dèi del Devachan, il mondo celeste
4 Sulle due correnti, del sud e del nord, si veda oo 113 27 ago 1909
5 Essendo “Suras” un termine indiano che definisce le divinità, gli A-suras sarebbero dei Non-dèi. Questo nome è usato da antiche religioni orientali, e più tardi da Rudolf Steiner, per definire le entità sataniche. Nel ciclo al quale la presente conferenza appartiene, vennero caratterizzati in particolare degli aspetti delle Asura descritti nella “Dottrina segreta” di Helena Blavatsky.
6 Si veda la Prima lettera di Giovanni 5,7. Già nella conferenza 29 aprile 1904 (F512) Steiner avrebbe citato questo passo di Giovanni, dicendo che sangue, acqua e spirito equivarrebbero alle tre persone della Trinità, e che questi tre sarebbero una unità: Manas, Budhi e Atma – i tre principi superiori. Oltre ad essere tre elementi dell’anima: il sangue sta per il corpo astrale; l’acqua per ciò che con linguaggio teosofico è detto “kama”, cioè istinti, brame, passioni; e infine lo spirito è l’anima che pensa.
7 In una lettera del 2 gennaio 1905 (oo 264) indirizzata a un membro della scuola esoterica, Rudolf Steiner parla di questi “Mahatma”, come Maestri venerabili che hanno già percorso il cammino evolutivo, in anticipo rispetto al resto dell’umanità. Per questo possono essere detti “Maestri della saggezza e dell’armonia dei sentimenti” ed agiscono sulla terra mediante messaggeri, da essi incaricati, quali Helena Blavatsky. Essi però non fondano società o organizzazioni esteriori, né ne dirigono alcuna; non hanno avuto alcun influsso nemmeno sulla società teosofica in quanto tale, pur avendo essa il compito di promuovere il lavoro di detti Maestri sul piano fisico.

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