Spiritualità

La forza della constatazione

 

“Non chiunque mi dice: Signore, Signore! entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli.”

(Mt 7,21)

Ipotizziamo di voler costruire una splendida casa e di avere già a disposizione un terreno con le caratteristiche apparentemente ideali ad accogliere il progetto. Quale sarebbe il primo passo da compiere per dar vita a questa impresa?

Qualsiasi esperto consiglierebbe di procedere con la valutazione del terreno per studiarne tutte le caratteristiche tecniche, e poter dunque modellare in base ad esse la struttura della nuova costruzione.

La nostra situazione non è tanto dissimile: prima di cimentarci nell’inseguimento di una qualsivoglia realizzazione spirituale, o – più semplicemente – prima di ricercare uno stato interiore sereno e leggero con cui affrontare la vita, occorre fermarsi per prendere atto delle condizioni reali in cui ci si trova.

“Quando si vuole trovare la verità, non bisogna temere di osservare i fatti così come sono.”

Renè Schwaller de Lubicz

Comunemente, ci identifichiamo con ciò che sentiamo o pensiamo di essere. Nulla di più falso e fuorviante. È spesso sufficiente avvertire una morsa allo stomaco nel vedere alcune foto di bambini malnutriti nel terzo mondo e sentirci in diritto di considerarci compassionevoli; o provare rabbia verso le ingiustizie del mondo per sentirci valorosi e giusti. Non diamo poi molta importanza al fatto di trasformare o meno in azioni concrete e propositive tali sensazioni.

E in tutto questo gioco ci aiutiamo reciprocamente con le persone che ci circondano, identificandoci anche con l’immagine che gli altri hanno di noi, nel bene o nel male. Come se non bastasse, la nostra tendenza è quella di lottare per mantenere in piedi questo tipo di immagine, laddove essa ci compiaccia o possa portarci dei vantaggi.

Difficilmente ci soffermiamo a riflettere sulla nostra coerenza interiore, su quanto la nostra vita reale corrisponda ai nostri bei pensieri e buone intenzioni. Frequentare assiduamente una chiesa, una sinagoga, una moschea o un tempio, non farà di noi degli ottimi religiosi.

La filosofia insegna ad agire, non a parlare; ed esige che si viva secondo le sue norme, così che le parole non siano in contraddizione con la vita, né questa con se stessa, e ci sia piena coerenza in tutto il nostro operare. Il segno che distingue la saggezza e il suo principale compito è quello di mettere d’accordo i fatti con le parole, in modo che l’uomo in ogni momento sia uguale e coerente a sé stesso.”

Seneca

Le chiavi per aprire le porte del reale, del mistero di se stessi, sono potenzialmente alla portata di tutti, ma richiedono un’onestà interiore eccezionale, priva di compromessi. Se teoricamente tale presupposto può apparire di una semplicità quasi banale, basta sperimentarlo nell’arco di una sola giornata per toccare con mano tutte le reticenze che vivono in noi.

Eppure l’anima delle tradizioni sembra reclamare a gran voce che la pura constatazione di se stessi nel campo della vita quotidiana è lo strumento principe e fondante di ogni percorso. Senza giudizio e senza paura di ciò che potremo vedere e riconoscere in noi. Afferma infatti il Pirké Avot della tradizione ebraica:

Non è la speculazione teorica la parte importante, ma l’azione (…). Quando le azioni di un uomo superano la sapienza, questa si mantiene; mentre non si mantiene nell’uomo in cui essa è superiore alle sue azioni.”

Massime dei Padri

Nella constatazione dei fatti sono racchiusi i rudimenti per accedere ad ogni conoscenza con i requisiti necessari per comprenderla. Tale “esercizio” applicato con pazienza e perseveranza, conduce ad una visione più ridimensionata ma più reale di ciò che siamo realmente. Per quanto ciò che vedremo potrà essere faticoso da accettare, non dimentichiamo che da lì prima o poi dovremo ripartire, e che nessuno al mondo potrà donarci questa sincerità interiore.

In breve: se ci sentiamo profondamente generosi, se avvertiamo l’esigenza di condividere con il prossimo ciò che possediamo, se i nostri pensieri sono costantemente tesi verso atteggiamenti di carità verso i poveri, ma se nelle piccole occasioni all’angolo della strada non sborsiamo neanche un euro, se tendiamo a rimandare una donazione in un aleatorio futuro economico più florido, se ci infastidiamo ogni qual volta un amico ci chiede in prestito un oggetto a noi caro… ebbene, troviamo il coraggio di definirci con un termine più adeguato di generosità: avidi ed egoisti.

Non c’è nulla di male nel riconoscersi più apertamente; il solo fatto di provare a raggiungere questa onestà, ci rende paradossalmente migliori, più sinceri, più veri! Il rabbino Nilton Bonder afferma scherzosamente a tal proposito che chi non ha la capacità di amare il prossimo suo come se stesso, deve perlomeno trovare la dignità di odiare sé stesso così come odia il suo prossimo. E da lì, ogni miracolo sarà possibile.

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Nilton Bonder, La teoria della felicità emotiva, Sperling & Kupfer, Milano, 2001.

René Schwaller de Lubicz, Adamo l’Uomo Rosso, Mediterranee, Roma, 2006.

Vangelo di Gesù.

Massime dei Padri, Mamash, Milano, 2007.

Seneca, Lettere a Lucilio, BUR, Milano, 2002.

 

Fonte: associazioneperankh

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