Spiritualità

Il significato della compassione

di Tenzin Gyatzo, XIV Dalai Lama

Il significato della compassioneVorrei spiegare il significato della compassione, che è spesso mal compreso. La vera compassione non si basa sulle nostre proiezioni e aspettative, ma, piuttosto, sui diritti dell’altro: indipendentemente dal fatto che l’altra persona sia un amico intimo o un nemico, nella misura in cui detta persona vuole pace e felicità e vuole evitare la sofferenza, su questa base possiamo sviluppare una genuina preoccupazione per i suoi problemi.

Questa è la vera compassione. Di solito, quando siamo interessati alla sorte di un amico intimo, chiamiamo quest’interesse “compassione“; ma non è compassione, è attaccamento.

Anche nel matrimonio, in quei matrimoni che durano poco, ciò avviene a causa dell’attaccamento.

I matrimoni durano poco a causa della mancanza di compassione; c’è solo attaccamento emotivo, basato sulle proiezioni e sulle aspettative.

Se l’unico legame fra amici intimi è l’attaccamento, allora anche un’inezia può indurre un mutamento delle proiezioni. Non appena le proiezioni cambiano, l’attaccamento scompare, perché quell’attaccamento era basato solo sulle proiezioni e sulle aspettative.

È possibile avere compassione senza attaccamento e, similmente, provare rabbia senza odio. Di conseguenza dobbiamo chiarire le distinzioni fra compassione e attaccamento e fra rabbia e odio.

Tale chiarezza ci è utile nella vita quotidiana e nell’impegno per la pace nel mondo. Ritengo che questi siano i valori spirituali di base per la felicità di tutti gli esseri umani, che siano credenti o meno.

di Tenzin Gyatzo, XIV Dalai Lama

Fonte: lamentemente.com

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2 risposte a “Il significato della compassione”

  1. Queste parole dell’attuale Dalai Lama mi hanno riportato alla seguente frase di Jack Kornfield: “La Via di Mezzo”, una via che non si fonda né sull’avversione per il mondo né sull’attaccamento, ma sull’accoglienza e sulla compassione. “La Via di Mezzo” si trova al centro di ogni cosa, è per eccellenza il luogo al centro del mondo.
    “La Via di Mezzo” è per eccellenza AL CENTRO del mondo, significa che è il nucleo di questo mondo, il suo cuore (la sephirah Tipheret): in sostanza, una volta realizzata “La Via di Mezzo”, si rivela il mondo senza qelippah, senza il guscio che ottunde. Il mondo della prima Creazione dell’Altissimo.
    Eraclito dice: “La natura delle cose ama celarsi”. La sostanza dell’esistente, afferma in poche parole Eraclito, si nasconde nell’esistente stesso: ne costituisce il nucleo interno, il suo cuore. Di conseguenza, per arrivare alla vera Natura di ogni cosa (uomo compreso), secondo il Buddha (e per estensione anche Eraclito) non bisogna negare o provare avversione (né l’inverso ovviamente, l’attaccamento), bensì accogliere (aprirsi, non opporre resistenza), ed essere compassionevoli, cioè com-prendere (prendere dentro di sé) le sofferenze ed il sentire altrui in quanto tutto è inter-connesso, e la sofferenza ed il sentire altrui è anche la MIA sofferenza ed il MIO sentire. Negare questo assunto significherebbe negare che il Tutto contiene l’Uno e che l’Uno contiene il Tutto.
    Il fisico Alain Aspect ha chiamato questo “fenomeno” entanglement, la connessione non-locale tra le particelle.
    Buddha invece, ben 2500 anni fa, ha definito tutto questo come natura interdipendente di tutte le cose.

    Essere aperti e compassionevoli non significa accettare qualsiasi cosa, significa non opporre resistenza, essere duttili.A tutti è noto come ciò che è rigido sia portato a spezzarsi con maggiore facilità in confronto a ciò che è morbido ed elastico.
    La realtà inferiore in cui siamo stati chiamati a vivere da un arrogante demiurgo che ci vuole prigionieri ed addormentati alla Realtà Superiore, è un ammasso granitico di iniquità e se, gli si oppone la nostra compattezza (la nostra rigidità e negazione), quest’ultima è condannata a soccombere, a spezzarsi contro il più forte per sua intrinseca natura.
    La morbidezza, invece, tende a richiudersi sulla durezza e, richiudendosi, la … soffoca.La elimina.

    Premettendo che sono tendenzialmente gnostica, e quindi incline per indole verso il rigore dualistico di male-bene, mi pongo la seguente domanda: “E se il Buddha fosse un passo avanti a Mani?”. Faccio notare che Siddharta Gautama Sakyamuni detto “il Buddha” nacque nel 563 AVANTI Cristo. Mani visse fra il 215 e il 277 DOPO Cristo.
    Probabilmente, la risposta è un ossimoro: RIGORE DUTTILE.

  2. Grazie per il tuo interessantissimo e preziosissimo commento, Mariachiara!

    In effetti, a me non piace definirmi nulla… Nel senso che prendo dalla varie “filosofie” ciò che meglio si accosta al mio sentire interiore.

    E in questo senso… io seguo la Via di Mezzo… come diceva Steiner: “La prima legge di un iniziato è la legge della misura e dell’equilibrio!”

    Sì, forse Buddha era più avanti di Mani… anch’io a volte lo penso…
    Per superare il dualismo serve un salto di coscienza: la logica dell’Uno!

    E l’Uno, che è unione degli opposti, per forza di cose si trova soltanto nella Via di Mezzo!

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