Scienza

Il cellulare fa male?

 

cellulare Il cellulare fa male? Ci stanno provando in molti e da molto tempo a rispondere a questa domanda e ogni volta che qualcuno tenta di dare una qualsivoglia risposta sono polemiche a non finire. Prima di addentrarci nel “campo minato” della telefonia mobile, un brevissimo cenno storico su una delle invenzioni che hanno rivoluzionato il nostro modo di comunicare.
L’invenzione del telefono cellulare la si deve a un ingegnere statunitense, Martin Cooper, direttore della sezione Ricerca e Sviluppo della Motorola. Era il 3 aprile 1973 quando Cooper, un po’ maliziosamente, telefonò al suo omologo, impiegato presso i Bell Laboratories della AT&T, una delle principali aziende concorrenti. Dovettero però passare dieci anni prima che iniziasse la commercializzazione dei telefoni cellulari che agli inizi avevano costi proibitivi (circa 4.000 dollari USA). Nel giro di pochi anni però la diffusione dei cellulari si è rapidamente estesa e si calcola che circa i due terzi della popolazione mondiale siano possessori di quello che familiarmente chiamiamo “telefonino”.
In questo articolo tratteremo solo degli eventuali danni del cellulare e non di altre sorgenti di onde elettromagnetiche (tralicci dell’alta tensione, stazioni base, trasmettitori televisivi ad alta potenza ecc.).

Cellulare: un po’ di teoria
Il funzionamento dei telefoni cellulari è basato sulla trasmissione di segnali attraverso onde di tipo elettromagnetico; tali segnali vengono ricevuti e ritrasmessi da stazioni radio base (SRB) su bande di frequenza che variano dai 900 ai 2.100 MHz a seconda di quella che è la tipologia tecnologica che viene utilizzata (GSM, DCS e UMTS). Ogni gestore di telefonia mobile utilizza uno o più sistemi basati sulle tecnologie sopra riportate. A differenza della diffusione radiotelevisiva, le trasmissioni di telefonia cellulare sono caratterizzate da bi-direzionalità.
Le stazioni radio base sono capillarmente diffuse sul territorio nazionale; la loro distribuzione è più concentrata nelle aree più popolate. Nelle grandi città le distanze fra stazioni radio base sono relativamente brevi (alcune centinaia di metri), mentre nelle zone rurali la distanza fra una stazione e l’altra può essere di diversi chilometri.
La porzione di territorio servita da una stazione radio base viene denominata “cella”; le dimensioni della cella variano in funzione di diversi fattori (numero utenze da servire, altezza delle installazioni, potenza impiegata e tipologia di antenna usata). La potenza di una stazione radio base è tarata in modo che non vi siano sovrapposizioni di segnale e quindi non può essere aumentata oltre un certo limite. 
Tutti, più o meno, siamo esposti ai campi elettromagnetici generati dalla telefonia cellulare (ovvero dai telefonini e dalle SRB); il livello delle esposizioni relative alle stazioni radio base è generalmente molto basso (si stima che il livello di esposizione dovuto a un telefono cellulare sia dalle cento alle mille volte superiore rispetto a quello delle stazioni radio base).

Cellulare: studi epidemiologici e l’impotenza della medicina attuale
Purtroppo gran parte degli studi sulla pericolosità del cellulare sono di tipo epidemiologico: si analizzano un certo numero di soggetti che usano il cellulare e si verifica cosa è accaduto. Gli studi epidemiologici sono ormai una vera e propria “malattia della medicina” in cui medici incapaci di scoprire le cause cercano di scoprire le correlazioni fra le variabili senza nemmeno sapere di che tipo siano queste correlazioni. Ogni studio epidemiologico va preso veramente con le molle e la storia della medicina attuale dimostra che quelli che sono giunti a conclusioni serie non hanno fatto altro che dimostrare qualcosa che era evidente con il semplice buon senso e con l’esperienza medica quotidiana (come per esempio che il fumo aumenta la probabilità di cancro al polmone). Infatti, i possibili errori (voluti o meno) di tipo statistico sono talmente tanti che non è possibile avere certezze sui dati raccolti. Singolare il fatto che nello studio Interphone alcuni medici partecipanti abbiano sollevato dubbi sui dati da loro stessi raccolti per evitare di prendere per buono il dato di un aumentato rischio per i gliomi nei forti utilizzatori (più di 5 ore al giorno): se i dati sono stati raccolti male che valore ha lo studio in toto?
Molti studi epidemiologici giungono a conclusioni addirittura in contrasto con l’esperienza. In un documento dell’Istituto Superiore di Sanità, redatto dal prof. Paolo Vecchia, responsabile della Sezione per le Radiazioni Non Ionizzanti di detto Istituto, è detto, fra l’altro:

 

Gli studi scientifici hanno però dimostrato che anche nei tessuti più esterni, come la pelle e l’orecchio esterno, che sono soggetti al maggiore assorbimento di energia elettromagnetica, l’aumento di temperatura non supera 0,1 – 0,2 °C. Questa variazione è molto inferiore a quelle fisiologiche e quindi non costituisce un rischio sanitario.

Un qualunque utilizzatore sa benissimo che con certi modelli, se si telefona per una decina di minuti, l’orecchio (quindi almeno la pelle) si riscalda decisamente, ben più di 0,2 °C!
L’altro difetto degli studi epidemiologici è la durata: il governo britannico ha finanziato uno studio, noto come COSMO (Cohort Study on Mobile Phones), coordinato dall’Imperial College di Londra; lo studio prevede una monitorizzazione trentennale sull’utilizzo dei telefonini e del loro effetto sulla salute. Lo studio sarà effettuato su 250.000 soggetti di età compresa fra i 18 e i 69 anni.
La ricerca è senza dubbio interessante, ma sottolinea anche l’incapacità della medicina attuale di dare risposte. Affidarsi a ricerche di tipo epidemiologico (i cui dati sono poi difficilmente interpretabili, a meno che non siano eclatanti) significa in parte gettare la spugna: se fra 30 anni si scoprisse che i cellulari creano problemi, non si sarebbe forse nella stessa situazione dell’amianto che si è scoperto sicuramente cancerogeno dopo che per decenni ha mietuto vittime?
Il timore che un’attesa trentennale sia eccessiva è stato espresso anche da Graham Philips, il portavoce di Powerwatch (un’organizzazione non-profit indipendente con sede in Gran Bretagna particolarmente attenta alle problematiche relative ai campi elettromagnetici e alle microonde). Graham Philips ritiene che “si dovrebbe investire urgentemente in replicazioni degli esistenti studi caso-controllo, su cellule e su animali che possano essere pubblicati entro i prossimi tre-quattro anni”.
Ma c’è di più. Quello che si può scoprire dopo 30 anni è un’eventuale variazione nell’incidenza dei tumori. Ma, visto che praticamente ogni persona usa il cellulare, come legare una qualunque variazione solo al cellulare e non ad altre mutate condizioni che la ricerca non ha preso in considerazione? In altri termini, la ricerca avrebbe senso se anche tutte le altre cause di tumore (che sono ignote!) fossero rimaste costanti, cosa impossibile da sapere!
In termini più pratici: soldi della comunità buttati per i soliti interessi economici, di carriera, d’immagine ecc.

Cellulare e tumore al cervello
Quando si parla di danni da cellulare si dovrebbero intendere tutti gli eventuali danni biologici. Purtroppo chi è incline ad assolverlo a priori (per interessi economici o per semplice amore della tecnologia) commette spesso un errore di seminformazione citando studi e ricerche che tenderebbero a mostrare che non esistono relazioni fra uso del cellulare e tumori al cervello, facendo implicitamente credere alla gente che i danni biologici siano nulli, senza dire che, oltre ai tumori esistono molte altre possibilità di danno.
Riportiamo due contributi, premettendo che di certezze non ce ne sono.

La posizione dell’AIRC – Il primo è un articolo apparso sul sito dell’AIRC (Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro) nell’ottobre del 2009: “Cellulari e tumori: conversazioni a rischio?“:

Le prove fin qui raccolte non confermano i timori che l’uso anche prolungato dei telefoni cellulari aumenti il rischio di tumori, ma l’epidemiologia ha bisogno di una trentina d’anni d’uso della nuova tecnologia per chiarire del tutto i dubbi.
I principali centri di ricerca del mondo
omissis… hanno coordinato grandi studi internazionali per verificare questa ipotesi. Sono stati presi in considerazione i tumori al cervello e alle ghiandole salivari, i neurinomi …omissis …
Per tutte queste malattie non sembra proprio che ci sia pericolo. Solo per alcune forme di tumore al cervello, come i cosiddetti gliomi, resta il dubbio, a lungo andare, di un piccolissimo aumento del rischio. Ma trattandosi di malattie molto rare è difficile verificarlo.
I risultati pubblicati fino a oggi sembrano quindi nel complesso rassicuranti, anche se c’è chi continua a interpretarli in maniera più prudente, soprattutto col diffondersi tra i più giovani di abitudini neppure immaginabili anni fa, come quella di parlare per ore senza auricolare o tenere i telefonini accesi sul cuscino per tutta la notte. Ovviamente conferme in questo senso si potranno forse avere solo tra molto tempo, quando saranno adulti i ragazzi di oggi, ma anche allora potrà essere difficile quantificare il tempo trascorso al telefono solo in base al ricordo dei diretti interessati.

 

 

cellulareLo studio Interphone – Nel mese di maggio 2010 sono stati pubblicati sull’International Journal of Epidemiology i risultati del più grande studio mai effettuato relativo ai possibili legami tra l’utilizzo del telefono cellulare e il rischio di tumore cerebrale. Lo studio, denominatoInterphone, promosso dall’OMS, era iniziato nell’anno 2000 e ha preso in analisi l’uso che del telefono cellulare hanno fatto 2.708 soggetti colpiti da glioma e 2.409 soggetti colpiti da meningioma. Lo studio ha coinvolto 13 Paesi (Australia, Canada, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Giappone, Israele, Italia, Nuova Zelanda, Norvegia, Regno Unito e Svezia), sono state intervistate più di 10.700 persone di età compresa fra i 30 e 59 anni (ivi compresi i soggetti sopracitati cui era stato diagnosticato un glioma o un meningioma). A coloro che partecipavano allo studio è stato chiesto, se avessero mai usato un telefono cellulare, da quando avevano iniziato a usarlo, quante volte al giorno lo usavano e quanto tempo trascorrevano al telefono. Le conclusioni dello studio sono state le seguenti (come già notato, gli stessi ricercatori parlano di errori nella raccolta dei dati!):

Nel complesso, non si è osservato un aumento del rischio di ammalarsi di glioma o meningioma dovuto all’utilizzo di telefoni cellulari. Ci sono suggerimenti di un aumento del rischio di glioma ai più alti livelli di esposizione, ma pregiudizi ed errori prevengono una interpretazione causale. I possibili effetti un sostenuto uso a lungo termine dei telefoni cellulare richiedono ulteriori indagini.

Christoper Wild, direttore dell’IARC, l’agenzia che coordinava lo studio, ha dichiarato che “i risultati non ci consentono di affermare che vi sia qualche rischio associato all’utilizzo dei telefoni cellulari, ma è anche prematuro affermare che il rischio non esiste“.

Conclusione – Sul rapporto fra tumore al cervello e uso del cellulare la parola fine non si potrà mai dire finché non si conosceranno le cause del cancro. Non occorre essere geni della matematica per capire che, se per esempio il cellulare fosse responsabile di un cancro su 100.000 persone, ci sarebbero in Italia 500 casi in più, cioè si passerebbe da 5.000 casi all’anno a 5.500. Se una ricerca prende in esame 250.000 soggetti per 10 anni avvertirebbe una variazione di 25 casi su 250 di base. Ora, come si può escludere che in 10 anni l’affievolirsi di altre cause non comprese nella ricerca (perché sconosciute o per semplice comodità) non abbia fatto diminuire del 10% l’incidenza del tumore? Il cellulare verrebbe assolto pur essendo colpevole.

Telefono cellulare e salute: il metastudio Afsset
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Per valutare gli eventuali effetti a carico della salute provocati dall’uso del telefono cellulare* sono stati effettuati molti studi (si contano a centinaia), ma, come accennavamo in apertura, ogni volta che escono i risultati di una nuova ricerca il dibattito fra “innocentisti” e “colpevolisti” riacquista animosità.
Personalmente ritengo che il metastudio più serio condotto negli ultimi anni sia quello dell’Afsset (l’Agenzia Francese per la Sicurezza Sanitaria Ambientale e del Lavoro).
Nell’agosto del 2007, l’Afsset  ricevette dal Ministero della Salute francese l’incarico di aggiornare le precedenti relazioni (anni 2003 e 2005) relative alle eventuali problematiche per la salute umana che potevano essere causate dall’uso di apparecchi che utilizzano le radiofrequenze (telefoni cellulari, strumenti wireless ecc.). La relazione dell’Afsset, presentata nell’ottobre del 2009, ha preso in considerazione 226 studi. Gli studi che hanno mostrato l’esistenza di effetti relativi all’utilizzo di radiofrequenze erano 102; di questi 102 studi, soltanto 11 sono stati ritenuti affidabili. Gli studi che mostravano la non esistenza di effetti biologici erano 124; di questi 124 studi, 73 sono stati ritenuti affidabili.
Alla fine le conclusioni dell’Afsset sono state molto “prudenziali”, riassumendo il tutto, l’Agenzia conclude affermando che “le ipotesi relative ai meccanismi biologici che potrebbero essere all’origine di un effetto sanitario dell’esposizione a campi a radiofrequenza non hanno trovato conferma“.
Del resto la prudenza è necessaria in un contesto come quello delle radiofrequenze, in cui si dice tutto e il contrario di tutto. Il direttore dell’Afsset, Dominique Gombert, si limita a osservare che “il fatto di disporre di una dozzina di studi robusti, non criticabili, permette di far avanzare il dibattito”.
L’Afsset ha cioè conferito un tono allarmistico alla sua relazione dal momento che ha dato un risalto eccessivo agli 11 studi che mostravano l’esistenza di effetti biologici. Risalto accentuato dal fatto che il rapporto dell’Afsset esordisce evidenziando l’esistenza di tali effetti a carico di funzioni cellulari riferendosi proprio “alla dozzina di studi sperimentali, considerati incontestabili“. Un tale presentazione, secondo un gruppo di accademici francesi, non farebbe altro che “accrescere ingiustificatamente le preoccupazioni della popolazione“.

Gli 11 studi ritenuti affidabili

telefono cellulareGli 11 studi ritenuti affidabili dall’Afsset riguardano:

  • gli effetti fisiologici sul cervello
  • gli effetti sull’apoptosi
  • gli effetti sui meccanismi cellulari
  • gli effetti sulla circolazione sanguigna cerebrale.

Due degli undici studi sono relativi agli effetti fisiologici sul cervello, in particolare uno prendeva in esame gli effetti sullo sviluppo cerebrale mentre l’altro quelli sui tessuti cerebrali.
Nel primo studio, effettuato da un’équipe finlandese nel 2007, si erano valutati gli effetti di un’esposizione cronica e non minimale su giovani ratti. L’analisi fatta sui tessuti cerebrali dei ratti (24 ratti divisi in quattro gruppi) considerando le diverse esposizioni a un segnale di tipo GSM 900 (tasso di assorbimento specifico** di 0,3 W/kg, due ore al giorno, 5 ore alla settimana per il primo gruppo, stesse condizioni per il secondo e il terzo, ma con un tasso di 3 W/kg; il quarto gruppo è stato esposto a un segnale fittizio) non hanno evidenziato modifiche né a livello di morfologia cerebrale né relativamente al numero di neuroni morti e a quello di neuroni riformatisi. Paradossalmente si è notato un leggero miglioramento a livello di apprendimento e di memoria rispetto ad altri ratti non esposti a radiofrequenze. L’effetto in questo caso risulterebbe benefico. Questi studi sono ritenuti meritevoli di ulteriori indagini.
Nel secondo studio, effettuato da un’équipe francese nel 2008, si è preso in esame l’eventuale effetto sui tessuti cerebrali. È noto che vi sono situazione di ordine patologico che provocano una proliferazione delle cellule gliali (processi infiammatori, malattie degenerative ecc.) e i ricercatori hanno voluto indagare sulla possibilità che le radiofrequenze potessero provocare questo tipo di alterazione. I ratti oggetto dell’esperimento sono stati esposti a un segnale di tipo GSM 900 (tasso di assorbimento specifico di 1,5 W/kg 45 minuti al giorno, 5 giorni alla settimana per un periodo di 6 mesi per un gruppo; stesse condizioni per un secondo gruppo, ma con un tasso di assorbimento 4 volte superiore). Lo studio ha messo in evidenza un significativo aumento della proteina GFAP (una proteina dei microfilamenti delle cellule gliali) in diverse regioni cerebrali nei ratti esposti al segnale maggiore; tale aumento suggerisce la presenza di un’alterazione a livello della glia, più precisamente un aumento delle cellule gliali in risposta a un aumento dell’esposizione cronica alle radiofrequenze. Questi primi risultati devono ancora essere confermati da studi del medesimo tipo.
Tre degli undici studi sono relativi agli effetti sull’apoptosi (morte cellulare programmata).
Uno di questi studi è stato condotto da un’équipe francese diretta da Vanessa Joubert dell’università di Limoges. Dalle osservazioni fatte su culture di cellule neuronali embrionali di ratti esposti alle radiofrequenze (segnale di 900 MHz in onda continua, per 24 ore a un tasso di assorbimento specifico di 2W/kg, il massimo consentito per gli apparecchi mobili) è osservato un rialzo del tasso di apoptosi accompagnato da un aumento della temperatura di circa 2 °C. L’aumento del tasso di apoptosi non sembra essere strettamente legato all’aumento di temperatura. Il fatto che tali studi contraddicano i risultati di un altro studio condotto dalla stessa équipe rendono necessari ulteriori approfondimenti in questo senso.
Uno studio del 2008, condotto da un’équipe italiana guidata dal prof. Palumbo ha esaminato gli effetti dell’esposizione alle radiofrequenze sull’apoptosi, sulle modifiche del ciclo cellulare dei linfociti e ha in particolar modo misurato l’attività della caspasi 3, un enzima che sembra avere un ruolo chiave nell’esecuzione del programma di apoptosi. L’esposizione a cui sono state sottoposte le cellule per un’ora aveva un segnale di tipo GSM a 600 MHz con un tasso di assorbimento specifico di 1,35 W/kg).
I risultati dello studio hanno messo in evidenza un aumento dell’attività della caspasi 3, ma, per contro, non sono stati evidenziati aumenti del tasso di apoptosi e neppure effetti sul ciclo cellulare. Sono necessari quindi altri studi affinché si possa più chiaramente comprendere il significato di questo aumento dell’attività della caspasi 3.
Il terzo studio, condotto da un’equipe italiana guidata dal prof. Buttiglione, intendeva valutare sia gli effetti sull’espressione dei geni chiave nel processo dell’apoptosi. L’esposizioni sono state realizzate con i segnali che vengono utilizzati nei sistemi wireless a 900 MHz con un tasso di assorbimento specifico di 1 W/kg per durate temporali diverse (5′, 15′, 30′, 6 ore e 24 ore).
I risultati hanno mostrato, relativamente alle esposizioni di più lunga durata (24 ore), un rallentamento del ciclo cellulare così come la diminuzione dell’espressione dei geni inibitori dell’apoptosi, in particolar modo della survivina (uno di questi geni).
Quattro degli undici studi sono relativi agli effetti sui meccanismi cellulari.
Due di questi studi sono relativi agli effetti sull’endocitosi e sono stati realizzati in due tempi (2005 e 2009), prima da un’equipe guidata da N. Mahrour e poi da una sua collaboratrice.
Nel 2005 si sono esposte tre linee di cellule colpite da patologie diverse sia a segnali di 900 MHz di tipo GSM (dai 5 ai 90 minuti con tassi variabili da 0,6 W/kg a 4,5 W/kg) sia a segnali di campi elettrici che riproducevano la componente elettrica delle onde GSM. Nel 2009 l’esposizione ha riguardato solo una delle linee cellulari e l’esposizione era di tipo GSM, 900 MHz, tasso 3,2 W/kg per 20 minuti).
I risultati hanno evidenziato un aumento dell’endocitosi sia nelle cellule esposte alle radiofrequenze sia in quelle esposte ai campi elettrici. Non sono ben chiari i meccanismi che inducono l’entrate delle molecole esterne all’interno delle cellule. Sono richiesti studi di approfondimento.
Un terzo studio, effettuato nel 2009, dall’équipe di Giovanna del Vecchio, ha cercato di verificare se l’esposizione alle radiofrequenze potesse alterare la viabilità, la capacità di proliferazione e la vulnerabilità dei neuroni utilizzati come modello di studio in vitro delle malattie degenerative.
Due linee cellulari provenienti da rispettivamente da cervelli embrionali di ratti e da ratto affetto da neuroblastoma sono state esposte a delle onde di tipo GSM 900 in modo continuo rispettivamente per 120 e 144 ore. Il tasso specifico di assorbimento era di 1 W/kg (corrispondente a quello di un telefono portatile).
L’esposizione alle radiofrequenze non ha modificato né la proliferazione né la viabilità cellulare, ma si è osservato un aumento della vulnerabilità delle cellule estratte dal neuroblastoma.
I ricercatori ritengono che le radiofrequenze possono potenziare lo stress ossidativo delle colture neuronali (i risultati però non sono estrapolabili sull’uomo allo stato attuale delle conoscenze).
Un quarto studio effettuato nel 2005 da un’équipe giapponese intendeva verificare se l’esposizione alle radiofrequenze inducesse una risposta cellulare specifica allo stress. Per farlo si sono esposte cellule estratte da un glioma umano a una irradiazione di 1.950 MHz a onde continue con tassi di assorbimento specifico di 1,2 e 10 W/kg, I tempi di esposizione variavano da 10 minuti a 2 ore.
Gli studi devono essere approfonditi, ma dai risultati ottenuti non sembrano esserci conseguenze particolarmente interessanti a carico delle cellule.
Gli ultimi due studi sono relativi agli effetti sulla circolazione sanguigna.
Il primo studio è di un’équipe svizzera e risale al 2005, questo studio ha replicato i risultati di un altro studio condotto dalla stessa équipe nel 2002.
L’esposizione (trenta minuti) riguardava un solo lato della testa (assenza di segnale, segnale di tipo GSM 900 o antenna con un tasso di assorbimento specifico di 1 W/kg). Lo studio è stato realizzato in doppio cieco.
Le immagini PET prese dieci minuti dopo l’esposizione al segnale hanno mostrato un innalzamento del debito sanguigno cerebrale nelle zone più esposte alle radiofrequenze. Queste variazioni riguardavano soltanto l’esposizioni relative a un segnale di un telefono cellulare, ma la loro ampiezza non è apparsa maggiore di quella che si verifica durante il “normale” funzionamento cerebrale. Difficile quindi sapere se vi possono essere conseguenze a livello di funzionamento cerebrale, senza contare che il numero di soggetti esaminati (16) non è estremamente significativo.
L’ultimo studio è stato effettuato da un’équipe finlandese; è iniziato nel 2003 ed è terminato tre anni dopo. Lo studio, effettuato in doppio cieco, prende in esame gli effetti della telefonia mobile sulla distribuzione del debito sanguigno cerebrale. I volontari che hanno partecipato allo studio sono stati esposti, su un solo lato della testa, a un segnale di 902 MHz. Le durate delle esposizioni erano variabili e sono arrivate al massimo a 51 minuti.
I ricercatori hanno osservato una leggera diminuzione del debito sanguigno locale nella parte retro-inferiore della corteccia temporale del lato esposto alla radiofrequenza e un leggero aumento bilaterale del debito sanguigno a livello della corteccia prefrontale. Secondo i ricercatori i campi elettromagnetici possono modificare i flussi sanguigni cerebrali regionali, ma non sono noti i meccanismi cellulari all’origine di tali variazioni. Anche questi studi necessitano di ulteriori approfondimenti.

Le precauzioni nell’uso del cellulare
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Oggi esistono due particolari attenzioni che si possono prendere senza particolari penalizzazioni ovvero il divieto di utilizzo ai bambini sotto ai dodici anni e l’utilizzo dell’auricolare.
Under 12: meglio evitare il cellulare –  Lawrie Challis, un consulente scientifico del governo britannico in tema di telecomunicazioni ha invitato i genitori a essere molto cauti nel permettere ai bambini under 12 di usare il cellulare ricordando che “anche se non è stata accertata una nocività maggiore delle radiofrequenze nei bambini rispetto agli adulti, non si può escludere a priori questa possibilità. Il sistema immunitario dei più piccoli è ancora in via di sviluppo ed è ben noto che i bambini sono maggiormente sensibili a determinate cose rispetto agli adulti”. A questo proposito Challis ha riportato l’esempio della luce ultravioletta affermando che “se un bambino è esposto eccessivamente alle radiazioni solari, è più probabile che sviluppi un tumore della pelle rispetto a un adulto che ha trascorso sotto il sole lo stesso periodo di tempo”. La stessa cosa, secondo Challis, vale per le sostanze inquinanti. Lo scienziato afferma quindi che “esiste la possibilità che i più piccoli siano maggiormente a rischio anche per quanto concerne l’uso del cellulare”.
Preoccupazioni simili a quelle di Challis relativamente ai bambini erano uscite fuori anche in uno studio del 2007 opera di due professori svedesi Lennart Hardell dell’Università di Orebro e Kjell Hansson Mild dell’Umea University. Nel commentare il loro studio i due studiosi ricordano che
«È necessaria una grande attenzione nell’uso del telefonino – avvertono gli scienziati nella relazione pubblicata dalla rivista Occupational Enviromental Medicine – e soprattutto i bambini, che sono particolarmente vulnerabili, dovrebbero essere scoraggiati dall’utilizzarlo».

Cellulare: auricolare e altri dispositivi per la limitazione delle radiazioni
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Esistono diverse strategie che possono aiutarci a limitare l’incidenza delle onde elettromagnetiche; esistono, per esempio, diversi studi hanno mostrato che l’auricolare è in grado di ridurre da 8 a 20 volte il valore del tasso di assorbimento specifico.  
In commercio sono disponibili diversi accessori per telefoni cellulari che sono in grado di ridurre in modo significativo le radiazioni che possono colpire il cervello e altre zone del corpo; si dà ovviamente per scontato che quando si utilizzano questi dispositivi il telefonino venga posizionato lontano dal soggetto.
Il migliore accessorio per cellulare per ridurre al minimo o addirittura azzerare il livello di radiazioni che dal cellulare potrebbero colpire cervello e altri organi del corpo è l’altoparlante vivavoce.  
Esistono poi degli auricolari con il filo che consentono una riduzione notevole delle radiazioni, riduzione non totale perché una parte di esse viene veicolata dal filo; a questo problema però è possibile porre rimedio ricorrendo a un anello di ferrite (un materiale che viene utilizzato come protezione e schermatura dei cavi elettrici e dei cavi video), anello che in molti cavi audio e video si trova montato di default; un anello di ferrite ha comunque un costo irrisorio e la sua applicazione consente di eliminare le radiazioni che il filo dell’auricolare può veicolare.
Altri tipi di auricolare che eliminano la trasmissione delle radiazioni sono quelli che utilizzano un tubo d’aria.
Altro accessorio molto comune è il vivavoce bluetooth per autoveicoli. Diverse autovetture e alcuni dispositivi di navigazione con tecnologia GPS presentano di serie questo interessante dispositivo la cui emissione di radiazioni è decisamente ridotta, pur non essendo azzerata. Il vivavoce bluetooth, oltre alla riduzione delle radiazioni consente una guida più sicura perché questi dispositivi sono dotati di riconoscimento vocale e possono comporre il numero desiderato ed eseguire altri ordini senza che sia necessario tenerli in mano.   
Gli auricolari bluetooth sono un altro mezzo che consente la riduzione delle radiazioni; sono però, fra i dispositivi citati, quelli meno efficaci perché pur emettendo una dose di radiazioni molto più bassa di quella emessa dai cellulari, lo fanno a contatto con la testa (vengono inseriti nell’orecchio).
Dal momento che abbiamo accennato a vivavoce e auricolari bluetooth, riteniamo opportuno fornire un breve su questa tecnologia sviluppata da Ericsson.
Lo scopo della tecnologia bluetooth è quello di permettere la connessione wireless fra dispositivi di diverso tipo (computer palmari, pc, telefoni cellulari, stampanti, fotocamere, riproduttori audio, navigatori GPS) utilizzando una frequenza radio a corto raggio. Detto molto grossolanamente, quando due dispositivi dotati di tecnologia bluetooth sono nelle vicinanze (qualche decina di metri) possono essere messi in comunicazione fra di loro e scambiarsi dati in modo rapido ed efficiente.
Esistono diversi standard bluetooth; il più recente è il bluetooth 4.0 le cui specifiche sono diventate definitive nel luglio del 2010.

Cellulare: altri consigli precauzionali
cellulare: quali precauzioni?
Di seguito forniremo una serie di consigli che hanno lo scopo di limitare al minimo il rischio legato all’emissione delle radiazioni emesse dai telefoni cellulari e da altri dispositivi simili.
Del divieto di utilizzo del cellulare nei bambini sotto ai dodici anni abbiamo parlato nel paragrafo Le precauzioni nell’uso del cellulare; vista la maggiore nocività delle radiofrequenze nei bambini è buona norma la limitazione dell’uso del cellulare quando ci troviamo in loro presenza; tale limitazione vale anche se nelle vicinanze vi sono donne incinta; queste ultime, a loro volta dovrebbero utilizzare il cellulare solo quando è veramente indispensabile e dovrebbero anche fare attenzione a non tenerlo troppo vicino.
Quando si effettuano telefonate è consigliabile, se non dispone di un auricolare, di tenere il telefono il più lontano possibile dalla testa. Se si utilizza un auricolare si dovrebbe evitare di tenere il telefono in tasca perché le radiazioni colpirebbero altri organi, in primis quelli riproduttivi.
Sempre più spesso i cellulari vengono utilizzati per effettuare connessione dati (download vari, scaricamento della posta elettronica ecc.); dal momento che durante questo tipo di connessioni la quantità di radiazioni che il dispositivo emette è comunque significativa, si tenga il telefono il più lontano possibile. Se la connessione Internet non è necessaria, la si disattivi.
Nei limiti del possibile, si sfruttino, per le comunicazioni da casa o dal posto di lavoro, i telefoni fissi o i software come Skype o Gizmo.
Quando è possibile si spediscano sms invece di effettuare telefonate; vi sarà comunque un’emissione di radiazioni, ma questa risulterà più breve e limitata.
Il cellulare non dovrebbe venire utilizzato in punti in cui il segnale non è perlomeno buono perché la quantità di radiazioni emessa quando ci troviamo in zone con poco campo è decisamente superiore alla norma.
L’uso del cellulare in automobile dovrebbe essere limitato il più possibile per evitare l’effettogabbia radioattiva.
Quando il cellulare non viene utilizzato si deve evitare di tenerlo nelle tasche dei pantaloni o della giacca; molto meglio tenerlo in una borsetta o in un borsello.
Dopo aver effettuato una chiamata non è consigliabile tenere il cellulare attaccato all’orecchio in attesa della risposta dell’interlocutore cercato perché durante questa fase l’irradiazione delle radiazioni è decisamente più elevata della norma.
Al momento dell’acquisto di un cellulare ci si orienti su un modello con un tasso di assorbimento specifico (SAR) basso (al massimo 0,40); si eviti l’acquisto di telefonini non omologati o che non riportino l’indicazione della SAR europea.
Chi utilizza cellulari dotati di sistema operativo Android dovrebbero installare le apposite utility che consentono la connessione solo al momento del bisogno; tali telefoni infatti si connettono alla rete Internet senza che l’utente ne sia consapevole ed emettono radiazioni. 

Un caso significativo
Nel 1996 usavo un cellulare Motorola non particolarmente performante. Nello stesso periodo avvertii un abbassamento dell’udito all’orecchio destro (circa 30 db) con acufeni fruscianti di intensità medio-bassa (variabile nella giornata). La comparsa dei sintomi si associò all’impossibilità di usare il cellulare per dolore diffuso dopo anche solo un minuto di conversazione. Nessuno riuscì a darmi una diagnosi della patologia e ovviamente non feci nessuna cura (quale?). Da allora uso il cellulare solo con l’auricolare. A un controllo effettuato circa dopo 10 anni dalla comparsa dei sintomi, la sintomatologia era ridotta a circa la metà.
Sicuramente è azzardato affermare che l’uso del cellulare abbia generato il problema, come non si può escludere (visto che ancora oggi non posso usarlo senza auricolare senza dolore) che ci sia un coinvolgimento. Non è neppure possibile stabilire se il problema fosse eventualmente dovuto a quel cellulare, se io sono soggetto particolarmente predisposto ecc.
In letteratura esistono casi più “certi” del mio, dove c’è stato anche un riconoscimento giuridico del danno da cellulare.

Conclusioni
Per comprendere le conclusioni di questo articolo può essere utile l’analogia con i carboidrati nella nostra alimentazione. Ormai si sa che esistono categorie di persone (per esempio i diabetici) che devono prestare molta attenzione con i carboidrati e si sa che troppi carboidrati provocano sovrappeso e obesità. Con il cellulare queste conoscenze sono ancora molto vaghe, ma si può concludere che:

  1. È pura tecnocrazia sostenere che il cellulare non crea nessun problema alla salute umana.
  2. È fuorviante (un trucco usato da chi vuole promuovere i cellulari) considerare come “danno da cellulare” solo l’aumentata probabilità di contrarre tumori, soprattutto al cervello.
  3. Sicuramente (i risultati degli undici studi citati mostrano che ci sono modificazioni che in un particolare soggetto potrebbero creare problemi) esistono soggetti particolarmente predisposti ad avere maggiori danni di altri, sia per la durata d’impiego del cellulare sia per loro caratteristiche individuali.
  4. Molto probabilmente alla maggioranza della popolazione che usa il cellulare per non più di un’ora al giorno il cellulare non fa danni significativi.

* A onor del vero più che di effetti provocati da telefonia cellulare dovremmo parlare di effetti provocati da radiofrequenze, dal momento che i telefoni cellulari non sono gli unici dispositivi che si basano sulla trasmissione di segnali attraverso onde di tipo elettromagnetico (vedasi per esempio le strumentazioni bluetooth, wi-fi, WiMAX ecc.), ma la capillare distribuzione dei telefonini li rende i principali “rappresentanti” della questione.
** Tasso di assorbimento specifico (SAR): la quantità di energia elettromagnetica che viene assorbita nell’unità di tempo da un elemento di massa unitaria di un sistema biologico. L’unità di misura del SAR è il W/kg (Watt per kg).
Il SAR viene utilizzato comunemente per misurare i livelli delle radiazioni emesse dai telefoni cellulari. Nell’Unione Europea il limite massimo consentito è di 2 W/kg.

Fonte: albanesi.it

 

 


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