Spiritualità

Advaita Vedanta e »sforzo«

di Salvatore Brizzi

Talvolta mi capita di conversare con sostenitori dell’Advaita Vedanta.

Dal momento che per loro ogni essere umano è già l’Uno in questo istante, ritengono sia assurdo intraprendere ogni sorta di cammino spirituale volto a ricongiungersi con l’Uno stesso.

“L’illuminazione non può essere ottenuta con una pratica – è la sintesi del loro pensiero – essa accade spontaneamente quando l’ego illusorio interrompe la ricerca illusoria.”

Ogni »sforzo« teso alla liberazione viene pertanto rigorosamente bandito dalla tavola di coloro che seguono l’Advaita. Fin qui non ci sarebbero problemi, senonché, ciò che salta subito all’occhio, è che tali sostenitori scadono troppo frequentemente nel fanatismo e nell’insofferenza verso chi segue un altro percorso. Presi da una sorta di delirio anti-lavoro-su-di-sé cominciano ad avere in antipatia chi si dedica quotidianamente a un cammino di crescita interiore più articolato. La loro attività prediletta diventa quindi mettere in cattiva luce i maestri che istruiscono il mondo attraverso concetti come »sforzo«, miglioramento, crescita, lavoro per il risveglio, fabbricazione dell’anima. In un colpo solo vorrebbero annichilire gli insegnamenti di Gurdjieff, E.J. Gold, Eckhart Tolle, Robert Burton (www.livingpresence.com), tutta la tradizione dell’Alchimia, della Gnosi e dell’Esoterismo in genere…

Anche io mi ritengo un estimatore di tale dottrina, ma non posso fare a meno di rilevare che alcuni fra i sostenitori dell’Advaita Vedanta sono più esagitati e intolleranti degli ultras di una squadra di calcio.

Innanzitutto voglio precisare che nel corso dell’articolo mi riferirò alle persone che seguono l’Advaita e agli illuminati dell’Advaita, molti dei quali sono viventi anche oggi (al proposito si veda il prezioso dvd Il Fiore del Nirvana), non alla dottrina dell’Advaita Vedanta in sé, in merito alla quale anche io sono piuttosto ignorante. Per esempio, non so cosa dice l’Advaita in fatto di anima, ma so che i guru dell’Advaita negano l’anima e la vita dell’anima dopo la morte.

Premetto che il primo libro di argomento spirituale che lessi, nel lontano 1996, fu Nessuno nasce, nessuno muore di Nisargadatta Maharaj, adesso introvabile. I discorsi di Maharaj sono Advaita puro, forse il più puro in circolazione. Nisargadatta è per me ancora oggi un mito insuperabile.

Quando lo lessi sentii subito di essermi accostato a qualcosa di estremamente elevato e radicale allo stesso tempo, qualcosa che non lasciava spazio alla masturbazione mentale tipica dell’intellettuale o del “turista spirituale”.

Qui si diceva che tutto è Uno, che l’ego non può essere ucciso perché già adesso non esiste e che non è possibile intraprendere un percorso spirituale in quanto non ci può essere una via che ti conduce dove sei già, né un lasso di tempo utile per farti raggiungere questo momento presente!

È la via-senza-via illustrata anche nel Tao e nello Zen, laddove anche questi insegnamenti vengano presi nella loro accezione più pura.

Tutto molto bello. Poi andavo a lavorare e continuavo a soffrire di depressione. La mia fidanzata mi lasciava e io mi sentivo squartato nel plesso solare. Però io e il mio lavoro eravamo comunque uno e io e la mia fidanzata eravamo comunque uno. Già… lei era uno con me… ma se la scopava un altro!

Andai avanti così per qualche mese, poi riflettei e mi resi conto di una cosa: lo scarto fra me e l’Advaita era troppo grande. Sebbene l’Advaita affermasse la verità più profonda, a me, ragazzo di 25 anni che viveva una normale vita quotidiana… non era di alcuna utilità! Fu un bagno di umiltà, ma dovetti ammettere sinceramente che quello che veniva e viene considerato l’insegnamento spirituale più elevato… l’insegnamento ultimo, oltre il quale non si può concepire più nulla… non era adatto a me.

Se un maestro vi dice: “Tu sei Quello. E non puoi fare nulla per realizzarlo perché lo sei già.” O vi illuminate seduta stante… oppure quell’insegnamento non è per voi pratico, è solo filosofia. Il giorno dopo sul lavoro siete incazzati come prima, se non di più, perché adesso avete la certezza che la vita è una presa per il culo, ma non vi è permesso fare nulla di concreto per cambiare la situazione.

Non è un caso che gli advaitin da me conosciuti siano tutti abbastanza frustrati. Da una parte si impongono di non compiere alcuno sforzo in direzione dell’illuminazione, perché hanno paura così di allontanarla, e dall’altra si rendono conto che nella vita quotidiana stanno male come chiunque altro… con in più la paranoia dell’illuminazione… che sarebbe magnifico ottenere, ma non si può fare nulla per ottenerla!

Non volendo ridurmi così anch’io, decisi che avrei scoperto il trucco. Avrei cioè appreso come riempire quel vuoto ontologico che mi separava dall’Uno, pur essendo io consapevole della mia identità con quello stesso Uno che andavo cercando.

Venni così a contatto con varie fonti esoteriche e alcuni personaggi decisamente “svegli”. In alcuni luoghi viene ancora tramandata una Conoscenza senza tempo, una »conoscenza scientifica« dell’Essere a 360gradi, per la quale l’Advaita e lo »sforzo« non sono in antitesi. Un tempo erano i RosaCroce e più di recente la Quarta Via esposta da Gurdjieff.

Qui finalmente trovai tutte le spiegazioni.

L’essere umano può dedicarsi alla Conoscenza Ultima solo dopo aver percorso alcune tappe ben precise, alle quali non può sottrarsi, pena la non riuscita della Grande Opera oppure una sua riuscita imperfetta. Detto in altre parole, se prima non mi dedico con tutte le mie forze alla costruzione di un Io cosciente, cioè di un vero Ego – ciò che nella religione viene definito Anima – non potrò in un secondo tempo sacrificare quello stesso Ego per identificarmi con l’Uno.

In Teosofia Ego e Anima sono sinonimi e indicano entrambi l’autocoscienza tipica dell’essere umano, ma non di tutti gli esseri umani e sicuramente non nella stessa misura in ciascuno di essi.

Qui sta la chiave di tutto, e qui è l’origine di tutte le malcomprensioni spirituali.

Il RISVEGLIO (costruzione alchemica dell’Io, cioè dell’anima immortale – uomo nr. 5 per la Quarta Via) e l’ILLUMINAZIONE (identificazione della goccia con l’oceano – uomo nr. 7 per la Quarta Via) sono due fasi ben diverse del Cammino e corrispondono a due stati di coscienza ben definiti che non possono venire confusi.

Con troppa facilità alcune “scuole” spingono i loro discepoli ad abbandonare o uccidere l’ego… quando questi un Ego ancora non ce l’hanno. L’Ego – cioè un Io unitario e integrato – è una faticosa conquista, non un diritto di nascita. Ciò che di norma il “turista dello spirito” chiama ego, non è altro che un mucchio di pensieri ed emozioni non coordinati, caotici e non controllati. Ma l’essere umano in questo stato semplicemente non è NIENTE… è solo un insieme di meccanismi!

Solo quando si sveglia diventa Qualcuno.

Quando è sveglio ed è Qualcuno, allora può compiere il Grande Sacrificio e completare la Grande Opera, può cioè decidere di morire consapevolmente, crocifiggendo quell’Ego che aveva così faticosamente edificato grazie a un costante »sforzo«.

Questo è il motivo per cui intorno a questi illuminati ci sono centinaia di persone… ma nessuno illuminato come loro. Un orologio svizzero (cioè un essere pieno di meccanismi), uno zombie, un addormentato, non possono improvvisamente identificarsi con l’Uno. COSA in loro si identificherebbe con l’Uno? Devono prima necessariamente svegliarsi. E una volta svegli – tra l’altro – possono anche decidere di non compiere l’ultimo grande salto nel Vuoto e continuare a godersi la vita da svegli.

Massimo rispetto per chi invece una volta sveglio decide di rinunciare a sé.

Nella quasi totalità dei casi i sostenitori dell’Advaita Vedanta semplicemente non ottengono nulla, se non qualche esperienza mistica, che però si sottrae al loro controllo cosciente… proprio in quanto non sono svegli e non conoscono il funzionamento della loro »macchina biologica«. In alcuni casi invece può accadere che la (segretamente) agognata illuminazione in effetti sopraggiunga.

A questo punto i danni che il discepolo può accusare sono inversamente proporzionali al suo grado di risveglio, cioè all’integrità raggiunta dal suo Io. Se in questa vita o in vite passate egli ha comunque svolto un parziale lavoro di integrazione, allora potrebbe non subire grosse menomazioni psichiche e dedicarsi a una dignitosa esistenza da guru per il resto dei suoi giorni, irradiando la Luce dell’Uno intorno a sé. Dopo la morte del corpo fisico però, non essendosi svegliato, non avendo cioè fabbricato un’anima immortale, scomparirà per sempre fra le braccia di Dio. Tale è il motivo per cui tanti di questi illuminati negano l’anima, la reincarnazione e in generale la vita dopo la morte. Stanno parlando di se stessi.

Se il lavoro d’integrazione dell’Io non c’è stato o è stato minimo, le conseguenze dell’illuminazione – cioè della risalita di kundalini – sono imprevedibili. È come mettere le dita bagnate in una presa di corrente. Si va dai danni psichici a quelli fisici, fino alla morte. Un viaggio con l’acido che non termina mai.

La sottile ma enorme differenza fra illuminati e fulminati.

Sono sicuro di aver portato un po’ di ordine nel caos.

Fratelli, so che la vostra attenzione è imprigionata nel mondo immaginario del vostro pensiero.
Fratelli, so che guardare dentro voi stessi richiede uno sforzo di volontà.
Fratelli, fate lo sforzo di guardare dentro voi stessi.
Fratelli, facendo lo sforzo di guardare dentro voi stessi vi libererete dai fantasmi del vostro pensiero.
Allora la vostra attenzione potrà rivolgersi alla realtà che vi circonda ed essa si rivelerà a voi in tutta la su bellezza e la sua gioia.
Scoprirete che nella realtà non vi è sofferenza: la sofferenza è soltanto nel vostro pensiero.
Siddharta Gautama Sakyamuni detto “il Buddha”

Ho riportato le parole del Buddha quando si riferisce alla pratica del Retto Sforzo – uno degli Otto Nobili Sentieri – per attestare il fatto che già 2500 anni fa lo »sforzo« veniva considerato a fondamento del percorso di risveglio, cioè una pratica indispensabile all’ottenimento della buddhità.
Al proposito vi consiglio la lettura di Come diventare un buddha in cinque settimane di Giulio Cesare Giacobbe, un libro facile, divertente e allo stesso tempo molto pratico. Giacobbe fa comprendere come il Buddha nei suoi discorsi non ponesse tanto l’attenzione su concetti di alta metafisica o su dogmi da rispettare, bensì sulla PRATICA per raggiungere quel risveglio che lui stesso aveva ottenuto. I suoi discorsi sono un vero e proprio manuale pratico di risveglio per chi ha voglia di lavorare su di sé.

Ma cosa è lo »sforzo«?
Più sopra, abbiamo visto che alcuni illuminati sostengono che l’illuminazione si ottiene senza sforzo. È come un terno al lotto: dipende dalla fortuna e non dalla tua volontà. Può capitarti mentre ti stai alzando dal cesso e ti accorgi che la carta igienica è finita, oppure può non capitarti mai anche se aneli ad essa per tutta la vita.
Se provi a dire a qualche seguace dell’Advaita Vedanta che ti stai sforzando di raggiungere il risveglio attraverso una pratica, ti accusa subito di essere un lurido animale egoico. Gli advaitin ti trattano come un subnormale della spiritualità, con sprezzante superiorità… e assumono un atteggiamento del tipo: “Un giorno anche tu, sempre se sarai fortunato, raggiungerai il nostro livello e smetterai di fare sforzi con il tuo ego per arrenderti finalmente all’Uno.”
Insomma… nella loro inconsapevole protervia pretendono di saperne più di Buddha e Gurdjieff messi insieme, perché evidentemente Buddha e Gurdjieff sono ancora pesantemente prigionieri del loro ego che si ostina a fare sforzi per il risveglio… !!!

Come ho già esposto precedentemente, in verità è necessario distinguere fra l’atto dell’ILLUMINAZIONE finale – un arrendersi spontaneo dell’Uno a se stesso – e il RISVEGLIO, che implica un ben preciso Cammino sia psicologico che spirituale e il conseguente »sforzo« di Volontà (=thelema) da applicare su questo Cammino.

Ma torniamo al significato dello »sforzo«.
Intanto facciamo chiarezza su alcuni inganni cui vanno soggetti i sostenitori a oltranza del non-sforzo.
Punto primo: se esiste solo l’Uno e il mio ego non esiste – è solo illusorio, come sostiene giustamente l’Advaita – allora è sempre l’Uno a fare questo sforzo… e io non sono perseguibile per legge! Dunque non vedo perché accusare di “egoicità” chi compie degli sforzi, dal momento che non è LUI a farlo. Se egli potesse in qualche modo accelerare o ritardare di SUA volontà l’illuminazione, decidendo di compiere o non compiere sforzi, ciò avvalorerebbe l’esistenza di un ego personale separato dall’Uno.
Punto secondo: se l’illuminazione non necessita di particolari condizioni per avvenire – come sostiene giustamente l’Advaita – allora si può verificare anche in chi sta compiendo duri sforzi per farla accadere, con le stesse probabilità con cui si può verificare in chi non si sforza per niente. Se così non fosse allora l’illuminazione sarebbe condizionata da situazioni o eventi contingenti.
Se può accadere a tutti in qualunque momento allora può accadere con le stesse probabilità anche a me mentre mi sforzo di raggiungerla.
Punto terzo: il non-volere-fare-qualcosa per raggiungere l’illuminazione si colloca sullo stesso piano del volere-fare-qualcosa. È semplicemente un inganno più sottile che permette all’ego di ALIMENTARSI DELLA CONVINZIONE DI NON-STARE-FACENDO-NULLA. Ma dietro questo non-fare-nulla c’è sempre un’intenzione, l’intenzione di non lavorare su di sé – in genere accompagnata anche dall’intenzione di rompere i coglioni a chi sta lavorando su di sé – che presuppone sempre un sé separato che non-vuole-fare-niente per raggiungere l’illuminazione.
È sufficiente osservarsi con onestà nel corso di qualche vita per scoprire questo inganno dell’ego.

L’atto dell’ILLUMINAZIONE finale va oltre il voler-fare o il non-voler-fare qualcosa per ottenerla. Se riuscite a COMPRENDERE realmente cosa significa andare oltre il fare e il non-fare allora vi illuminate in quell’istante e la vostra ricerca è finita. Se dite di essere già in quello stato superiore, oltre il fare e il non-fare, ma non siete illuminati, allora vi state prendendo per il culo, perché quella COMPRENSIONE e l’illuminazione coincidono. Se dite di stare cercando di entrare in quello stato che è oltre il fare e il non-fare, vi state di nuovo prendendo per il culo, perché c’è di nuovo un’intenzione da parte di un sé che si sente ancora separato.

Insomma… è un bel guaio… siete con le spalle al muro… senza vie d’uscita. Ma guardate il lato positivo: il vantaggio di trovarsi con le spalle al muro è che, se non altro, finché state lì nessuno può sodomizzarvi.

Lo »sforzo«
Ma ancora non vi ho detto cosa è lo »sforzo«.
Lo »sforzo« di ricordarsi di sé non è qualcosa che tende verso il risveglio, lo »sforzo« È il risveglio.
I momenti di »sforzo« sono momenti di illuminazione, momenti di qui-e-ora nei quali siamo fuori da spazio e tempo. Lo »sforzo« è Volontà pura, al di là di conseguimenti e aspettative. Finché sono in uno stato di »sforzo« sono in uno stato di illuminazione, al di là di ogni pensiero e preoccupazione.

State bene attenti, perché se riuscite a COMPRENDERE profondamente ciò che vi sto dicendo, potete sperimentare un bagliore di quell’Unità proprio adesso, mentre state leggendo.
Voi tutti compite uno sforzo quotidiano, che si protrae 24ore al giorno, per restare lontani dall’Unità! E di questo sforzo nessuno di voi si rende conto.
Nessuno di voi infatti vuole l’illuminazione e vi prodigate ogni giorno della vostra vita, con straordinaria pervicacia, per RESISTERE all’Unità. Ogni pensiero, parola o gesto esprime il vostro sforzo di restare lontani dall’Uno.

Capite? La vostra vita è già sforzo, lo sforzo di RESISTERE a quell’Unità che si trova sempre qui-e-ora, a vostra completa disposizione, in questo preciso momento, mentre state leggendo. Quell’Unità che altrimenti, senza questo sforzo costante, verrebbe realizzata all’istante.
L’illuminazione è già qui, la siete già mentre leggete questo post, ne siete impregnati, non potete allontanarvene in nessun modo… eppure fate di tutto per restarne lontani.
È l’Uno che legge questo post, quindi l’illuminazione c’è già. Ma attraverso pensieri, parole, azioni – cioè attraverso il tempo – vi distraete dall’illuminazione che avete già Adesso, qui-e-ora.
Resistete inconsapevolmente a Dio. Per farlo occorre che produciate uno sforzo immane e costante per “dimenticarvi di voi stessi”. Ma siete così abituati – così assuefatti – che non ve ne accorgete più. È come portare un peso sulla schiena… dopo qualche ora non lo sentite più.

Il momento in cui vi sforzate di ricordarvi di voi stessi – di essere presenti – è l’unico momento in cui interrompete la vostra RESISTENZA nei confronti dell’Unità. Grazie allo »sforzo« consapevole rompete lo sforzo inconsapevole e assaporate un istante di Unità.
Ciò che in quel momento percepite come »sforzo« per restare presenti a voi stessi, è in verità il risultato della rottura della vostra RESISTENZA quotidiana all’illuminazione. Non state percependo lo »sforzo« di ricordarvi di voi, ma la cessazione dello sforzo di resistere a Dio, lo sforzo di farvi del male momento dopo momento, giorno dopo giorno. Una sofferenza perenne che striscia poco al di sotto della coscienza. Uno stato di ansia e stress incessanti che oramai fanno parte del vostro esistere quotidiano.

Quello che molti credono essere uno sforzo, è in realtà l’unico istante in cui non mi sto sforzando di scappare da Dio!
Il ricordo di me non mi permette di viaggiare verso l’Unità – il che, come abbiamo visto, costituisce un’operazione inutile – bensì di SENTIRE “nella carne” con quanta forza me ne tengo lontano tutti i giorni, con quanta forza mi dimentico di me.

Non c’è niente da raggiungere, c’è solo da smettere di resistere.
Ciò che cerco di raggiungere è in verità ciò a cui sto resistendo in ogni istante.
Questa comprensione è già illuminazione.

di Salvatore Brizzi

Fonte: salvatorebrizzi.com

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2 risposte a “Advaita Vedanta e »sforzo«”

  1. Come praticante buddista e lettore, sono d'accordo con quanto esposto nell'articolo. Mi spiego meglio:
    E' vero che l'Advaita Vedanta nell'affermare che siamo già Uno con Dio, scoraggia ogni pratica e sforzo verso qualsiasi meta.
    E' vero anche, come si dice in chiusura d'articolo, che senza sforzo non si può uscire dall'illusione di essere separati dall'Uno-Dio.
    Quindi un a qualche pratica va necessariamente intrapresa.
    Saluti.

  2. L’illuminazione (imho) si ottiene senza sforzo, ne sono convinto, ma è necessario prepararne il terreno. Quindi conconcordo che le pratiche portino alla realizzazione, ma in ultima analisi viene da sola, non è un oggetto che si ottiene, è solo la giusta apertura al giusto momento.
    La mente sempre si muove per paradossi, deve abituarsi a superare lo sforzarsi con fatica, per poter davvero accettare e ricevere pienamente, ma senza dubbio tutto è già perfetto.

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