Spiritualità

A proposito, ricordiamoci che dobbiamo morire

Indipendentemente dall’estrazione sociale cui apparteniamo, dalla nazione, dalla cultura, dal conto in banca, dai familiari, dalle amicizie, dai legami sentimentali, dalle proprietà… insomma, indipendentemente da tutto, condivideremo un giorno la stessa sorte: la morte. Questa è l’unica certezza.

Ma la sola parola ha un qualcosa di macabro, un po’ orticante, e richiama un viscerale “istinto di sopravvivenza”, quello di toccare ferro!  Eppure è proprio attraverso il suo principio che la vita che ci circonda può manifestarsi e continuare ad esistere. Dunque, il temere la morte coincide con il temere anche la vita, e il temere la vita coincide con il non riuscire a comprenderne il significato.

Molti saggi del passato (sia occidentali che orientali) venivano spesso raffigurati con a fianco un teschio umano, non certo per un funesto augurio o per una patologica propensione al suicidio, ma a simboleggiare il fatto che proprio la consapevolezza della morte permette di vivere con più profondità ed intensità la vita.

Il problema è che ogni nostra cellula sembra voler rifuggire il semplice faccia a faccia con questa evidentissima realtà, rimandando di giorno in giorno la questione. E quando il fatidico momento si avvicina, il terrore ci paralizza. Riprendiamo allora un raro scritto di Georges Ivanovič Gurdjieff e lasciamoci guidare dalle sue parole:

Cosa c’è di più spaventoso della morte? Cosa succederebbe, se s’immaginasse realmente l’orrore della propria morte? Potete immaginare il vostro spavento? È impossibile, lo ripeto, immaginare la propria morte, anche se lo si vuole, ma è possibile immaginare quella degli altri.

Oltre a quella paura della morte, c’è un gran numero di paure di realtà di cui la gente non prende coscienza e che non può vedere. Se le persone ne prendessero coscienza, se le vedessero, tutti sarebbero pieni d’orrore. Ma nessuno lo vede.

Perché?

Forse la nostra volontà ci difende dal vedere degli orrori? Ma allora, perché non ci difende dalle nostre piccole paure?

Immaginate di rientrare a casa; vi svestite, vi coricate nel letto. Qualcosa esce da sotto il cuscino e va a nascondersi tra le coperte. Alzate le coperte alzando le ginocchia e vedete che si tratta di un topo. Immaginando questa scena rabbrividite. Ma è solo un piccolo topo domestico! Uno degli animali più inoffensivi!

Non sentite la paura per la vostra morte inevitabile e temete il topo, temete le mille piccole cose che possono capitarvi.

Quelle paure per le quali non ci si ammazza, la natura le ammette come cose inoffensive per la vostra vita, poiché sono necessarie alla produzione delle emozioni, delle gioie e dei dolori, che formano la vostra vita.

Da lì viene un gran numero di guai, di amarezze, di sforzi, una quantità d’amor proprio e di vanità, che obbligano un essere umano ad agire, ad andare fino in fondo; il disincantamento e l’incantamento. È questo che tesse la vita. La stessa cosa produce il sogno, l’illusione, il fenomeno immaginario e la stessa cosa risveglia i diversi desideri nell’uomo.

L’uomo è continuamente riempito da queste cose. Esse gli danno delle pulsioni e riempiono la sua vita in modo che non abbia il tempo di vivere la realtà.

Molto spesso i suoi scopi sono impossibili, inaccessibili, ma l’essere umano non lo vede e fa continuamente degli sforzi. Quando un gruppo di problemi è passato, ne subentra un altro. La macchina umana deve funzionare senza fermarsi.

Ma se si sente che tra un mese si morirà, e ci si pensa! Proprio tra un mese! Cosa resterà allora di ciò che costituisce la nostra giornata? Tutto ciò che si possiede perde il suo senso e tutto ciò che si fa non serve a niente. E il giornale col caffè al mattino, e i saluti gentili del vicino sulla scala, e il lavoro, e gli oggetti, e il teatro alla sera, e il riposo e il sonno, per cosa tutto questo?

E anche se la morte non deve arrivare che tra un anno o due? In ogni caso, queste cose non avranno più il senso che si è sempre dato loro.

Allora nasce una domanda: se è così, perché vivere?

È lì la risposta: non perché la tua vita ti appartiene, ma perché qualcuno ha bisogno della tua vita: chi la ama teneramente, chi se ne preoccupa perché sia almeno sopportabile.

Noi curiamo la vita dei nostri montoni e dei nostri maiali. Facendo così agiamo per il loro interesse? No, offriamo loro una vita felice e confortevole perché, una volta abbattuti, ci diano della buona carne bella grassa. Nello stesso modo probabilmente, qualcuno ha bisogno che si viva, che non si vedano cose orribili e che non ci si impicchi, ma anzi che si viva a lungo perché chi ha bisogno di noi ci sgozzi molto dolcemente.

Non vedere, non sentire la realtà così com’è, questa è la forma principale della nostra schiavitù.

Subiamo molti tipi di schiavitù, ma questo è il primo e il più importante.

È la legge della natura. Sono i grandi che hanno bisogno dell’esistenza dell’umanità e di tutto ciò che è vivente. Esiste nella vita uno scopo importante che giustifica la sua ragione d’essere. Noi dobbiamo servire come schiavi, è il nostro destino.

Ma nello stesso tempo la natura ha permesso, ha previsto una possibilità per noi, ma non  per tutti, di abolire questa schiavitù. Questa abolizione è la prima liberazione.

[…]

“Se non si muore, non si risuscita”. Non si dice della morte corporea, da quella morte non c’è bisogno di resuscitare. Se l’anima esiste e se è immortale, allora può accadere che resusciti da questo corpo, la cui perdita si chiama morte. La resurrezione è indispensabile, ma non perché ci dobbiamo presentare a Dio per il Giudizio Universale, come ci insegnano i moderni Padri della Chiesa. Perfino Gesù Cristo e tutti gli altri parlano della morte che può avvenire durante la vita. Si tratta della morte del tiranno che ci ha portato alla schiavitù, della morte da cui dipende la prima e principale liberazione dell’uomo.

Ciò che sto per dire può sembrare, a prima vista, il delirio di un pazzo; e  può rimanerlo per alcuni. Ma lo dirò. E  tuttavia, secondo le mie convinzioni, considero un grande peccato parlarne. Se avessi commesso peccati, allora il mio maggior peccato sarebbe quello che ora sto per dire.

Tutte le guerre, tutte le discordie, tutti i malintesi, le disgrazie e i tormenti che sembrano orribili, una volta passati, si rivelano, come possiamo vedere, non valere un soldo bucato. Nel senso che, a partire da una mosca se ne è fatto un elefante e che poi da un elefante si è rifatta una mosca.

Il motivo di tutto questo è sempre la capacità umana di riflettere la realtà al contrario. Durante questo genere d’avvenimenti, tutti sono schiavi, tutti si trovano in un’ipnosi generale. Dov’è la dignità che si attribuisce all’uomo? Dov’è l’uomo col suo libero arbitrio? E’ stato così in tutti i tempi e sarà sempre così per le masse, perché se non ci fossero schiavi, non ci sarebbero Signori e non ci sarebbe vita.  E nello stesso tempo per le persone isolate, la possibilità di sbarazzarsi di quell’ipnosi di massa esiste.

Le persone sono incoscienti di quell’ipnosi di massa a tal punto chi  se ne è più o meno liberato è un essere inferiore.

Così, ciò che è considerato coraggio in guerra, in realtà non è che l’espressione di quell’ipnosi. Nazioni intere considerano altre nazioni  vili; è così che i russi considerano gli ebrei. Ma il tamburo giudaico che, secondo l’immaginazione dei russi, si nasconde nel fossato durante la battaglia, è in realtà un uomo più normale e più libero di loro. Lui ha qualcosa di personale, mentre gli altri non hanno niente di proprio; non gli resta che l’ipnosi di massa. Lui è schiavo delle proprie particolarità, mentre loro sono doppiamente schiavi.

Se si sottraessero all’uomo tutte le illusioni, cioè tutto ciò che gli impedisce di vedere la realtà com’è, tutti gli interessi, le emozioni, le attese e le speranze, scomparirebbero tutte le sue aspirazioni e tutto diventerebbe deserto;  gli impulsi psichici si fermerebbero e non resterebbe che un essere vuoto, un corpo vuoto, che vive come una unità fisiologica.

Quella è la morte del me e di tutto quello che ne faceva parte, l’annientamento di tutto ciò che è falso, ammassato per ignoranza e inesperienza. Tutto questo resterebbe in lui come materiale, ma non come lui stesso.

Allora è possibile, se restano ancora delle  forze, cominciare a radunare nuovi materiali, ma questa volta secondo una scelta. In questo caso, l’essere umano prende lui stesso delle cose, non più come prima, quando si depositava in lui ciò che si voleva.

È difficile. Del resto, questa parola non è appropriata. E nemmeno la parola impossibile perché, come principio, è possibile. Ma è mille volte più difficile che diventare miliardario partendo dal niente e con il proprio lavoro. 

Tratto da: associazioneperankh.wordpress.com

Fonte originale: www.sviluppocoscienza.it

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